Intervista a Giuseppe Bonito, regista del film “Fame d’aria”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia
Il regista Giuseppe Bonito affronta una storia in cui il cinema diventa uno spazio per raccontare la fragilità, la solitudine e le relazioni familiari senza cercare semplici risposte. In “Fame d’aria”, tratto dall’omonimo romanzo di Daniele Mencarelli e prodotto da Clemart con Rai Cinema, il regista porta sullo schermo il viaggio di Pietro (Paolo Pierobon) verso la Puglia insieme a Jacopo (Saverio Santangelo), suo figlio autistico. Quando un guasto all’auto interrompe il viaggio, Pietro e Jacopo sono costretti a fermarsi e a entrare in contatto con un luogo e con persone che, in qualche modo, finiranno per cambiare il corso della loro storia. Ed è proprio qui che per Pietro, giungerà il momento di fare i conti con una vita segnata dalla fatica, dalla solitudine e dalla disperazione.
Un film che sceglie di non edulcorare il dolore e di immergersi profondamente nella relazione tra padre e figlio senza giudizio, provando a restituire a Jacopo una presenza e un punto di vista propri, senza l’utilizzo delle parole.
Giuseppe Bonito ci racconta delle scelte che hanno dato forma a questa storia: dal silenzio agli sguardi, dalla rappresentazione dell’autismo alla responsabilità di raccontare ciò che spesso il cinema preferisce non mostrare.

Paolo Pierobon
Prima di addentrarci all’interno del film, le chiedo come sta vivendo questo momento. Com’è stato realizzare “Fame d’aria” e come si sente ora che il film verrà proiettato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026?
È curioso, perché spesso i film molto duri e drammatici fanno pensare a lavorazioni pesanti. In realtà questa è stata una delle esperienze più felici che ricordi. Si è creato un clima di grande unione tra il cast e la troupe, e credo che i film finiscano sempre per registrare la temperatura emotiva con cui vengono realizzati. Se dovessi dire una cosa di “Fame d’aria”, direi che è un film in cui è stato messo moltissimo amore e una cura enorme da parte di tutti.
Una delle cose che colpiscono maggiormente in “Fame d’aria” è l’estremo realismo con cui viene raccontata la vicenda. Il silenzio ha un ruolo importante, così come i suoni prodotti da Jacopo, in quanto non è in grado di parlare ma solamente di emettere versi, che sembrano quasi diventare una colonna sonora alternativa. Quanto era consapevole questa scelta e quanto era importante per lei evitare qualsiasi forma di edulcorazione?
Mi fa piacere che lei dica questo, perché è proprio ciò che abbiamo tentato di fare. Il film ha anche un impianto corale: non racconta soltanto la solitudine profonda di Pietro e di suo figlio Jacopo, ma è, in qualche modo, un incontro di solitudini. Il caso vuole che queste solitudini si incontrino.
Una delle grandi sfide del film è stata riuscire a restituire il personaggio di Jacopo senza fare nessuna concessione, senza edulcorazioni o effetti speciali drammaturgici, mantenendo fede all’idea di rappresentare la sua condizione nella sua complessità. Volevamo però che fosse, a tutti gli effetti, un personaggio comunicante come gli altri. La sfida era proprio questa: riuscire a farlo comunicare senza ricorrere a nessun tipo di spettacolarizzazione, facendo emergere il suo punto di vista nella storia.
Pietro è un padre consumato dalla fatica, dalla solitudine e dalle difficoltà economiche. È arrabbiato, esasperato, stanco, e arriva a chiedersi “Perché proprio a me?”. Quanto era importante raccontare questa parte della genitorialità, quella più scomoda e spesso taciuta, senza giudicare il personaggio?
Pietro vive una solitudine sociale, una solitudine istituzionale gravissima e una solitudine morale. Ci tengo però a dire che Pietro è un padre che ama profondamente suo figlio. Ciò non toglie che non ce la faccia più.
Proprio in queste ore leggevo la drammatica notizia di una famiglia, padre, madre e figlia, che ha deciso di uccidere la propria bambina e poi di togliersi la vita perché non ce la facevano più. Semplicemente hanno scritto questo. Di queste persone ci accorgiamo solo quando le loro vite ci vengono restituite attraverso un trafiletto di cronaca. Poi vengono nuovamente relegati all’oblio e all’invisibilità della loro condizione.
Ma questa invisibilità la creiamo noi, perché tendenzialmente sono problemi che riguardano “loro”. C’è un’indifferenza della società, c’è un’indifferenza delle istituzioni, ed è molto triste. “Fame d’aria”, secondo me, non poteva raccontare questa condizione in un altro modo. La strategia del film è proprio quella di prendere lo spettatore e fargli provare sulla pelle il più possibile, per un’ora e mezza, la condizione di questo padre e di questo ragazzo, anche se poi il film racconta anche altro.

