Davanti alla sofferenza di qualcuno cerchiamo spesso la frase giusta, qualcosa che possa farlo stare meglio. Ma non sempre esiste una soluzione. A volte ascoltare, restare e accettare di non sapere cosa dire può essere molto più importante.
Ci sono sofferenze davanti alle quali ci sentiamo inutili. Problemi troppo grandi, dolori troppo forti, vissuti che non riusciamo nemmeno a immaginare. Vorremmo trovare la frase giusta, fare qualcosa, cambiare almeno un po’ quello che l’altra persona sta vivendo.
Ma non c’è una parola che possa risolvere tutto. Il dolore non è un interruttore che possiamo spegnere. Ed è proprio questo che ci mette in difficoltà. Siamo abituati a pensare che, quando qualcuno sta male, il nostro compito sia aiutarlo a stare meglio.
E se non possiamo? Quando il dolore dell’altro è troppo grande per essere alleviato da un consiglio, da una soluzione o da una frase rassicurante?
In quei momenti possiamo fare una cosa che è anche la più difficile: rimanere. Rimanere quando non sappiamo cosa dire. Rimanere quando il silenzio ci mette a disagio. Rimanere senza cercare immediatamente una soluzione.
Rimanere.
Una domanda semplice: “Come stai?”
Lo scorso 10 settembre si è celebrata la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Il tema del triennio 2024–2026 è Changing the Narrative on Suicide, “cambiare la narrazione sul suicidio”, accompagnato da un invito semplice, Start the Conversation. Iniziare la conversazione.
È da qui che comincia tutto, da una domanda che sembra banale. “Come stai?” Ma non come frase di circostanza. Per davvero.
Perché nella sincerità si può aprire una porta. E non sempre sappiamo cosa troveremo dall’altra parte. Potremmo scoprire che una persona che conosciamo da anni sta soffrendo e non ce ne eravamo mai accorti. Potremmo renderci conto che anche una vita all’apparenza perfetta può nascondere sofferenza o che, al contrario, avevamo giudicato una persona troppo in fretta.
Potremmo sentirci impotenti. Potremmo non sapere cosa dire. E allora diciamo: “Tranquillo, passerà”. “Devi pensare positivo!”
Lo facciamo con le migliori intenzioni, perché davanti alla sofferenza degli altri sentiamo il bisogno di fare qualcosa. Di trovare una soluzione. Di riportare le cose a posto. Ma non tutta la sofferenza può essere risolta da una frase.
Imparare a stare
A volte abbiamo bisogno di imparare a stare. Stare accanto a qualcuno che soffre senza avere immediatamente una risposta. Senza cercare di convincerlo che andrà tutto bene. Senza trasformare il suo dolore in qualcosa da aggiustare.
Stare nella sofferenza di un’altra persona è difficile. Ci mette davanti alla nostra impotenza. Ma esserci non significa necessariamente sapere cosa fare.
Significa ascoltare. Significa poter dire: “Non so come aiutarti, ma sono qui”. Significa non avere paura del silenzio. Significa fare una domanda ed essere disponibili ad ascoltare davvero la risposta.
E, soprattutto, significa non lasciare sola una persona proprio nel momento in cui la sua sofferenza rischia di farle credere di esserlo.
Parlare di suicidio senza avere tutte le risposte
Parlare di suicidio significa anche questo. Non significa trasformarci tutti in terapeuti, né avere la responsabilità di salvare qualcuno. Significa accettare che il dolore esiste e che possiamo starci dentro senza doverlo nascondere, minimizzare o trasformare in un tabù.
Perché chiedere “Come stai?” è semplice. Essere davvero disponibili ad ascoltare ciò che potrebbe seguirne è molto più difficile. Ma forse è proprio da lì che possiamo cominciare.
Da una domanda sincera. Da un silenzio che non abbiamo fretta di riempire. Dalla capacità di restare accanto a qualcuno anche quando non possiamo cancellare il suo dolore.
Perché non sempre possiamo risolvere la sofferenza, ma possiamo fare qualcosa di altrettanto importante. Possiamo fare in modo che nessuno debba attraversarla sentendosi completamente solo.
Se tu o qualcuno che conosci ha bisogno di aiuto
Se stai attraversando un momento di forte sofferenza, o temi per una persona vicina, parlarne con qualcuno può essere un primo passo. È possibile rivolgersi a un medico, a un professionista della salute mentale o a un servizio di ascolto. Se pensi che ci sia un pericolo immediato, non lasciare sola la persona e contatta i servizi di emergenza. Organizzazione Mondiale della Sanità
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