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    Sotto il cielo di Ustica

    Micaela FerraroDi Micaela FerraroGiugno 27, 2025
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    Quattro decadi dopo la strage del 27 giugno 1980, ancora non conosciamo tutta la verità: cosa è accaduto al volo IH870 e perché nessuno è riuscito a sfondare il muro di gomma dei depistaggi?

    Sono passati 45 anni e per quanto nell’immaginario comune quattro decadi siano un tempo decisamente lungo, a volte non lo sono abbastanza. Ci sono situazioni in cui quarant’anni non sono niente: come se a un certo punto la Storia si fosse fermata, il meccanismo si fosse inceppato, il tempo e lo spazio si fossero sovrapposti dando vita a un loop temporale che si ripete sempre uguale. Intorno il mondo ha continuato ad avanzare, ma non lì: nei cieli sopra Ustica è ancora il 27 giugno del 1980. Nei cieli sopra Ustica sarà sempre il 27 giugno 1980. 

    Il volo Itavia IH870, destinato a diventare così tristemente famoso, era decollato alle 20:08 dall’aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna. Aveva due ore di ritardo ma la rotta era molto breve: sarebbe dovuto arrivare alle 21:13 a Palermo. Si trattava di un DC9 con a bordo 81 persone: 64 passeggeri adulti, 11 bambini (tra i due e i 12 anni), due infanti sotto i due anni e quattro uomini dell’equipaggio. 81 persone dirette in Sicilia, 81 persone che non sarebbero mai tornate a casa. Poco prima delle 21, a un quarto d’ora di distanza dal traguardo, del volo 870 si perdono le tracce. La mattina dopo il panico che ha investito quella notte i parenti dei passeggeri e gli addetti ai lavori si riverbera come un’onda su tutta Italia tramite i titoli delle prime pagine dei giornali: si parla di disastro aereo, si parla di tragedia, si parla di strage. Gli interrogativi vengono in un primo momento sedati dalla triste verità che gli incidenti possono accadere, che “a volte gli aerei cadono”. L’Aeronautica Militare parla di “cedimento strutturale”: un velivolo vecchio, qualcosa che non ha funzionato come avrebbe dovuto; lo spettro della cattiva manutenzione si fa avanti e sembra convincere, le indagini quasi si adagiano su questo, e il sospetto diventa concreto, abbastanza da portare nel gennaio del 1981 alla chiusura e al fallimento della compagnia aerea Itavia. 

    Tuttavia qualcosa che non torna c’è: quella notte già intorno alle 22 il personale di Roma aveva sentito “traffico americano” nella zona di sorvolo dell’IH870. Qualcuno avanza l’ipotesi di una bomba. Altri ancora parlano di un missile. E poi, il 18 luglio del 1980, nemmeno un mese dopo la tragedia di Ustica, sui monti della Sila in Calabria (località Timpa delle Magare, per la precisione) viene ritrovato il relitto di un Mig 23 libico. Si sospetta che l’aereo sia precipitato proprio la sera del 27 giugno e che abbia giocato un ruolo nella tragedia del DC9 partito da Bologna. Inizia così una vicenda giudiziaria che attraversa i decenni per arrivare fino a noi, 44 anni dopo, senza che sia ancora stata scritta la parola “fine”. 

    La tragedia giudiziaria di Ustica

    Ustica è una tragedia su molti livelli. Una tragedia umana, sicuramente, con 81 vite perse. Ma è anche una tragedia istituzionale: quella di un Paese che non è stato in grado non solo di proteggere ma anche di dare una risposta a quella strage. Ripercorriamo per date la vicenda giudiziaria di Ustica, partendo dall’estate del 1986, quando iniziò l’operazione di recupero del relitto nel mar Mediterraneo. Nei sei anni precedenti dagli Usa era arrivata una perizia in cui veniva rivelata la presenza di un caccia sconosciuto accanto al DC9 al momento dell’esplosione e la commissione ministeriale predisposta aveva scartato l’ipotesi del cedimento strutturale per sposare invece quella dell’esplosione: rimaneva da chiarire se si fosse trattato di un’esplosione esterna (un missile) o interna (una bomba posizionata a bordo). 

    Fu un’inchiesta giornalistica – con una grande pressione sull’opinione pubblica – a indicare il DC9 come vittima di un’operazione militare. Un gruppo di politici e di intellettuali si rivolse con un appello all’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga perché “qualsiasi dubbio anche minimo sull’eventualità di un’azione militare lesiva di vite umane e di interessi pubblici primari fosse affrontato”.  L’operazione di recupero del relitto venne affidata a due navi e a un sottomarino di una società francese che venne poi fuori essere legata ai servizi segreti. Due anni dopo venne fondata l’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica perché, come disse la presidente Daria Bonfietti, sorella di una delle vittime, “appariva sempre più chiaro che coloro che lottavano contro la verità esistevano, erano esistiti fin dagli istanti successivi il disastro e operavano a vari livelli, nelle nostre istituzioni democratiche, per tenere lontana, consapevolmente, la verità”. L’opinione pubblica ebbe un ruolo rilevante e cruciale in questo momento di passaggio; l’operazione di recupero venne svolta in due diverse campagne a 3.700 metri di profondità e nel 1991 era ormai stato acquisito il 96% del relitto del DC9. 

