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    Home » Psicologia » Il nostro personale guardiano: la rabbia
    Psicologia

    Il nostro personale guardiano: la rabbia

    Giada BaldassarriDi Giada BaldassarriLuglio 14, 2026
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    Da ragazzina avevo un modo tutto mio per dire che mi stavo arrabbiando. Dicevo: “Mi prudono le mani”. Non “Mi sto arrabbiando”, no.

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    “Mi prudono le mani.”

    Come se la rabbia fosse nel corpo, nei muscoli, nelle ossa. Come se non fosse un’elaborazione mentale, ma una reazione istintiva.

    La rabbia è una valanga: impeto incontrollabile, a volte inaspettato, ma sempre dominante. Eppure tendiamo a pensare che arrivi dal nulla. Come un argine che si rompe all’improvviso.

    Ma se la osserviamo da vicino, qualcosa cambia. Un aumento del battito. La voce che cambia. Il corpo che si irrigidisce. La mascella che si contrae.

    Poi la reazione: attacco o fuga. È così che il nostro sistema nervoso ci prepara a fronteggiare una minaccia. 

    Ma quando non c’è nessun predatore? È qui che l’idea della rabbia come puro istinto diventa riduttiva. Perché la rabbia non nasce per distruggere.

    Nasce per proteggere.

    È un sistema di allarme che si attiva quando qualcosa viene percepito come una minaccia: al nostro spazio, alla nostra identità, al nostro valore. Quando un confine viene attraversato, oppure quando si riattivano esperienze in cui non abbiamo potuto difenderci.

    A volte non rispondiamo solo al presente. Rispondiamo anche al passato.

    La rabbia può emergere quando una dinamica si ripete: quando ci sentiamo ignorati, messi da parte, non riconosciuti. Quando qualcosa dentro di noi ricorda una posizione antica, in cui non avevamo voce o scelta.

    In questi momenti la rabbia diventa una forma di ribellione. Un modo per dire, anche se in modo confuso e intenso: “Io esisto e non puoi annullarmi.”

    È questo, spesso, il suo nucleo più profondo: la difesa dell’esistenza psicologica, del diritto a occupare spazio, a essere visti, a non essere cancellati.

    Per questo la rabbia non è mai semplicemente “sbagliata”, come spesso viene raccontata.

    È comprensibile.

    Diventa distruttiva quando non trova altri modi per esprimersi. Quando non riusciamo a tradurre quel segnale in parole, confini, richieste o distanza, allora si trasforma in esplosione, attacco o rottura. Ed è questo che ci spaventa.

    Ma quello è solo il suo punto estremo.

    Se riusciamo ad ascoltarla, possiamo capire cosa sta cercando di proteggere. E trovare un’alternativa.

    Perché molto spesso la rabbia arriva proprio quando non sappiamo come altro difendere i nostri confini o quelli di chi amiamo. Quando non abbiamo strumenti più chiari per dire: “questo per me è troppo”, oppure “qui c’è qualcosa che mi fa male”.

    In questo senso, la rabbia non è il problema. È un tentativo di soluzione.

    Un tentativo antico, a volte efficace, a volte troppo intenso, ma raramente privo di senso.

    E forse il suo messaggio non è “rompi”, ma “ripara”. Non solo nel presente, ma anche in ciò che si è rotto prima.

    Perché sotto la rabbia, più spesso di quanto sembri, non c’è il desiderio di distruggere.

    C’è il bisogno di non essere più cancellati.

    Immagine di copertina generata con Intelligenza Artificiale a scopo illustrativo.

    emozioni psicologia rabbia
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    Giada Baldassarri
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    Psicologa clinica e del lavoro, iscritta all'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna, affianca all'attività professionale la scrittura. Nella pratica clinica accompagna adulti, coppie e professionisti in percorsi di benessere psicologico, crescita personale e sviluppo delle risorse individuali, e offre consulenza aziendale sui temi del benessere organizzativo. Ha pubblicato la saga fantasy "I 4 Codici" con In.Edit Edizioni.

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