Non so dire quante volte, nella mia vita, abbia fantasticato di sparire per un po’.
Non in senso drammatico. Semplicemente, immaginavo di prendere una valigia, salire su un aereo e andare via. Cambiare città. Cambiare lavoro. Cambiare tutto.
Ogni tanto capita ancora.
Ci sono giorni in cui la fantasia di ricominciare da zero sembra incredibilmente seducente. Come se, da qualche altra parte, la vita potesse essere più semplice, più leggera.
«Mollo tutto e apro un chiosco di piadine alle Maldive!», dico ridendo. E, in quell’istante, me lo immagino davvero. La salsedine, il caldo, il chill (come dicono i giovani), i sorrisi, i falò sulla spiaggia. Nessuna pressione. Nessun pensiero. Solo la vita, un momento alla volta.
E nessuna responsabilità.
È una sensazione che mi raccontano spesso anche i miei pazienti. Credo che, almeno una volta nella vita, sia successo a tutti di sentire il bisogno di staccare da tutto.
Spesso lo diciamo per scherzo, ma ci sono momenti in cui questi pensieri mettono radici dentro di noi. A volte li prendiamo sul serio e pensiamo di dover cambiare radicalmente la nostra vita. Altre volte li liquidiamo come un capriccio, qualcosa da ignorare o che non “possiamo permetterci”.
Come se quel desiderio fosse già un piano, invece che una domanda.
E se, invece, fosse un messaggio?
Scappare significava sopravvivere
La fuga è una delle risposte più antiche che possediamo.
Per milioni di anni, davanti a un pericolo, il nostro organismo aveva poche possibilità: combattere, fingersi morto o scappare.
Scappare significava sopravvivere.
Ancora oggi il nostro corpo lo ricorda. Solo che, nella maggior parte dei casi, ciò da cui vorremmo fuggire non è un predatore. È una relazione che ci consuma. Un lavoro che ci svuota. Una routine che non ci assomiglia più. Responsabilità diventate troppo pesanti.
Per questo il desiderio di mollare tutto non è sempre il desiderio di cambiare vita.
Molto spesso è il desiderio di smettere di vivere come stiamo vivendo. O, semplicemente, di ricaricare le energie.
La differenza è sottile, ma cambia tutto.
Perché, a volte, cambiare è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno.
Ci sono situazioni che continuiamo a sopportare solo perché ci siamo abituati. E il desiderio di fuggire arriva a ricordarci che qualcosa, dentro di noi, sta chiedendo spazio.
Altre volte, però, la fuga diventa un modo per non guardare un problema. Cambiamo città, cambiamo lavoro, cambiamo relazione.
Ma continuiamo a portarci dietro noi stessi.
E con noi viaggiano anche le nostre paure, le nostre abitudini, i nostri modi di affrontare la vita.
È per questo che molte fughe finiscono per assomigliarsi. Cambia lo scenario. Non cambia il copione.
Forse la domanda non è: “Da cosa voglio scappare?”, ma: “A cosa sto cercando di dare spazio?”
Ho bisogno di riposare? Di sentirmi più libero? Di essere visto? Di rimettere dei confini? Di ritrovare un senso?
Perché il desiderio di fuggire non nasce sempre per portarci lontano. A volte nasce per riportarci vicino a ciò che conta davvero.
Non tutte le fughe chiedono una valigia
E, forse, non tutte le fughe chiedono una valigia.
Alcune chiedono una conversazione che rimandiamo da troppo tempo.
Una scelta difficile.
Un confine.
O, semplicemente, il coraggio di smettere di vivere una vita che, da un po’, non sentiamo più nostra.
Per approfondire il tema, potete leggere anche l’editoriale di Antonio Franchini e l’intervista a Matteo Lancini.