    Nel frattempo a partire dal marzo del 1989 la Commissione parlamentare Stragi, presieduta dal senatore Libero Gualtieri, segnalò comportamenti di militari italiani in servizio presso alcuni centri radar, che vennero accusati di aver occultato la verità su quella notte nei cieli italiani. La Magistratura era dello stesso avviso: riteneva che la mancata ricostruzione delle cause del disastro fosse da attribuire a un generale depistaggio, seguito da inquinamento delle prove, messo in atto da appartenenti all’Aeronautica Militare Italiana. Nell’inverno del 1992 una settantina tra ufficiali e sottufficiali dell’Aeronautica venne incriminata per depistaggio, distruzione di prove e falso. Sette generali andarono incontro all’aggravante dell’alto tradimento, perché “dopo aver omesso di riferire alle Autorità politiche e a quella giudiziaria le informazioni concernenti la possibile presenza di traffico militare […], l’ipotesi di una esplosione coinvolgente il velivolo e i risultati dei tracciati radar, abusando del proprio ufficio, fornivano alle Autorità politiche informazioni errate”. 

    Tra il 1994 e il 1997 si stabilì l’ipotesi più accreditata: vale a dire quella secondo cui il DC9 la sera della strage volò per almeno un’ora “all’interno di un vero scenario di guerra”. Era il risultato di 17 anni di lavoro racchiuso in un dossier completo composto da 700 cartelle di analisi sui dati radar e tremila pagine di allegati. L’ipotesi sembra essere confermata nel dicembre dello stesso anno, quando un supplemento di perizia conferma l’affollamento di velivoli nei cieli italiani, quasi tutti con i transponder spenti per evitare l’identificazione. 

    Dopo la chiusura dell’indagine, nel 1999 il giudice Rosario Priore stabilì che “l’incidente al DC9 era occorso a seguito di azione militare di intercettamento”. Il velivolo era stato coinvolto in un’azione militare e un missile ne aveva causato la caduta. 

    Il processo per la strage di Ustica

    Il processo iniziò il 24 settembre del 2000 davanti alla terza Corte d’assise di Roma presieduta da Giovanni Muscarà. La Corte rimise gli atti ai pm per le posizioni dei cinque militari accusati di falsa testimonianza, che vengono processati con il rito previsto dal nuovo Codice di procedura penale. Era il 1 dicembre del 2000. Il 19 dicembre del 2003 i pm chiedono la condanna a 6 anni e 9 mesi di reclusione per due dei quattro generali dell’Aeronautica coinvolti, Lamberto Bartolucci e Franco Ferri. Viene chiesta invece l’assoluzione per gli altri due, Corrado Melillo e Zeno Tascio. Il 30 aprile del 2004 la seconda Corte d’assise di Roma derubricò il reato di attentato agli organi costituzionali con l’aggravante dell’alto tradimento. Per Bartolucci e Ferri venne disposto il non luogo a procedere; Melillo e Tascio vennero assolti. Gli imputati furono tutti prosciolti per prescrizione e all’inizio del 2006 vennero assolti dalla Cassazione. 

