Due europarlamentari, appartenenti a schieramenti opposti, tracciano il percorso dei prossimi mesi dell’Unione. Differenze e convergenze tra Moretti (SD) e Donazzan (CR)
Che 2025 sarà in Europa? Sicuramente l’Unione sarà, o meglio, è impegnata in sfide nate negli anni e nei mesi scorsi, dall’energia alle guerre vicino ai propri confini, in un contesto internazionale che ha visto Donald Trump rientrare alla Casa Bianca.
Da sinistra
Alessandra Moretti è un’europarlamentare del Partito Democratico dal 2019 e appartiene al gruppo dei Socialisti e Democratici. Per la precisione, aveva già conquistato il seggio a Bruxelles nel 2014 (con la cifra monstre di oltre 230mila voti) ma si era poi dimessa per fronteggiare (senza successo) Luca Zaia, in Veneto, nel 2015. Nel corso degli anni ha partecipato a diverse Commissioni, ma i suoi focus sono sempre stati la Salute e le Pari opportunità.

Uno degli ultimi documenti che porta la sua firma affronta il tema della tecnologia satellitare, in particolare Starlink, di proprietà di Elon Musk (molto vicino al neo presidente americano). Può dirci di più?
«Il punto centrale di questo documento è la necessità di colmare il divario tecnologico che separa l’Europa dai grandi attori globali, come gli Stati Uniti e la Cina. Durante questa legislatura, il nostro obiettivo principale è garantire che l’Unione Europea possa sviluppare e implementare le proprie infrastrutture tecnologiche avanzate, senza dover dipendere eccessivamente da aziende extraeuropee. Starlink, per esempio, è un progetto che offre connettività internet satellitare ad alta velocità, ma è interamente controllato da un’azienda americana, SpaceX, fondata da Musk. Questo solleva delle questioni sulla nostra capacità di mantenere autonomia strategica e sovranità digitale».
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Questo concetto è stato espresso anche da Mario Draghi nel suo documento programmatico di fine anno.
«Esattamente. Draghi ha sottolineato con forza che l’Europa deve accelerare nell’adozione delle tecnologie avanzate per garantire la sicurezza delle comunicazioni, il controllo sulla propria rete e, in ultima analisi, anche la propria difesa militare. Non possiamo ignorare il fatto che oggi le infrastrutture digitali e la cybersicurezza sono diventate strumenti fondamentali di geopolitica. Dipendere da un’azienda americana significa potenzialmente esporsi a vulnerabilità, sia in termini di privacy che di accesso ai dati strategici».

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Quindi, secondo lei, l’Europa non ha ancora fatto abbastanza per affermare la propria indipendenza tecnologica?
«Attualmente, le istituzioni europee stanno cercando di sviluppare alternative, come il progetto IRIS², un’iniziativa satellitare che mira a fornire una rete di telecomunicazioni indipendente per l’Europa. Tuttavia, i finanziamenti e la volontà politica devono essere più incisivi. Inoltre, è fondamentale garantire trasparenza nei rapporti con le aziende extraeuropee e nelle risorse impiegate per sviluppare nuove infrastrutture. Gli Stati Uniti sono certamente un partner storico dell’Europa, ma dobbiamo tenere conto dei cambiamenti politici interni a Washington: la rielezione di Trump potrebbe portare a nuove tensioni, non solo in ambito commerciale, ma anche nelle relazioni diplomatiche e strategiche, come quelle legate alla NATO e all’OMS».
Tornando al tema dell’autonomia strategica, Draghi sosteneva che alcune produzioni possano essere esternalizzate per motivi di efficienza economica, mentre altre debbano restare sotto il controllo europeo per garantire la sicurezza. Condivide questa visione?
«Assolutamente. L’Europa deve evitare di dipendere in modo eccessivo da potenze straniere, soprattutto in settori critici come quello tecnologico, energetico e militare. L’esperienza della guerra in Ucraina ci ha mostrato chiaramente quanto sia pericoloso dipendere da un unico fornitore per l’energia, come è avvenuto con la Russia. Dobbiamo applicare questa lezione anche nel campo della tecnologia digitale: se lasciamo che aziende extraeuropee controllino le infrastrutture essenziali per la nostra sicurezza, rischiamo di trovarci in una posizione di debolezza strategica».
Come giudica l’atteggiamento del governo Meloni in questo contesto?

