Don’t Look Back In Anger arriva a Venezia dopo il successo di Oasis Live ’25 e mostra ciò che il pubblico non poteva vedere: prove, backstage, palco e le prime interviste congiunte di Liam e Noel dopo oltre vent’anni.
Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sperato nella reunion impossibile di un gruppo che abbiamo amato. Speranze tanto improbabili quanto mitologiche, come quella dei Pink Floyd, sogno di intere generazioni, o degli Smiths, sogno mio.
Poi ci sono i ritorni in cui nessuno crede più davvero e che, proprio per questo, riescono a riaprire un pezzo di storia. Come quello degli Oasis nel 2025.
Dopo anni di dichiarazioni, smentite, frecciate reciproche e un livello di ostilità degno di Morrissey e Johnny Marr, la separazione sembrava destinata a durare per sempre. E invece Liam e Noel sono tornati insieme per Oasis Live ’25, un tour mondiale andato sold out in pochi minuti e capace di trasformare il ritorno della band di Manchester in uno degli eventi musicali più importanti dell’anno.
Ora quella storia arriva anche al cinema.
Oasis: Don’t Look Back In Anger, creato da Steven Knight, diretto da Dylan Southern e Will Lovelace e prodotto da Sam Bridger e Guy Heeley, sarà nelle sale italiane dal 10 settembre 2026, anche in IMAX, prima di arrivare successivamente su Disney+.
Da Parigi 2009 al ritorno degli Oasis

Foto di Harriet K. Bols
Per capire l’importanza di questo ritorno bisogna tornare indietro di sedici anni.
È il 28 agosto 2009 e la band di Manchester dovrebbe esibirsi al Rock en Seine di Parigi, ma sul palco non salirà mai. Dietro le quinte esplode l’ennesimo scontro tra Liam e Noel e poco dopo arriva l’annuncio della cancellazione del concerto. Noel lascia la band, il tour finisce lì e con lui, almeno così sembra, anche la storia degli Oasis. I due fratelli smetteranno di parlarsi per quindici anni.
Don’t Look Back In Anger — titolo perfetto, ripreso da una delle canzoni più celebri di (What’s the Story) Morning Glory?— riparte proprio da quella frattura per arrivare a Oasis Live ’25, uno dei ritorni più attesi della storia recente del rock.
“Non guardare al passato con rabbia” diventa quasi la sintesi perfetta di due fratelli che hanno trascorso quindici anni separati e che, almeno sul palco, hanno deciso di tornare a guardare nella stessa direzione.
Dietro le quinte di Oasis Live ’25

Foto: courtesy of Ufficio Stampa
Il valore del documentario sta soprattutto nell’accesso ottenuto da Dylan Southern e Will Lovelace. Le telecamere seguono Liam, Noel e la band durante le prove, nel backstage e sul palco, entrando nella preparazione del tour molto prima che quella musica arrivasse davanti a centinaia di migliaia di persone.
I registi hanno potuto seguire sei settimane di prove a The Mill, in uno spazio industriale nel sud-ovest di Londra: un ambiente spoglio, essenziale, quasi in contrasto con la dimensione enorme che il tour avrebbe assunto di lì a poco. È stata anche la prima volta che gli Oasis hanno permesso di filmare una loro prova dal vivo. Per riuscire a catturare qualcosa di autentico senza interferire con il rapporto tra i due fratelli, la produzione ha installato una dozzina di telecamere controllate a distanza, permettendo a Liam e Noel di provare senza avere continuamente una troupe intorno. Un accorgimento tecnico che finisce per diventare parte del linguaggio stesso del documentario.
Ed è proprio qui che il film diventa particolarmente interessante per chi, come me, quel ritorno lo ha visto dalla parte opposta.
Io ero a Cardiff il 4 luglio 2025, quando Liam e Noel Gallagher sono tornati insieme su un palco per la prima volta dopo sedici anni. Io e altre 80 mila persone abbiamo pianto, urlato, cantato nel momento in cui abbiamo visto accadere qualcosa che, fino a poche ore prima, sembrava ancora quasi impossibile. I Gallagher erano di nuovo insieme su un palco.
Per la prima parte del concerto ho continuato ad aspettarmi che succedesse qualcosa, ero abbastanza convinta che, alla terza canzone, si sarebbero picchiati. E invece no. Pochissime parole, visual bellissime, una band compatta e una quantità di commozione difficile da spiegare. La nostra, certamente. Ma anche la loro.
Dagli spalti abbiamo visto accadere quello che sembrava impossibile. Il documentario, un anno dopo, ci permette di vedere ciò che accadeva dietro quel ritorno.
Perché abbiamo ancora bisogno degli Oasis?