    Nessuna giustizia

    Quando per 81 vite spezzate non si trova nemmeno un colpevole è difficile parlare di giustizia e quella formula di assoluzione, “il fatto non sussiste” acquisisce le stesse sfumature di una presa in giro. Eppure andò proprio così: il 15 dicembre del 2005 Bertolucci e Ferri, generali dell’Aeronautica, vennero assolti dall’accusa di aver depistato le indagini e il 10 gennaio del 2007 l’assoluzione divenne definitiva anche davanti alla Cassazione. Sono, a tutti gli effetti, innocenti. Ma questo non risolve la storia: perché se non c’è nessun colpevole allora come spiegarsi la morte di quelle 81 persone? La strage di Ustica non ha mai smesso di agitare gli animi e il 2 maggio 2010 in un film-inchiesta, il presidente emerito della Repubblica Cossiga raccontò di un “aereo francese” che “si era messo sotto il DC9 per non essere intercettato dal radar dell’aereo libico che stava trasportando Gheddafi. Ad un certo punto lancia un missile per sbaglio, volendo colpire l’aereo del presidente libico”. A seguito di questa dichiarazione, il 1 luglio del 2010 venne aperta una nuova indagine sulla strage, condotta dal ministero della Giustizia su richiesta della procura di Roma. Vennero inoltrate quattro rogatorie internazionali negli Stati Uniti, in Francia, in Belgio e in Germania. Un anno dopo, il 17 giugno del 2011, un documento ufficiale della Nato – mostrato per la prima volta dal giornalista Andrea Purgatori su Rai3 – dichiarò che c’erano 21 aerei militari in volo quella notte sopra i cieli di Ustica: cinque sconosciuti, gli altri americani e inglesi. A inizio 2013 la Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dal ministero della Difesa e delle Infrastrutture e ribadisce che i parenti delle vittime vanno risarcite perché la tesi secondo la quale fu un missile ad abbattere il DC9 dell’Itavia “è abbondantemente e congruamente motivata”. Ai familiari di alcune delle vittime sono destinati più di 17 milioni di euro, somma che viene riconfermata ancora dalla Corte d’appello di Palermo che boccia l’ennesimo ricorso, questa volta arrivato dall’Avvocatura di Stato. Nel maggio del 2018, inoltre, le sezioni unite civili della Cassazione stabiliscono che i ministeri delle Infrastrutture e della Difesa devono versare 265 milioni di euro di risarcimento alla compagnia aerea Itavia, che secondo la Cassazione appunto potrebbe essere fallita in seguito alla “significativa attività di depistaggio” sviluppatasi intorno al disastro.  (Alla fine, in tutto, Itavia avrebbe ottenuto 330 milioni ma la sua drammatica storia non si sarebbe affatto conclusa così: due ex componenti del consiglio di amministrazione sarebbero finiti sotto accusa qualche anno dopo perché avrebbero usato parte di quel denaro per coprire debiti bancari per la loro scalata societaria e per fare acquisti di lusso, dai rolex ai soggiorni in resort a cinque stelle in giro per il mondo). 

    Le nuove prove

    In occasione del 44esimo anniversario, un ex addetto militare dell’ambasciata di Francia a Roma alla fine degli anni ’80 ha dichiarato che lo Stato Maggiore italiano gli chiese di chiedere allo Stato Maggiore francese il rilevamento radar di quella notte. “Il colonnello francese mi ha detto che dal momento che la base di Solenzara era chiusa, è stato comunicato allo Stato Maggiore italiano che il radar era in manutenzione”. La nuova fonte dichiara anche che dalla Francia “mi hanno detto di rispondere agli italiani che il radar era in manutenzione e punto“. Si tratta di una svolta importante, rivelata per la prima volta su RaiTre nel programma “Ustica – Una breccia nel muro“. Il teste apre una breccia fondamentale nel “muro di gomma” che, come abbiamo visto, da oltre 40 anni circonda la tragedia di Ustica. L’ex addetto militare dell’ambasciata di Francia ha dichiarato che è tutto avvenuto “per telefono“.

    L’ex premier Giuliano Amato in audizione al Copasir. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

    Secondo quanto emerso dunque non era vero che i radar fossero spenti, come detto all’epoca: si trattava di una bugia inventata per cavarsela a causa del silenzio che era stato imposto dalla gerarchia militare. Il ruolo della Francia diventa dunque più chiaro e più grave e non è la prima volta che questa tesi viene affermata: il 2 settembre del 2023 l’ex premier e presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato ha accusato i francesi di aver abbattuto il DC9 Itavia con un missile. Amato era stato smentito in un primo momento e lui stesso aveva dovuto ammettere di non avere nuovi elementi di indagine e di aver parlato di un’ipotesi. Ma la confessione seppur tardiva dell’ex addetto militare dell’ambasciata francese sembra riaprire la partita dopo l’apparente scacco.

    La presidente dell’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica, Daria Bonfietti, ha dichiarato alla stampa: «purtroppo avviene tutto troppo tardi, ma chi finalmente ha voglia di raccontare il ruolo che ha avuto, visto che sono anche uomini delle istituzioni, farebbe solo il proprio dovere. Continuiamo a dire che manca un pezzo di verità perché manca solo l’autore materiale o gli autori dell’abbattimento di un aereo civile in tempo di pace, come ci consegna nel 1999 un giudice della Repubblica, Rosario Priore, nella sua ordinanza. Sono passati altri 25 anni, aspettiamo la possibilità di leggere tutta la verità sugli autori materiali. Dopo 16 anni, la magistratura ha riaperto nel 2008 le indagini dopo le dichiarazioni di Cossiga ma ancora non sono concluse. Un’altra nostra richiesta, in questi giorni, è chiudere le indagini e consegnare le cose fatte finora: le parti devono conoscere e poter giudicare le attività svolte».

    di: Micaela FERRARO

    FOTO: ANSA/SHUTTERSTOCK

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