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    Una mostra per decostruire il colonialismo

    Flavia Dell'ErtoleDi Flavia Dell'ErtoleGiugno 23, 2025
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    Smontare luoghi comuni e retorica intorno al colonialismo portoghese, questo lo scopo della mostra “Decostruire il colonialismo, decolonizzare l’immaginario”

    Nel 1974 la Rivoluzione dei Garofani segnava la fine della lunghissima dittatura in Portogallo; nel 2024 le celebrazioni del 50esimo anniversario da quel 25 aprile hanno interessato tutto il Paese, ma mancava qualcosa. Un particolare non era stato celebrato a dovere: la fine del colonialismo portoghese. Con la caduta del regime, infatti, le colonie africane hanno potuto ottenere, non senza difficoltà, l’indipendenza.

    La riflessione di un nutrito gruppo di storici ed esperti della lingua, della letteratura e della cultura del Portogallo ha portato a un’estensione al 2025 delle celebrazioni, così da dare il giusto risalto anche ai 50 anni dell’indipendenza delle ex-colonie africane di lingua portoghese. 

    Leggi anche: L’altro 25 Aprile e Storia di una Rivoluzione

    Per celebrare, per aprire una riflessione storica sulla dimensione colonialista e soprattutto per smentire luoghi comuni e narrazioni false sul colonialismo portoghese è nata la mostra “Decostruire il colonialismo, decolonizzare l’immaginario” visitabile a Pisa, presso la Biblioteca di Storia e Filosofia fino al 30 giugno. Ne abbiamo parlato con la professoressa ordinaria di Letteratura portoghese, brasiliana e di espressione lusofona dell’Università di Pisa, Valeria Tocco e i coordinatori della traduzione di alcuni dei pannelli dell’esposizione: la ricercatrice a tempo determinato di tipo A di Letteratura portoghese, brasiliana e di espressione lusofona, Sofia Morabito, e il ricercatore a tempo determinato di tipo A di Lingua, linguistica e traduzione portoghese/brasiliana Matteo Migliorelli.

    «Un gruppo di storici e storici della letteratura in Portogallo si è reso conto che l’Africa e la decolonizzazione non era contemplata nelle manifestazioni celebrative del 50esimo anniversario della Rivoluzione dei Garofani – spiega la professoressa Tocco – e ha voluto allargare queste celebrazioni al 2025 così da celebrare i 50 anni dalla decolonizzazione. Il Centro di Studi sull’Africa e sullo sviluppo, il Museo nazione dell’etnologia, la Commissione delle celebrazioni dei 50 anni del 25 Aprile e il Centro di studi comparati dell’Università di Lisbona hanno organizzato questa grande esposizione di cui questa, ospitata a Pisa, è una sezione itinerante, la traduzione della versione che in Portogallo sarà diffusa nelle scuole».

    «La mostra, che nasce dall’idea del professor Luca Fazzini e della professoressa Valeria Tocco di creare una mostra itinerante, è stata finanziata dall’AISPEB, l’Associazione Italiana Studi Portoghesi e Brasiliani. Attualmente si trova a Pisa, poi sarà visitabile a Roma, Bologna, Napoli, Genova e Torino, infine tornerà a Pisa e sarà integrata con l’orientamento delle scuole superiori all’Università» aggiunge Matteo Migliorelli. 

    «La traduzione italiana della mostra itinerante nasce dalla collaborazione e dal lavoro di alcuni studenti e studentesse delle Università italiane e alcuni studenti e studentesse italiani che si trovano attualmente a Lisbona che sono stati coordinati, a Pisa, da me e da Matteo Migliorelli, a Lisbona dal professor Luca Fazzini, e per le altre sedi universitarie da Noemi Alfieri ed Eugenio Lucotti. Le nostre studentesse hanno tradotto dal pannello 14 al pannello 21, le traduzioni sono state revisionate in primo luogo da me e da Matteo poi è stata fatta una revisione generale di tutte le traduzioni dei pannelli da Valeria Tocco e da Luca Fazzini» conclude Sofia Morabito.

    I 30 pannelli della mostra analizzano in maniera pedagogica, lasciando al visitatore spazio di interpretazione, la presenza portoghese in Africa tra XIX e XX secolo. Ogni sezione intende rovesciare la narrazione e la propaganda che, ancora oggi, accompagna l’immagine del Portogallo coloniale.

