Arriva finalmente quel Giovedì 10 Settembre, data da circoletto rosso per chi custodisce nello smartphone il biglietto introvabile per il live de i cani, e in città si scatena l’inferno: cade in 6 ore la pioggia prevista per un intero mese, portandosi dietro quello squisito carosello romano di strade allagate, metro chiuse, traffico in tilt e annunci funebri della protezione civile.
Un lampo di luce (è un lampo di luce) / più forte del sole (è più forte del sole) /
Un colpo di tacco al rallentatore (che non fa rumore)
Inizia a farsi sera, il tam tam social si accende, il concerto è all’aperto – Possibile che sia confermato con questo diluvio??, ma da DNA Concerti, organizzatori di questo tour, arrivano rassicurazioni: noi ci siamo, Niccolò c’è, aspettiamo solo voi.
Rompo gli indugi, temporale o meno, mi metto alla ricerca di sneakers e calzini che giacciono in angolo da maggio, inutilizzati, e sono pronta a partire: ho accettato i quasi 10 anni di silenzio discografico, ma ora non posso restare a casa perché la musica de i cani mi accompagna da anni ma è dal vivo che dà il suo meglio.
Diec’anni di noia (sei anni di vita) / e autocombustione (senza il bel sesso) /
Un giorno di pioggia in cui torna il sole
[- Colpo di tosse]
Per permettere a tutti di raggiungere, non senza difficoltà, l’Auditorium Parco della Musica, l’inizio del live viene posticipato di mezz’ora e viene annullato l’opening act affidato ai Vascelli, e così che ci ritroviamo tutti all’ingresso della Cavea esattamente quando la pioggia cessa e si apre il cielo.
La cornice è perfetta, i riti scaramantici hanno funzionato e l’area si riempie fino alla capienza massima man mano che tutti prendono fiducia ed escono di casa.
Buio dopo il temporale
Alle 21.30 il profilo di Niccolò e della sua non-band si staglia puntualissimo in controluce sul palco, grazie a un set luci scenografico che non consentirà mai di vedere davvero in volto né lui né i musicisti per tutta la durata dello show: nessuna parola, nessuna introduzione, partono le note di Buio, seguite subito da Buco nero e Nella parte del mondo in cui sono nato. Siamo istantaneamente catapultati nelle atmosfere di Post Mortem, ultima fatica pubblicata (42 Records, 2025), che difinire con un solo genere forse è riduttivo. Un suono nuovo, concentrato di indie rock graffiante ed elegante synth-pop, mai banale, uscito a sorpresa senza interviste, foto o annunci che lo precedessero (in puro stile Contessa), che durante il live si mischierà con l’energia post punk degli esordi e i tempi sospesi dei dischi successivi, Glamour e Aurora.

Roma, vent’anni e le velleità
Sono proprio i brani pescati da Il sorprendente album d’esordio dei cani (42 Records, 2011) come Wes Anderson, Hipsteria, Le coppie e Post Punk ad infiammare il pubblico, i più giovani che affollano il parterre danno vita a principi di pogo mentre dalla tribuna con posti numerati si canta e si brandiscono telefoni, perché quando Niccolò suona questo disco c’è poco da fare: tutti saltano. Più tardi, quando arriverà il momento di I pariolini di 18 anni e a seguire l’apoteosi di Velleità, con le chitarre più distorte che mai e la batteria impazzita, diventerà palese come questa canzone si è imposta nel tempo come un inno generazionale per chi aveva 20 anni a Roma, nei primi anni 2000, e osservava una città fagocitante e rabbiosa, che ti obbligava a darti un tono, a metterti in uno spazio definito per prendere parte all’ingranaggio.
Le velleità ti aiutano a scopare / quando i soldi sono troppi o troppo pochi /
e non sei davvero ricco, / né povero davvero, / nel posto letto che non paghi per intero.
[-Velleità]
Per prendere fiato, tra una scarica di adrenalina e l’altra, arrivano Il posto più freddo e Non finirà, tratte da Aurora (42 Records, 2016), l’album più cinematografico e meno punk de i cani, che ha contribuito a portare la loro musica fuori dal circuito underground senza perdere il graffio né la disperazione e il disincanto, che restano il filo rosso di tutta la loro produzione discografica. Da Glamour (42 Records, 2013) arriva invece Corso Trieste, brano originariamente inciso con i Gazebo Penguins, che contiene una devastante finestra sulla nostalgia e sull’adolescenza in cui possiamo facilmente rispecchiarci.
La musica, senza tutto il resto
Mi colpiscono due momenti su tutti, l’esecuzione di Felice (da Post Mortem), scarna e struggente nella versione solo chitarra e voce, un filo di voce, che sembra sul punto di rompersi in pianto, e il finale dello show, affidato alle note e alle parole di Lexotan (da Glamour) che riescono in qualche modo a portare speranza nella disperazione, quando il momento di salutarci si avvicina.
Cercherò di ricordare che / nonostante tutto c’è /
La nostra stupida, improbabile felicità / la nostra niente affatto fotogenica felicità /
Sciocca, ridicola, patetica, / mediocre, inadeguata, inadeguata… felicità
[- Lexotan]
Sono le 23.30 e Niccolò è pronto a sparire di nuovo dopo 2 ore di live, tiratissime, senza fronzoli né sbavature: si gira verso il pubblico (come è accaduto raramente durante lo show) e spende pochissime parole, giusto per salutare e ringraziare della tenacia chi stasera ha scelto di esserci nonostante tutto. Presenta la band, si inchina e se ne va. Non ci sono chiacchiere vuote né bis, Niccolò è sul palco solo per la sua musica e ancor prima che l’ultima nota smetta di vibrare, lui è già sparito.
Nella società dell’ultra-esposizione, dei numeri esorbitanti, degli outfit rocamboleschi e degli show pirotecnici, concerti come questo aiutano a ricordare a cosa serve la musica: esprimere un’identità in un tempo e lasciare che altri ne sposino il ritmo e si riconoscano nelle parole. Obiettivo centrato al 100%.Domani sera (- Venerdì 11. NdR) l’Auditorium si prepara per ospitare il bis, mi risulta che ci sia ancora qualche biglietto disponibile e io vi consiglio di esserci. Anche se dovesse piovere.


