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    Home » Cultura » La strada verso noi stessi
    Cinema

    La strada verso noi stessi

    Sabrina FavaDi Sabrina FavaAgosto 7, 2026
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    C’è un pensiero che, prima o poi, investe la mente di ogni essere umano.

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    Mollare tutto.
    Cambiare vita.

    Chiudersi la porta di casa alle spalle, salire su un mezzo e partire senza una meta prestabilita da percorrere. Cambiare lavoro, città, distruggere la routine soffocante. Ricominciare da capo.

    Indice

    1. On the Road: la strada come sinonimo di libertà
    2. Into the Wild: liberarsi da una vita che non ci appartiene
    3. Due opere lontane, la stessa inquietudine
    4. Da cosa vogliamo davvero fuggire?

    On the Road: la strada come sinonimo di libertà

    Nel 1957 l’autore Jack Kerouac pubblica On The Road, il romanzo autobiografico simbolo della beat generation. “Il rotolo”, un vero e proprio rotolo su cui appunta tutto ciò che accade in quegli anni di nomadismo, non si limita ad essere il racconto di un viaggio attraverso gli Stati Uniti, ma il manifesto di un’intera generazione che non vuol più vivere una vita pre-impacchettata. La strada diventa sinonimo di libertà. Muoversi, spostarsi, significa vivere per la prima volta una vita degna di essere vissuta. Fermarsi e mettere radici, al contrario, equivale quasi a smettere di esistere.

    Into the Wild: liberarsi da una vita che non ci appartiene

    Quarant’anni dopo quello stesso desiderio assume una forma diversa e ancora più drastica con Into the Wild scritto da Jon Krakauer. Christopher McCandless proviene da una famiglia facoltosa e giorno dopo giorno quella realtà comincia a stargli sempre più stretta. Decide così di cambiare ogni cosa. Rinuncia ai soldi, riducendoli in cenere in un metaforico atto di ribellione, agli studi, alla carriera e perfino al suo nome. Christopher smette simbolicamente di esistere. Solo diventando un fantasma agli occhi della società riuscirà, per la prima volta, a sentirsi vivo. Si allontana non tanto per raggiungere qualcosa, non si limita a voler percorrere “la strada” come nel romanzo di Kerouac, ma perché avverte l’impellente bisogno di liberarsi dalle catene di una vita che non gli appartiene più da tempo.

    Due opere lontane, la stessa inquietudine

    Le due opere sono lontane l’una dall’altra, come epoca, come stile, come tipologia di storia narrata, tuttavia raccontano la medesima inquietudine. Alla base c’è l’idea che, da qualche parte, esista una versione migliore di noi stessi e che per trovarla serve allontanarsi dalla società sempre più asfissiante.

    Non è tanto l’idea di vivere in un autobus disperso nella natura o attraversare l’America in autostop ad affascinarci ma è il coraggio di fare qualcosa di diverso.

    Entrambi i romanzi sono basati su storie vere e sono stati adattati brillantemente su pellicola; questi sono solo due casi simbolici di persone che hanno cambiato la propria vita, ciò nonostante, il desiderio pervade nella mente di molti. Quel bisogno, nella storia, torna sempre. Molte persone parlano di trasferirsi in campagna, rallentare, lavorare da casa. Eppure forse il punto è che non serve cambiare luogo.

    Da cosa vogliamo davvero fuggire?

    Le città sono un simbolo, quasi nessuno scappa da un semaforo o da una striscia pedonale. Si fugge dalle aspettative, dalla freneticità, dalla sensazione di dover fare sempre di più per essere all’altezza.

    Ma all’altezza di cosa?

    Forse dovremmo solo essere all’altezza della nostra idea di felicità. Continuiamo ad amare On the Road e Into the Wild non perché ci convincano a lasciare tutto, ma perché danno voce a un pensiero che quasi tutti, almeno una volta, abbiamo avuto. Quello di partire. E forse non importa davvero se il viaggio comincia su un treno diretto verso l’Alaska o lungo una strada americana. Importa ricordarsi, ogni tanto, che la vita che stiamo vivendo dovrebbe essere costruita sulle nostre aspettative, non su quelle del mondo.

    Immagine di copertina generata con Intelligenza Artificiale a scopo illustrativo.

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    Sabrina Fava
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    Sabrina Fava è laureata in Scienze della Comunicazione e scrive di cinema, serie TV e letteratura partendo da una semplice convinzione: ogni storia racconta qualcosa di noi. Nei suoi articoli intreccia divulgazione culturale e narrazione per esplorare i temi nascosti dietro film, libri e serie televisive, trasformando la cultura pop in uno strumento per comprendere meglio l'essere umano. È autrice del romanzo di formazione Fiori sulle cicatrici (Jacopo Lupi Editore, 2026) e del noir L'ora del silenzio (Rossini Editore, 2024).

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