Separazioni, conflitti che durano anni e figli nel mezzo. L’avvocato Jacopo Marzetti, già Garante dell’infanzia e dell’adolescenza del Lazio, spiega come prevenire lo scontro e perché, quando una coppia finisce, l’unica cosa che non deve finire è la responsabilità verso i figli.
La fine di una relazione non coincide mai soltanto con la fine di una coppia. Quando ci sono figli, una separazione ridisegna equilibri affettivi, economici e familiari che possono diventare terreno di conflitto, soprattutto quando il rapporto tra i genitori si irrigidisce e ogni decisione diventa motivo di scontro.
Ne abbiamo parlato con Jacopo Marzetti, avvocato specializzato in diritto di famiglia e tutela dei minori, già Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Lazio e già presidente del Comitato Media e Minori. Due incarichi che gli hanno dato un’esperienza diretta sui diritti dei più piccoli e su ciò che accade quando una famiglia cambia forma.
Separazione e figli, come evitare che il conflitto ricada sui minori
Avvocato, glielo chiedo prima di tutto da mamma. Guardando le classi dei nostri figli, mi colpisce quanti bambini abbiano oggi genitori separati. Come si affronta una separazione senza farla ricadere su di loro?
La separazione è sempre più frequente e, purtroppo, lo è sempre di più quella conflittuale, in cui le prime vittime sono i minori. Si trovano dentro una situazione che non hanno generato loro e ci finiscono soltanto perché mamma e papà litigano. Sono loro le vere vittime, perché crescono in un ambiente che vivono con fatica, e stare in un clima di tensione non è mai facile per nessuno, figuriamoci per un bambino.
Si può fare qualcosa per evitare di arrivarci?
Da genitore, e anche da cristiano quale sono, credo che quando ci si promette il matrimonio la coppia dovrebbe durare per sempre. Però bisogna distinguere il mondo ideale da quello reale, e il mondo reale ci dice che le separazioni sono tante e che quindi bisogna organizzarsi.
Il momento giusto per farlo è proprio l’inizio, quando si va d’accordo. Significa organizzare la famiglia mettendo in conto che qualcosa possa andare storto, dal punto di vista economico, della casa e del tenore di vita che si vuole garantire ai figli. Va fatto tutto in modo chiaro, perché ciascuno abbia la propria stabilità e perché, se un giorno dovesse succedere qualcosa, la situazione sia più gestibile. Nei conflitti, molto spesso, la cosa più difficile da ricostruire è proprio quale fosse il tenore di vita e quali siano le esigenze reali di ciascuno.
In concreto, da dove si comincia?
Per esempio, si può stabilire per tempo che cosa accadrebbe alla casa in caso di separazione, valutando anche soluzioni patrimoniali che tutelino i figli. C’è poi un altro aspetto importante. Quando uno dei due si dedica interamente, o quasi, ai figli, credo sia importante che il contributo economico dell’altro sia chiaro già durante il matrimonio, nell’interesse dei figli e del coniuge. In questo modo, se ci si separa, è più semplice ricostruire l’equilibrio economico che la famiglia aveva mantenuto fino a quel momento.
E quando la coppia non regge più? Molti scelgono di restare insieme “per i figli”. Non si rischia di far loro ancora più male?
Una coppia va sempre salvata, finché si può. Quando però ci si rende conto che la situazione è degenerata e non è più gestibile, bisogna prendere il toro per le corna e iniziare a preparare la separazione, perché andare avanti da separati in casa è complicato, se non impossibile. E non è affatto detto che restare tutti nella stessa casa sia davvero nell’interesse dei figli, che vivono in una tensione continua e vedono mamma e papà non parlarsi nemmeno nei momenti di calma e dormire in letti separati. A volte è una situazione peggiore di quella che verrebbe dopo la separazione.
Per questo è fondamentale farsi seguire da professionisti specializzati in diritto di famiglia, capaci di spiegare che le guerre non fanno mai bene e non portano da nessuna parte. Ci sono battaglie legali che durano anni e che alla fine portano a un risultato che si poteva raggiungere in poche settimane, al massimo in pochi mesi. Bisogna evitare in ogni modo di entrare nella logica dello scontro, quella in cui l’obiettivo diventa prevaricare l’altro.
Patti prematrimoniali, possono prevenire il conflitto?
C’è qualcosa che la politica potrebbe fare per prevenire almeno una parte di questi conflitti?
Credo di sì, e penso in particolare ai patti prematrimoniali, uno strumento diffuso in molti Paesi che consente di definire in anticipo alcuni aspetti patrimoniali in caso di separazione. In Italia non esiste una disciplina organica come in altri ordinamenti, anche se la giurisprudenza, compresa la Cassazione, ha riconosciuto in alcuni casi spazio ad accordi tra coniugi.
Secondo me una normativa più chiara potrebbe contribuire a prevenire una parte della conflittualità prima che nasca.
Quando la separazione diventa conflittuale, su che cosa ci si scontra di più?
