Quattordici giorni, nove Stati e dieci città: un viaggio attraverso i Balcani fino alla Cappadocia, senza auto e con una tabella di marcia quasi perfetta. Almeno sulla carta.
Fra me e il mio ragazzo funziona così: lui è quello delle grandi idee, io quella che non vede l’ora di trasformarle in realtà. Lui è la mente e io il braccio. Ed è così che è nato il nostro viaggio Ravenna-Cappadocia e ritorno, solo ed esclusivamente utilizzando i mezzi di trasporto.
Sulla carta sembrava possibile, difficile ma possibile, così ho cominciato a creare l’itinerario perfetto. Avevamo 14 giorni e dovevamo attraversare 9 Stati e visitare 10 città. Sono serviti mesi di organizzazione. Era necessario avere una tabella di marcia che lasciasse ben poco spazio all’immaginazione e all’errore.
Ovviamente, come quasi ogni italiano lavoratore, l’unico periodo in cui avremmo potuto fare questo viaggio era il fantomatico mese di agosto. E com’è agosto in Italia, ma soprattutto in Europa? È alta stagione: i prezzi schizzano alle stelle, è necessario prenotare ogni cavillo, ci sono più italiani all’estero che nel Paese d’origine, gli spostamenti sono ridotti e le attese alle frontiere possono durare ore. Se solo un mezzo avesse tardato, fosse stato cancellato o rimandato, il viaggio sarebbe potuto andare a rotoli.
E così siamo partiti.
Mi piacerebbe condividere ogni tappa dell’itinerario, ma sarebbe impossibile farlo senza scrivere un poema greco. Perciò ho deciso di raccontare non tanto il percorso, quanto ciò che abbiamo imparato percorrendo una strada mai solcata prima.
Attraversando i Balcani
Ogni chilometro fuori dall’Italia era un viaggio nei tempi passati. Più ci addentravamo nei Balcani, da Lubiana a Zagabria, Belgrado e infine Sofia, più sembrava di tornare indietro nel tempo. Quasi niente pagamenti elettronici, mezzi vecchi e arrugginiti, gatti randagi in ogni angolo, tralicci con fili ad altezza uomo. Ma anche birra super economica, paesaggi spettacolari, piazze monumentali, piatti di carne enormi e locali free smoke.
Tutto stava andando alla perfezione. I mezzi, nonostante fossero fatiscenti e gli autisti non spiccicassero una parola di inglese, non hanno mai fatto un minuto di ritardo e hanno attraversato le frontiere velocemente grazie alla corsia preferenziale per i bus. Sembrava che bastasse essere svegli e organizzati per far andare tutto liscio.
Una notte sull’Istanbul Express

Poi siamo finalmente arrivati al sesto giorno: quello in cui saremmo saliti sull’Istanbul Express, il treno notturno che collega Sofia a Istanbul. Io e il mio compagno avevamo prenotato una cuccetta privata.
Quando siamo saliti ci siamo sentiti catapultati in un altro mondo. Stavamo andando a Hogwarts. Abbiamo percorso un corridoio panoramico fino a quando il macchinista non ci ha mostrato la nostra cuccetta. Un paio di sedili ci salutavano, vecchi e impolverati ma meravigliosi. Girandoli, si trasformavano in un letto. Ci siamo sistemati e, con la porta socchiusa, un inserviente ci ha chiesto se volessimo qualcosa da bere o da mangiare. Nella nostra testa è risuonato immediatamente come: «Qualcosa dal carrello, cari?».
Abbiamo dormito divinamente, salvo la sveglia alle tre del mattino per il controllo dei passaporti. Alle dieci del mattino siamo arrivati a Istanbul. Una città caotica, in cui è quasi impossibile camminare l’uno accanto all’altro senza incappare nella spalla di uno sconosciuto, piena di gatti, profumi, colori, contraffatto e schiamazzi: una città da perderci la testa. Dopo giorni di spostamenti ci siamo rilassati nella vecchia Costantinopoli, godendoci la colazione in hotel e le passeggiate per l’enorme centro.
Finalmente la Cappadocia

Dopodiché, con un terrificante bus notturno, siamo arrivati nel Gran Canyon della Turchia. Abbiamo trascorso tre giorni a Göreme, in Cappadocia, fra il relax nell’hotel incavato nella roccia, l’horse riding al tramonto nel deserto turco e l’incredibile vista all’alba sulle mongolfiere.
A malincuore, dopo aver sorseggiato vino sublime e assaggiato sapori unici, siamo ripartiti. Eravamo a metà del viaggio ed era giunto il momento di avvicinarci, giorno dopo giorno, a casa. Abbiamo attraversato la Grecia passando per Salonicco e poi l’Albania attraverso Saranda. Ed è qui che sono iniziati i problemi. A parte la delusione provocata da Salonicco, una città portuale che non ci ha trasmesso granché, abbiamo cominciato ad avere i primi veri problemi con i mezzi.
L’Albania e l’inizio degli imprevisti

