Per anni diventare adulti ha significato seguire un percorso quasi obbligato: studiare, trovare un lavoro stabile, costruire una famiglia. Oggi quel copione sembra essersi incrinato e sempre più giovani scelgono strade diverse, rifiutano modelli tradizionali di successo e mettono al centro il benessere, il tempo e la ricerca di un’identità autentica.
Ma si tratta davvero di una fuga o di un nuovo modo di immaginare il futuro? Lo abbiamo chiesto a Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro, docente all’Università Milano-Bicocca e all’Università Cattolica di Milano.
Da anni osserva i cambiamenti delle nuove generazioni e, nel suo ultimo libro Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti (Raffaello Cortina, 2025), invita gli adulti a rimettersi in discussione prima ancora di interrogare i ragazzi.
Ne nasce una conversazione che ribalta molti luoghi comuni e offre una chiave di lettura lucida su una delle trasformazioni più profonde del nostro tempo.
Questo mese abbiamo dedicato Il Mondo al tema della “fuga dalla città”, intesa non solo come spostamento geografico ma come allontanamento da un modello di vita. Le chiedo: i giovani oggi stanno davvero scappando da un luogo oppure da uno stile di vita?
Per molto tempo l’organizzatore psichico della vita dei giovani era la coppia. Per chi, come me, ha una formazione psicoanalitica, costruire una relazione stabile e generativa rappresentava il passaggio alla vita adulta, il superamento dell’onnipotenza infantile. Poi questo paradigma è venuto meno. La coppia non è più il centro dell’esistenza, il matrimonio interessa sempre meno, il calo delle nascite lo dimostra.
In una società sempre più individualista, l’organizzatore psichico è diventato il progetto personale: prima quello universitario e poi quello lavorativo. Negli ultimi anni, però, anche questo modello sta cambiando. Molti giovani adulti, soprattutto tra i 28 e i 30 anni, non hanno alcuna intenzione di sottomettere la propria vita al lavoro. Non perché siano pigri o non abbiano voglia di impegnarsi, ma perché percepiscono il lavoro come qualcosa che rischia di falsificare il proprio sé.
È un cambiamento profondo, che ha molte cause. Una delle principali è che le nuove generazioni non si fidano più degli adulti: non soltanto della politica, ma neppure di chi offre loro un lavoro.
Quindi stanno mettendo al primo posto il benessere personale e il tempo, anche a discapito della carriera o della costruzione di una famiglia? È un cambiamento culturale o la risposta a un disagio?
È un insieme di fattori. Viviamo in un mondo che ha devastato il pianeta, plastificato i mari, aumentato le disuguaglianze economiche e costruito una società completamente digitale. I ragazzi crescono in un contesto in cui tutto passa attraverso Internet e l’intelligenza artificiale, ma a scuola viene ancora detto loro che questi strumenti fanno male. A casa gli si sequestra il cellulare in nome del loro bene, mentre gli stessi adulti trascorrono gran parte del tempo online.
A questo si aggiunge il fatto che, fin dalla prima infanzia, le emozioni delle nuove generazioni sono state poco accolte e poco comprese. Tutto questo produce scenari molto diversi. C’è chi sceglie uno stile di vita più lento e sano, chi diventa nomade digitale, chi cerca di trasferirsi in piccoli borghi per costruire microcomunità, chi va a vivere in luoghi come l’Algarve, Formentera o Fuerteventura.
Non possiamo dire che queste scelte rappresentino necessariamente un segnale di benessere. Sono piuttosto l’espressione di una generazione nuova, che sta cercando modalità diverse di abitare il mondo.
Lei è anche padre. Noi genitori abbiamo una responsabilità rispetto a questo cambiamento?
Non parlerei di fallimento dei genitori. Il punto è che siamo stati noi adulti a cambiare radicalmente il mondo e spesso non ci rendiamo conto delle conseguenze di quei cambiamenti.
Abbiamo trasformato la società e poi osserviamo i ragazzi dicendo che sono stati troppo ascoltati, troppo amati, che hanno avuto troppo Internet e troppi social. La verità è diversa. Gli adulti hanno trascorso troppo tempo sui social, troppo tempo concentrati su se stessi e molto poco tempo realmente organizzati attorno ai bisogni delle nuove generazioni.
La cosa che colpisce è che questi ragazzi non mettono in scena un conflitto generazionale come accadeva in passato. Cercano piuttosto nuove forme di vita oppure rivolgono il disagio contro se stessi: aumentano ansia, sofferenza psicologica e attacchi al proprio corpo. Sono questi i dati che osserviamo.
Nel suo ultimo libro Chiamami adulto lei mette al centro il valore delle relazioni autentiche. Viviamo però in città sempre più connesse e, allo stesso tempo, ci sentiamo sempre più soli. È una contraddizione che osserva anche nella sua pratica clinica?
Assolutamente sì. Non è soltanto una sensazione: lo confermano i dati dei servizi di salute mentale e della neuropsichiatria.
Viviamo in una società che, grazie ai progressi della medicina e della tecnologia, dovrebbe renderci più sicuri e più connessi. E invece cresce il senso di solitudine. Abbiamo costruito una società profondamente individualista.
Da un lato questo individualismo può rappresentare una conquista, un’affermazione della libertà personale rispetto a istituzioni che in passato potevano essere oppressive. Dall’altro, però, cresce il desiderio di relazioni autentiche, nelle quali sia possibile mostrare anche il dolore e la fragilità.
In questo hanno inciso certamente i social network, Internet, il sistema mediatico, ma anche i modelli educativi e le scelte della politica.
Se dovesse lasciare un messaggio ai giovani adulti che oggi sentono il bisogno di “scappare”, quale sarebbe?
Io non credo che i giovani stiano scappando. Li incontro ogni giorno e vedo ragazzi che stanno cercando se stessi, il proprio posto nel mondo. Sono cresciuti adattandosi a una società costruita soprattutto sui bisogni degli adulti. Una società che raccontava loro di essere molto attenta ai giovani ma che, nei fatti, ha continuato a mettere al centro se stessa.
Noi adulti li abbiamo sicuramente ascoltati più di quanto siano stati ascoltati i nostri genitori o i nostri nonni, ma ascoltare non basta. Abbiamo continuato a lavorare, a inseguire la nostra realizzazione personale, a trascorrere il tempo sui social e a costruire una società che spesso non tiene realmente conto delle esigenze delle nuove generazioni.
Penso, ad esempio, al dibattito sull’intelligenza artificiale: nelle università viene utilizzata quotidianamente, mentre nelle scuole superiori si continua a sequestrare il cellulare a ragazzi di diciassette anni come se fossero bambini. Questa è una grande contraddizione.
Le nuove generazioni ci pongono domande importanti sulla costruzione dell’identità e sul futuro. Dovremmo ascoltarle molto più profondamente, senza continuare a ripetere che “ai nostri tempi era diverso”. Perché, semplicemente, il mondo era diverso.


