
Ci sono generi narrativi che non smettono mai di tornare. Cambiano le paure, gli antagonisti, gli scenari, ma l’idea rimane la stessa: un giorno il mondo potrebbe finire. Gli anni clou per questo tipo di produzioni sono stati senz’ombra di dubbio gli anni Settanta e gli anni Ottanta in cui si respirava Guerra Fredda e disastri nucleari, si pensi a Mad Max.
Dopodiché il decennio che intercorre fra il 2007 e il 2017 quando gli schermi erano infestati dai mangia-cervelli: gli zombie. Qui abbiamo casi come Io sono leggenda o il capolavoro narrativo The Walking Dead. Una serie come quest’ultima non si ferma alla superficie, non tratta solamente di azione e piani per portare il mondo allo stato originale, infatti, ripopolare la Terra, e trovare una cura, è un’utopia, in una realtà in cui non si può combattere contro il destino.
Non c’è alcun viaggio dell’eroe, non c’è una vera speranza, non c’è una soluzione definitiva. Ciò nonostante… perché è così apprezzato dalla critica? Perché è un capolavoro estetico e una denuncia sociale.
Gli episodi sono silenziosi e la quasi totale assenza di colonna sonora conferisce un realismo disarmante. Lo spettatore si muove nei centri commerciali abbandonati, nei boschi e attraversa l’asfalto cocente insieme ai protagonisti della serie. La lentezza è uno degli elementi fondamentali come perfetta rappresentazione di un mondo in cui non c’è più niente da fare, un mondo in cui la freneticità di quello attuale è solo un vecchio ricordo irraggiungibile. Le inquadrature del rubinetto che gocciola e gli orologi senza lancette sono una metafora del post-mondo; la sopravvivenza è l’unico motore che manda avanti i pochi esseri umani che sono rimasti in vita.
Andando più a fondo si comprende come The Walking Dead non sia altro che una rappresentazione profonda dei disagi e degli squilibri della società, in cui solo superficialmente, i nemici sembrano gli zombie. Puntata dopo puntata è ben chiaro come siano un semplice strumento, un espediente narrativo, per raccontare una storia più delicata. I nemici, nel mondo post-apocalittico in cui le forze governative sembrano crollate, non sono altro che le persone.
L’impossibilità di fidarsi è il nucleo centrale della storia raccontata da Rick Grimes, il protagonista della serie. L’ex poliziotto si risveglia in ospedale dopo un grave incidente, ma quando apre gli occhi si rende conto che il mondo in cui è tornato non è lo stesso che aveva lasciato. L’ospedale è pieno di non-morti ed al suo braccio è attaccata una flebo ormai vuota da tempo.
È stato un anno in coma e, da allora, tutto è cambiato.
In una disperata ricerca, nella prima parte della serie, della moglie di cui non ha più traccia, Rick non trova soltanto una nuova realtà da combattere, ma un nuovo modo di concepire i rapporti con le persone ancora in vita. Nel corso della serie costruirà legami profondi, alleanze e amicizie capaci di coinvolgere lo spettatore perché sembrano rappresentare l’ultima traccia di umanità rimasta.
Ed è qui che The Walking Dead mostra il suo lato determinante: la sopravvivenza non dipende solo dalla capacità di combattere i morti, ma dalla difficoltà di fidarsi dei vivi.
La celebre frase di Rick “La mia misericordia prevale sulla mia ira” racchiude questa enorme difficoltà. Nel mondo post-apocalittico, creato da Robert Kirkman, in cui regna l’anarchia c’è poco spazio per la fiducia e puntata dopo puntata si capisce sempre di più che è un mondo in cui per sopravvivere si rischia di perdere una parte di sé.
