Una serie britannica ha raccontato adolescenza, depressione e rapporto con il corpo senza trasformare la fragilità in una lezione edificante. My Mad Fat Diary parla di una ragazza che non deve diventare perfetta, ma imparare a vivere con se stessa
Dobbiamo essere perfetti. Dobbiamo seguire una dieta per non prendere un chilo di troppo, andare in palestra per perderequel chilo di troppo. Non si può chiedere il dessert due volte. Birra o caramelline gommose? Non si possono scegliere entrambe. E la decisione è difficile.
È il mondo di My Mad Fat Diary, serie britannica che racconta l’adolescenza attraverso gli occhi di Rachel, una sedicenne che sta per uscire da un ospedale psichiatrico. Perché si trova lì? Perché sta male. Convive con la depressione, con un rapporto difficile con il proprio corpo e con il peso delle parole degli altri. Ha tentato il suicidio.
Rachel è matta. Rachel è grassa. Rachel è depressa. È così che la vedono alcuni dei suoi coetanei mentre la deridono. Ma Rachel è soprattutto un essere umano. Imperfetto, fragile, contraddittorio.
Una serie che parlava di salute mentale prima che diventasse un tema
My Mad Fat Diary affrontava già più di dieci anni fa argomenti che oggi occupano uno spazio molto più ampio nella conversazione pubblica: depressione, autolesionismo, disturbi alimentari, rapporto con il corpo, sessualità e bisogno di essere accettati.
Ambientata alla fine degli anni Novanta, ha anche una colonna sonora capace di diventare parte del racconto. Oasis, The Smiths, Placebo. Cassette, registratori e televisioni a tubo catodico riportano immediatamente a un’altra adolescenza. Ma la serie osa anche nel linguaggio visivo, con inquadrature ricercate, fermo immagine, jump cut, disegni e scritte che compaiono sullo schermo. La post-produzione la fa assomigliare a una rivista per adolescenti, mentre cancellature a penna nera o bianca eliminano simbolicamente quei momenti che Rachel vorrebbe soltanto dimenticare.
C’è sarcasmo, c’è desiderio e c’è sesso. La perdita della verginità assume quasi i contorni della ricerca del Sacro Graal, mentre vengono raccontate senza troppi filtri le ossessioni, le paure e le false convinzioni dell’adolescenza. Gli scambi di battute, l’innocenza dei personaggi e una regia spesso costruita dal loro punto di vista rendono le tre stagioni sorprendentemente vicine alla realtà. Si torna adolescenti guardando la serie prodotta da Tiger Aspect. My Mad Fat Diarynon usa mezzi termini, è diretta e soprattutto non ha paura di mostrare ciò che normalmente si cerca di nascondere.
Un corpo che non scompare
Rachel non è perfetta e la serie non prova a renderla tale. Ha cicatrici sulle gambe che raccontano i momenti in cui si è fatta del male. Ha smagliature sulle cosce, vive un rapporto difficile con il proprio peso e con un corpo che sente costantemente sotto lo sguardo degli altri.
Ma ha anche un gruppo di amici che la fa sentire amata e un ragazzo che la desidera per la persona che è e non per come appare. Eppure questo non basta, perché la battaglia più difficile che deve affrontare non è convincere gli altri del proprio valore, ma riuscire finalmente a crederci anche quando è sola.
Non diventare perfetti
È forse qui che My Mad Fat Diary conserva ancora oggi la sua forza. Non racconta la trasformazione di una ragazza imperfetta in una ragazza perfetta e non promette che l’amore, gli amici o un corpo diverso possano improvvisamente risolvere tutto. Racconta qualcosa di molto più difficile: il percorso di una persona che prova, lentamente, a smettere di odiarsi.
La serie è ispirata ai libri autobiografici di Rae Earl, che ha trasformato la propria esperienza di adolescente alle prese con la salute mentale e l’immagine di sé nella storia da cui è nato My Mad Fat Diary. Forse è proprio per questo che Rachel continua a sembrare così reale. Perché non deve diventare un’altra persona per meritare di stare bene. Deve imparare a guardare quella che è con occhi diversi.