    Professoressa Tocco, perché questa mostra è così importante? E qual è la situazione delle ex colonie africane a distanza di cinquant’anni dalla loro indipendenza?
    «È importante perché ricorda quanto il colonialismo sia stato pervasivo durante tutta l’esistenza del Portogallo, anche durante la dittatura. Il Portogallo inizia effettivamente a essere presente, in modo un po’ più consistente, sul territorio africano a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Questo vuol dire che parliamo di un colonialismo che si rende più solido in particolare attorno agli anni della conferenza di Berlino, appunto gli anni ‘80 dell’Ottocento, e da quel momento in poi la presenza portoghese in Africa è stata massiva. Parliamo di una presenza che ha scombinato gli equilibri locali dell’Africa subsahariana. Questa mostra dunque è importante perché, a volte, ci si dimentica come il Portogallo alla stregua di Inghilterra, Francia e Olanda sia stato un grande Stato imperialista. La dimostrazione di queste “dimenticanze” è che durante l’organizzazione delle celebrazioni della fine della dittatura più lunga d’Europa iniziata da António de Oliveira Salazar e finita con la Rivoluzione dei garofani – una rivoluzione incruenta che ha visto il regime cadere su se stesso – ci si è dimenticati del fatto che la fine della dittatura abbia determinato l’accesso all’autodeterminazione per le colonia che, fino a quel momento, erano a tutti gli effetti ancora appunto colonie, in barba alle censure dell’Onu che il Portogallo aveva ricevuto dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi. 
    Il rapporto che il Portogallo ha mantenuto con le ex colonie è stato ambivalente. Va ricordato che dopo l’indipendenza in Angola, Mozambico, Guinea-Bissau, Capo Verde e São Tomé e Príncipe si sono instaurati dei regimi di tipo comunista, la fondazione di Repubbliche Popolari ha reso difficili i rapporti con l’Occidente. Il Portogallo ha dapprima tentato di essere un mediatore, con scarsi risultati. Al giorno d’oggi però i rapporti sono migliorati, molti leader sono scomparsi, gli equilibri cambiati. Ad esempio l’Angola ha stabilito con il Portogallo numerosissimi accordi di tipo economico e commerciale».

    Il colonialismo portoghese ha delle peculiarità che lo rendono diverso, ad esempio, da quello britannico? 
    «Uno dei miti che questa mostra intende sfatare è proprio l’idea che il colonialismo portoghese sia stato più “soft” rispetto a quello inglese, per esempio. La mostra è suddivisa in 7 aree tematiche, ciascuna delle quali vuole commentare, glossare e smentire alcuni dei luoghi comuni che sul colonialismo portoghese vengono detti. Uno dei maggiori è quello del colonialismo soave, del colonialismo buono. Non è affatto così e si sa da tempo che non era affatto così, ma ovviamente fino al 1974 il regime ha corroborato questa idea, anche grazie alla teoria, nata in Brasile dal sociologo Gilberto Freyre, del lusotropicalismo. Secondo questa logica i portoghesi ai tropici riescono a instaurare un rapporto con le popolazioni locali meno antagonista, per questioni di clima, di indole. Invece il colonialismo portoghese è stato cruentissimo, come tutti i colonialismi, tutti gli imperialismi. Non c’era un apartheid evidente come sarebbe stato in Sudafrica, ma comunque c’erano cittadini serie A e cittadini di serie B; alcuni avevano accesso a determinate posizioni, altri no. Esisteva la tortura, così come un capillare controllo della polizia politica ed esistevano campi di concentramento per prigionieri politici; esisteva il lavoro forzato come anche una rete di deportazioni di intere popolazioni, intere tribù. Il colonialismo portoghese dunque, come tutti i colonialismi, è stato terribile. Ha determinato l’annientamento delle lingue e della cultura locale».