L’Albania ci ha portato al limite fisico e mentale. Ci siamo ritrovati ad affrontare sfide quasi impossibili ed è stato così fino al giorno del rientro. Ma andiamo con ordine.
Arrivare in Albania è stato allucinante. I mezzi non hanno denominazioni o numeri: bisogna chiedere, sperare di farsi capire e affidarsi al divino. La gestione degli autobus è impossibile da credere finché non la vivi. Anche se hai un unico biglietto senza cambi, c’è la possibilità che ti facciano saltare da un bus all’altro e l’unica cosa che puoi fare è fidarti, sperando che non ti mandino al famoso Timbuktu degli Aristogatti. Potrebbero anche farti scendere dal bus per farti salire su un’auto privata. Non dico altro.
Una volta miracolosamente arrivati, era il momento di goderci Saranda, anche se soltanto per una notte e un pranzo, prima di partire per il Montenegro. Eravamo distrutti. Erano le tre di notte e siamo subito andati a dormire.
Il mattino successivo ci siamo alzati abbastanza presto e, prima di pranzo, volevamo accertarci di sapere dove avremmo dovuto prendere il bus. Tuttavia, sui biglietti non c’era nessun indirizzo di partenza. Così abbiamo cominciato a cercare, chiedere, chiamare. Mancava solo un’ora alla partenza e non sapevamo dove andare.
A un certo punto abbiamo capito qualcosa. Abbiamo cominciato a correre e preso un bus locale, umido e stipato a tal punto che le porte sono rimaste aperte per tutto il tragitto. Siamo saliti su un altro autobus, lento e rumoroso, e dopo un’ora ci siamo ritrovati ad aspettare il cambio. Ma il cambio, in quell’autostazione che non era altro che una pensilina, non c’era.
Così abbiamo cercato, cercato e cercato ancora. Non mangiavamo nulla da ore ed erano ormai le due del pomeriggio. Faceva un caldo assurdo, avevamo dieci chili sulle spalle, eravamo senz’acqua da ore e lo stomaco era vuoto. Non sapevamo cosa fare. Non sapevamo dove andare.
Dopo quelli che sembravano secoli abbiamo trovato uno straccio di indicazioni. Le abbiamo seguite e ci hanno portati verso il nulla cosmico.
Il primo grande insegnamento del viaggio
Ed ecco che, proprio in quel momento, è arrivato il primo, e forse il più grande, insegnamento di quel viaggio-avventura. Non abbiamo mollato e abbiamo continuato a camminare. E alla fine abbiamo capito che a volte, quando te lo meriti, quando te lo meriti davvero, il mondo ti fa un regalo.
Siamo arrivati, dopo una lunga salita, in un ostello. Abbiamo sentito rimbombare della musica. C’erano decine e decine di ragazzi sorridenti ad accoglierci, un piccolo bar al centro con il tetto di sterpaglie. Era tutto colorato. Poi abbiamo visto una scritta: «Per l’autobus lasciare i bagagli qui».
Non ci potevamo credere. Abbiamo alleggerito le spalle, ordinato due birre ed eravamo in Paradiso, più innamorati della vita che mai. Ce l’avevamo fatta ed eravamo nel miglior posto del mondo.
Il ritorno a casa

Arrivati poi in Montenegro, a Dulcigno, abbiamo passato tre giorni d’incanto, fra mare limpido, cibo meraviglioso e vino paglierino.
E il ritorno a casa? Evidentemente dovevamo meritarcelo, perché è stato un disastro. Dieci ore fermi alla frontiera croata in coda a causa del traffico. Poi siamo scesi dal bus perché eravamo in ritardo, zaino in spalla, abbiamo camminato fino alla frontiera, fatto controllare i passaporti a piedi, preso un taxi per l’aeroporto e, infine, preso il volo all’ultimo momento.
A casa ci siamo tornati: stremati, abbronzati, felici, con la consapevolezza di aver fatto il viaggio più bello della nostra vita. Probabilmente non faremo mai più niente del genere, ma ne è valsa la pena.
La vita ci ha fatto un regalo e ci ha insegnato che, per quanto tu possa programmare tutto, ci sarà sempre qualcosa che andrà storto. E che, a volte, l’unica cosa da fare è continuare a camminare.
Perché magari, proprio dietro quella salita, ti aspettano due birre fredde, della musica nel posto più bello del mondo e, accanto a te, la persona con cui condividere tutto.