«Il governo italiano sta adottando un atteggiamento di sostanziale allineamento con la politica statunitense, specialmente con quella portata avanti da Trump. Non è un caso che Giorgia Meloni sia stata una delle poche leader europee invitate alla cerimonia di insediamento di Trump. Questo dimostra un legame politico forte, che potrebbe tradursi in scelte economiche e strategiche favorevoli agli USA ma penalizzanti per l’Europa. Trump ha una visione del mondo ancorata a un passato protezionista, con politiche economiche che rischiano di essere dannose per il commercio globale e per le relazioni transatlantiche».
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Ma Trump è stato democraticamente eletto.
«Il problema non è il processo elettorale in sé, ma il tipo di retorica che Trump utilizza per ottenere consensi. Il suo slogan “America First” si basa sulla paura e sulla divisione, facendo leva sul senso di insicurezza della popolazione. Anche se l’economia americana è cresciuta in alcuni settori, molte fasce della popolazione hanno percepito un declino del loro potere d’acquisto e della loro sicurezza sociale. Questo ha alimentato il consenso verso politiche radicali e isolazioniste».
Passando ai suoi incarichi, lei fa parte di commissioni che si occupano di ambiente, sicurezza alimentare, diritti delle donne e relazioni con l’Iran. Vorrei concentrarmi sulla neonata Commissione Salute. Può spiegarmi come mai non esisteva già un organismo di questo tipo?
«La salute non era considerata una competenza diretta dell’Unione Europea, ma la pandemia da Covid-19 ha messo in evidenza la necessità di una maggiore cooperazione a livello comunitario. L’assenza di una strategia comune ha portato a risposte frammentate, con gravi ritardi nella gestione delle emergenze sanitarie. La nuova Commissione Salute ha proprio l’obiettivo di armonizzare i sistemi sanitari nazionali, garantendo equità nell’accesso alle cure e rafforzando la ricerca medica europea».
Quali saranno le priorità della Commissione?
«Riguarderanno la salute mentale, la prevenzione delle malattie croniche come il cancro e le patologie cardiovascolari, e la promozione di stili di vita sani. Ci sarà anche un focus sulle pandemie, per evitare che in futuro l’Europa si trovi impreparata di fronte a nuove crisi sanitarie».
Infine, parlando di sicurezza alimentare, come vi ponete rispetto al dibattito sulla carne sintetica?
«È un tema complesso. Non possiamo vietare un prodotto per principio, ma dobbiamo garantire che ci siano studi chiari sugli effetti per la salute e misure di tutela per i produttori agroalimentari tradizionali».
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… e da destra
Dopo una lunga carriera politica nella destra veneta, con incarichi chiave in Regione, Elena Donazzan ha esordito in Europa l’anno scorso, con Fratelli d’Italia, nel gruppo Conservatori e Riformisti Europei. È vicepresidente della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia, membro delle Commissioni per la sicurezza e la difesa, per la Commissione per l’occupazione e gli affari sociali e della Delegazione per le relazioni con il Mercosur. Fa anche parte della Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere e della Delegazione per le relazioni con Israele.