    In Italia si dice spesso che non si siano fatti i conti con il fascismo. In Portogallo qual è la situazione? Sono stati fatti i conti con la dittatura e con il colonialismo?
    «Con il colonialismo ancora non molto. Dopo il 25 aprile si sono avviate le trattative per la decolonizzazione immediata e si è creato anche un fenomeno molto dirompente, traumatico, quello dei cosiddetti retornados, cioè i rimpatriati. Parliamo di cittadini portoghesi che non potevano più restare nei luoghi dove avevano sempre vissuto e potevano portare con sé solo poche cose, lasciando dietro di sé case, imprese, tutta una vita. Così una massa di popolazione si è ritrovata catapultata in Portogallo, un Paese molto chiuso, ignorante, che non aveva mai visto, spesso queste persone non erano nemmeno nate in Portogallo. La situazione sociale divenne esplosiva, con frizioni tra la popolazione rimpatriata – che non si sentiva portoghese e non veniva accettata dai portoghesi – e i portoghesi. Un aspetto che ha colpito soprattutto la componente nera della popolazione. Questo per dire che il Portogallo sta iniziando a fare i conti con la sua storia coloniale a partire da un fenomeno di tipo letterario. Le nuove generazioni, quindi le seconde generazioni nate in Portogallo da famiglie di origine africana, stanno iniziando a vedere il loro rapporto con l’Africa in modo diverso. Si assiste così a una sorta di presa di coscienza distaccata, anche oggettiva, di quello che è stato realmente il colonialismo portoghese e in questo panorama si inserisce questa mostra che punta a far crollare certe narrazioni e aiuta a fare i conti con questo passato».

    Proprio a proposito della narrazione del colonialismo, fino a relativamente pochi anni fa si continuava a parlare di bianchi civilizzatori e popoli barbari praticamente incapaci di opporsi. Come si è sviluppata questa nuova narrazione?
    «Adesso effettivamente si sanno molte più cose rispetto anche a pochi anni fa, anche perché per un lungo periodo si era preferito cancellare, come una sorta di rimozione collettiva, perché si trattava di una ferita ancora aperta nella società portoghese determinata soprattutto dalla guerra coloniale. Sono stati 13 anni di guerra in cui la leva era di 27 mesi, una guerra combattuta nella foresta, dove il nemico era invisibile, una guerra che ha decimato un’intera generazione tra i morti e quanti hanno riportato ferite indelebili a livello psicologico. Una sezione della mostra è dedicata proprio a questo tema degli “altri selvaggi” e “noi civilizzati” e mostra quanto fosse falso; vengono analizzate anche le azioni di resistenza prima dello scoppio della guerra coloniale con le manifestazioni, gli scioperi, tutti soppressi nel sangue. In Portogallo però non si sapeva quasi nulla di quanto succedesse in Africa e adesso si è ricostruita tutta la storia grazie a una nuova generazione di storici che sta portando alla luce tutte queste questioni».

    L’ultima domanda, inevitabilmente, è sul colonialismo dei giorni d’oggi. Si parla ancora di colonialismo oltre che in Medio Oriente anche ad esempio per l’atteggiamento di Trump con il Canada… 
    «Non è una questione semplice e dipende da cosa si intende per colonialismo. Oggigiorno il colonialismo ha assunto forme diverse, non si tratta più di un’occupazione territoriale o di voler imporre la propria politica con la forza. Al giorno d’oggi ci sono mille modi di controllare i territori altrui senza invaderli fisicamente, soprattutto con questioni di tipo economico. Secondo me oggi il Portogallo non ha una grandissima forza economica per riuscire a imporre un nuovo colonialismo nei Paesi di lingua portoghese. Può offrire, come ha sempre offerto, aiuti economici probabilmente per controllo e, soprattutto, per proteggere se stesso da un altro tipo di colonialismo di cui ha sempre sofferto, ovvero quello esercitato da Paesi di lingua inglese. La presenza portoghese in Mozambico o in Angola è ascrivibile, più che alla volontà di ricolonizzare, a una volontà di esercitare su questi Paesi un’azione di controllo territoriale economico. Secondo me si tratta di un tentativo di mantenere le due aree di lingua portoghese all’interno di un contesto economico-politico di lingua inglese, alla stregua della Guinea-Bissau nell’ambito del francese. Al netto di questo, la mentalità di alcuni politici è ancora impregnata di colonialismo. Ci si stupisce, a volte, di alcune affermazioni, di come non ci si renda conto di quanto ancora si è impregnati di mentalità di tipo colonialista».

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