Paolo Pierobon e Saverio Santangelo
Jacopo è al centro della storia, ma il film sembra voler evitare che venga definito soltanto attraverso la sua condizione. Come si costruisce, da regista, un personaggio che non deve essere semplicemente “il figlio autistico di un padre”, ma una persona con un proprio modo di stare nel mondo?
Jacopo è circondato da un alone di mistero che ho inteso rispettare nel film. È una domanda a cui è difficile rispondere, però credo profondamente nella possibilità di farlo comunicare a modo suo.
Il mio approccio nei confronti del personaggio è stato quello di considerarlo un personaggio a tutto tondo, con una specificità, con un grado di mistero che, in qualche maniera, una persona autistica porta con sé. C’è una soglia prima della quale mi sono fermato, perché spesso esiste una narrazione dell’autismo nei film che tende a piegare la condizione del personaggio alle esigenze drammaturgiche.
Io mi sono fermato, sempre, un attimo prima. Ciò che di Jacopo emerge è ciò che, con i miei mezzi e con le mie conoscenze, ho potuto cogliere di una persona autistica.
Saverio Santangelo interpreta Jacopo con un’autenticità impressionante. Come ha capito che fosse lui la persona giusta per il ruolo?
Abbiamo incontrato tantissimi attori di quella fascia d’età, ma Saverio aveva una vibrazione particolare fin da subito. C’era qualcosa di profondamente autentico in tutto quello che faceva.
Ci tengo a dire che è stata una prova d’attore molto dura per lui, sotto tutti i punti di vista, anche fisico. Spesso, al termine di una scena, andava in iperventilazione. Però ha affrontato questo personaggio senza risparmiarsi mai, in maniera totale. Si è immerso con grandissima gioia, con grandissimo entusiasmo e con una profondità pazzesca. Ha vissuto anche fisicamente, in maniera molto intensa, il personaggio di Jacopo.
Devo dire che Saverio ha dato al personaggio qualcosa di vero.
È stato talmente bravo che non c’è stato un ciak del film in cui non abbia mantenuto il personaggio in maniera totale. Avevo messo in conto che ogni tanto potesse non riuscire a sostenerlo per tutta la durata delle inquadrature, perché era davvero al limite della sostenibilità fisica. Invece non c’è un ciak, dall’inizio alla fine, in cui Saverio non tenga il personaggio completamente. E questo è davvero da grande attore, considerata la sua giovane età.

Rosa Palasciano e Milva Marigliano
C’è una scena che mi ha colpita particolarmente: Pietro è sdraiato sul letto, ripreso dall’alto, mentre l’ombra di Jacopo si muove su di lui. È uno dei pochi momenti in cui sembra finalmente lasciarsi andare. Che cosa voleva raccontare attraverso quell’immagine?
Quello è praticamente l’unico momento in cui Pietro dorme, o meglio, in cui si lascia andare. Durante tutto il film non mostriamo mai Pietro mentre riposa davvero. Anche quando è a letto, non è mai completamente abbandonato al sonno. Volevo sottolineare proprio questa sua condizione di esaurimento interiore.
Nel film gli sguardi hanno un peso enorme. Penso soprattutto alla scena della cena, quando Pietro e Jacopo si trovano circondati dagli occhi degli altri. Che cosa voleva raccontare attraverso quegli sguardi?
Ci sono pregiudizi, c’è ignoranza e c’è una narrazione, ancora oggi, nel cinema e nella serialità che contribuisce ad alimentare questa ignoranza.
Siamo ormai abituati a guardare, a guardare continuamente, ma senza avere mai un ruolo attivo. C’è una sorta di costante voyeurismo, amplificato anche dai social: guardiamo, osserviamo, commentiamo, ma lasciamo sempre chi è oggetto del nostro sguardo nella sua solitudine.
E questo contribuisce, in qualche maniera, a rendere più soli anche noi. È un’attitudine del nostro tempo presente: guardare e restare indifferenti.
All’inizio la frizione che si rompe sembra essere l’ennesimo ostacolo nella vita di Pietro. Eppure è proprio quel guasto a impedirgli di proseguire e a cambiare il corso degli eventi. Quanto era importante, per lei, raccontare anche questa contraddizione: la possibilità che qualcosa che inizialmente percepiamo come un ostacolo finisca per aprire una strada diversa?
Sì, il film racconta anche questo, si crea una possibilità che nasce da una situazione che inizialmente sembra soltanto un altro ostacolo nella vita di Pietro. Credo che il cinema possa ancora raccontare l’essere umano proprio attraverso queste contraddizioni, senza cercare necessariamente una risposta o una soluzione, ma mettendo lo spettatore nella condizione di attraversarle.
Fame d’aria sceglie così di non offrire soluzioni semplici, ma di lasciare allo spettatore il peso — e la possibilità — di attraversare quelle contraddizioni. Un cinema che guarda la fragilità senza trasformarla in spettacolo.

Fame d’aria — Regia di Giuseppe Bonito. Con Paolo Pierobon, Saverio Santangelo, Rosa Palasciano, Milvia Marigliano e Alfonso Santagata. Prodotto da Clemart con Rai Cinema. Vendite internazionali TVCO. Ufficio stampa Patrizia Biancamano e Angelica Giusti