C’è anche una novità.
«Certamente, ed è una cosa di cui vado molto fiera. Ieri è stato ufficialmente costituito l’intergruppo Sky & Space al Parlamento Europeo. Questo intergruppo si occuperà di temi legati all’aviazione e allo spazio, con particolare attenzione al progetto Aviation Clean, che riguarda la transizione verso un’aviazione più sostenibile. L’obiettivo è lavorare sull’elettrificazione degli aeromobili: una follia pura, almeno secondo me. Ma, soprattutto, parleremo di aerospazio, un tema cruciale. L’Europa, purtroppo, è stata in ritardo su questo fronte rispetto ad altre potenze globali, ma finalmente stiamo recuperando terreno. La Commissione ha annunciato una nuova legge sullo spazio, che servirà a dare una regolamentazione chiara e strategica per le attività aerospaziali europee. L’Italia ha già una sua legge sullo spazio in fase di discussione alla Camera dei Deputati. Si tratta della prima normativa nazionale sul tema all’interno dell’Unione Europea, un passo significativo per il nostro Paese».
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Quindi, dal punto di vista strategico, l’Italia ha una posizione forte in questo settore?
«Assolutamente. L’Italia ha una lunga tradizione aerospaziale e possiede imprese di eccellenza che lavorano nel settore da anni. Abbiamo una stretta collaborazione con l’Agenzia Spaziale Europea e molte aziende italiane si sono ritagliate un ruolo chiave nel mercato globale».
Lei è una new entry nel Parlamento Europeo, ma ha già un lungo percorso politico alle spalle. Non le sembra che l’Europa stia arrivando un po’ tardi su questi temi, lasciando troppo spazio ad altri attori?
«Sì, l’Europa su alcuni fronti ha mostrato lentezza, anzi: non solo siamo in ritardo, in certi casi abbiamo anche sbagliato la rotta. Tutti vogliamo la pace, tutti vogliamo un ambiente pulito, ma dobbiamo anche capire che non possiamo semplicemente seguire le direttive di altri, come gli Stati Uniti. Abbiamo un alleato storico nell’Occidente, ma dobbiamo anche preservare la nostra autonomia strategica, anche nazionale. Questo significa investire di più nelle nostre industrie, sostenere la ricerca e prendere decisioni che non siano subordinate ad altre potenze».

A proposito di Stati Uniti, l’elezione di Trump ha riportato in auge alcuni temi complessi, come il protezionismo e i dazi. Molti prodotti italiani potrebbero essere colpiti. Lei come ha vissuto questa rielezione?
«Non sono mai una tifosa di quello che accade in altri Paesi, in premessa. Gli USA sono un partner fondamentale dell’Italia, in molti sensi, e sono un soggetto rilevante per l’Europa. C’è una differenza: pensiamo all’elettrico, ad esempio: è stato deciso in questo senso perché alcuni Paesi membri non hanno problemi di energia, come il Nord e la Francia. Ma l’Italia è prima nel biofuel…, attualmente non contemplato. Tornando all’elezione di Trump: io l’ho vista con favore, perché mette l’Europa di fronte a domande semplici, quasi rozze: “Qual è l’interesse della mia nazione (o della mia lobby)?”. E risponde agendo di conseguenza. Uno dei suoi primi atti è stato l’uscita dagli accordi di Parigi sul clima, con la motivazione che, se la Cina non li rispetta, allora perché gli USA dovrebbero autolimitarsi? Questo tipo di ragionamento porta inevitabilmente a tensioni con l’Europa, che invece sta cercando di mantenere un forte impegno ambientale, a discapito degli interessi nazionali. Secondo me, è uno scossone sano. Ci voleva».
E qui torniamo al tema della transizione ecologica. Secondo lei, l’Europa sta facendo abbastanza in termini ambientali?
«Io farò di tutto affinché emergano le esigenze “dal basso”: l’Europa sta cercando di fare molto, ma a volte le sue politiche non tengono conto della realtà industriale. Ad esempio, abbiamo ridotto drasticamente la produzione di alluminio e acciaio, ma poi siamo costretti a importarlo dalla Turchia, dove viene prodotto con processi molto più inquinanti. Questo non ha senso. Noi in Italia abbiamo una delle legislazioni più avanzate sul riciclo, mentre a livello europeo c’è ancora molto da fare».
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Infine, lei fa parte della Commissione per i Rapporti con Israele. Qual è la posizione dell’Europa in questo delicato contesto geopolitico?
«Israele è il baluardo dell’Occidente, è parte dell’Europa, noi abbiamo radici giudaico cristiane. Oggi è la prima linea dei valori occidentali. Il fondamentalismo islamico è aggressivo ed è all’interno delle istituzioni europee, che finanzia enti che favoriscono l’antisemitismo. E questo per me è inaccettabile e sarò sempre molto attenta».
Se le due europarlamentari hanno espresso opinioni diverse, i temi centrali sui quali l’Unione Europea deve ragionare e decidere sono evidenti e chiari. Soprattutto, è evidente e chiaro che non c’è più molto tempo.
di: Giulia GUIDI
FOTO: Ansa