Soprattutto sull’aspetto economico, che molte volte finisce per ricadere sui figli.
Madre e padre, parità non significa ruoli identici

Oggi l’orientamento è quello della piena parità tra madre e padre. Lei però sostiene che questo non significhi cancellare le differenze tra i due ruoli, soprattutto quando i figli sono piccoli. È così?
Sì, oggi l’orientamento è completamente paritario ed è un dato da cui partire. Il principio generale riconosce al minore il diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, nell’ambito della responsabilità genitoriale e dell’affidamento condiviso.
Io però, su questo punto, ritengo che il rapporto tra madre e figli abbia qualcosa di specifico e prioritario soprattutto sotto i 12 anni di età ,fermo restando che va sempre valutata la funzionalità di entrambi i genitori.
Voglio essere chiaro, parlo di separazioni in cui entrambi i genitori sono funzionali, e non disfunzionali, nei confronti dei figli, e in cui non ci sono violenza, abusi, dipendenze o altre condizioni che richiedano forme specifiche di tutela, perché in quei casi il quadro cambia completamente. Questo non toglie nulla al padre, che deve fare il padre ed essere messo pienamente nelle condizioni di farlo.
In concreto, che cosa dovrebbe significare questo riconoscimento?
Significa innanzitutto riconoscere il lavoro di chi, durante la vita familiare, si è occupato prevalentemente dei figli, un ruolo che ancora oggi, nella maggior parte dei casi, ricade sulla madre. Crescere i figli è una delle cose più belle che ci siano, ma è anche un lavoro faticosissimo, fatto di tempo, responsabilità e spesso rinunce, e non è giusto che tutto questo diventi invisibile nel momento in cui una coppia si separa.
[Ndr: Sul tema della fatica e dell’invisibilità che possono accompagnare la genitorialità, leggi anche l’intervista de Il Mondo a Giuseppe Bonito per “Fame d’aria”.]
Che cosa consiglia ai genitori che si separano?
Ai miei clienti dico sempre che in quel momento non sono marito e moglie, e nemmeno soltanto un uomo e una donna, ma prima di tutto genitori. Il senso di responsabilità genitoriale deve venire prima di ogni altra cosa. Posso avercela con mio marito o con mia moglie, anche per un tradimento, ma resto responsabile del futuro dei miei figli e quindi devo mettere da parte l’astio, superarlo e mettere al centro l’interesse dei minori.
Casa, tenore di vita e responsabilità dopo la separazione
E il tenore di vita?
Era un principio molto più radicato in passato e oggi pesa sempre meno. Io invece sono convinto che padre e madre, ciascuno secondo le proprie possibilità, debbano garantire lo stesso tenore di vita che c’era durante il matrimonio ai figli e anche al coniuge economicamente più debole, perché a non doverci rimettere sono prima di tutto i figli e poi chi, tra i due, si trova in una posizione più fragile.
E se non si trova un accordo sulla casa familiare, che cosa succede?
Il punto di partenza è l’interesse dei figli. Quando sono piccoli e vivono prevalentemente con uno dei due genitori, questo incide anche sull’assegnazione della casa. Nella pratica accade ancora spesso che i figli restino nella casa familiare con la madre, ma ogni situazione va valutata sulla base delle esigenze concrete della famiglia.
Esiste anche la formula dell’alternanza, in cui sono i genitori a spostarsi mentre i figli restano nella stessa casa.
Io non la consiglio. Quando due persone si separano devono separare davvero le loro vite, e l’unica cosa che devono continuare a fare insieme è occuparsi dei figli con responsabilità. Alternarsi nella stessa casa ogni tot giorni richiede un equilibrio enorme, così difficile da trovare che finisce per generare solo altro conflitto.
Nella sua esperienza, quante coppie riescono davvero a mettere i figli davanti al conflitto?
Molte più di quanto si pensi, tanto che l’80% delle separazioni che seguo si chiude con una consensuale e non con una giudiziale. Purtroppo, però, ci sono casi in cui l’astio tra i genitori è tale che tutto diventa difficile.
Chi arriva a una separazione giudiziale si scontra spesso con tempi lunghissimi. Perché?
I tempi sono lunghi perché si tratta di una materia ad altissima complessità, i ricorsi sono migliaia e i giudici devono sempre analizzare con la massima attenzione situazioni delicate, che riguardano la vita delle persone e dei loro figli. Per questo il lavoro dei tribunali resta fondamentale, nonostante i numerosi ricorsi pendenti e la difficoltà di contare su personale sufficiente.
Quando c’è di mezzo un tradimento, però, la tentazione può essere quella di voler farla pagare all’altro.
Sì, ma non si pensa che, qualunque cosa abbia fatto, quella persona resta il padre o la madre dei propri figli, ed è questo il punto da cui non si può prescindere.
Io e te possiamo lasciarci, odiarci, dirci di tutto…
…ma genitori si rimane.