Foto: Giulia Parmigiani
Perché una band sciolta da anni riesce ancora a generare una reazione di queste dimensioni? Tour sold out, folle adoranti, l’arrivo a Venezia trasformato in evento. La qualità delle canzoni, da sola, non basta a spiegare una reazione di queste dimensioni.
Gli Oasis, e più in generale il Brit pop, hanno segnato un’epoca in cui una band poteva ancora diventare identità collettiva, linguaggio generazionale, perfino costume. Negli ultimi anni è difficile individuare qualcosa di davvero equivalente: artisti capaci non solo di avere successo, ma di occupare uno spazio culturale così ampio da diventare il simbolo di una generazione.
Cardiff non è stato soltanto ascoltare delle canzoni, è stato sentirsi parte di qualcosa, delle ore passate in coda per riuscire a comprare un biglietto, di un viaggio con un unico scopo, di una città che per un giorno sembrava appartenere interamente agli Oasis, della sensazione di stare assistendo a qualcosa che avevamo smesso di credere possibile.
Ed è forse per questo che una generazione che non aveva mai visto gli Oasis insieme ha vissuto il loro ritorno con un’intensità simile a quella di chi li aveva aspettati per quindici anni. E non è soltanto una mia sensazione: durante il tour, gli stessi Liam e Noel sono rimasti sorpresi da quanti ragazzi avessero scoperto quelle canzoni attraverso i propri genitori. Madri e figlie, padri e figli, generazioni diverse a cantare le stesse canzoni.

Foto: Giulia Parmigiani
Don’t Look Back In Anger: il documentario come memoria di un ritorno
Don’t Look Back In Anger arriva quindi quando la reunion è già diventata storia recente. Il tour ha prodotto immagini, video, racconti, iPhone alzati e milioni di frammenti condivisi dai fan; il documentario prova a rimettere ordine dentro tutto questo, mostrando soprattutto quello che dagli spalti non potevamo vedere.
Ma per Southern e Lovelace il film non racconta soltanto una reunion. Al centro ci sono anche il perdono e la riconciliazione: quella tra Liam e Noel, naturalmente, ma anche quella tra gli Oasis e un pubblico che per quindici anni aveva continuato ad aspettarli.
La domanda, a questo punto, non è più soltanto come Liam e Noel siano riusciti a tornare insieme. È perché quella reunion abbia avuto un peso così grande per così tante persone.
Forse perché alcune band continuano a rappresentare qualcosa anche molto tempo dopo essersi sciolte o forse perché certi ritorni arrivano quando abbiamo già smesso di aspettarli. Forse anche perché sappiamo benissimo che non tutte le storie avranno lo stesso finale — Morrissey continua a ricordarcelo con una certa costanza.
Gli Oasis, invece, sono tornati.
E il film prova a raccontare non soltanto il loro ritorno, ma tutto quello che si è mosso intorno a quel momento: memoria, generazioni diverse, appartenenza e il bisogno ancora molto concreto di vivere la musica insieme agli altri.
Guarda il trailer di Oasis: Don’t Look Back In Anger
Trailer ufficiale di Oasis: Don’t Look Back In Anger – Courtesy of Ufficio Stampa

Locandina ufficiale di Oasis: Don’t Look Back In Anger – Courtesy of Ufficio Stampa
Oasis: Don’t Look Back In Anger — Creato e scritto da Steven Knight. Regia di Dylan Southern e Will Lovelace. Con Liam Gallagher, Noel Gallagher, Paul “Bonehead” Arthurs, Gem Archer, Andy Bell, Joey Waronker e Christian Madden. Prodotto da Sam Bridger e Guy Heeley. Una produzione Magna Studios, presentata da Sony Music Vision in associazione con Sony Music Entertainment UK. Direttore della fotografia Haris Zambarloukos, BSC GSC. Montaggio di George Cragg, co-montaggio di Martina Zamolo. Musiche di Zebedee C. Budworth. Nelle sale italiane e in IMAX dal 10 settembre 2026, successivamente su Disney+
Materiali stampa: Cristiana Caimmi & Co.

