Diventare madre è una delle trasformazioni più profonde che una donna possa attraversare. Cambia il corpo, cambiano le relazioni, le priorità e il modo in cui ci si percepisce. E, insieme alla gioia, possono arrivare anche emozioni meno raccontate: ambivalenza, paura, stanchezza, senso di colpa, bisogno di spazio.
Ma cosa succede davvero, dal punto di vista psicologico, quando nasce una madre?
Quando nasce un figlio, nasce anche una nuova identità
Esiste un termine, in psicologia, che sottolinea quanto diventare madre non significhi solo assumere un nuovo ruolo, ma attraversare una vera e propria trasformazione identitaria: la matrescenza.
Matrescenza… Adolescenza… risuona? Perché accade qualcosa di simile: cambiano il corpo, le relazioni, le priorità, il modo di percepirsi e il proprio posto nel mondo.
Ma non solo. Quando nasce una madre, molto spesso torna in scena anche la figlia che quella donna è stata. Riemerge la propria storia, il proprio vissuto, e possono riaffiorare anche ferite che sembravano appartenere al passato. Per questo non si diventa genitori il giorno in cui nasce una nuova vita. Si arriva a quel giorno con una storia già molto lunga.
È difficile conciliare ciò che si era prima della maternità con la nuova identità di madre
Soprattutto nei primi tempi, quando la parte materna tende a occupare moltissimo spazio. C’è un’immagine che lo racconta bene: un palcoscenico dove recita ognuna delle nostre parti interiori. Siamo figlie, compagne, professioniste, amiche, donne con interessi, desideri e bisogni. Quando arriva un bambino, la madre sale sul palco e, per qualche tempo, può occupare quasi tutta la scena.
Questo non è un problema. Non di per sé, almeno. Lo diventa quando provoca dolore. Quando una donna si vede solo come madre e ogni altra parte di sé scompare, come se fosse stata inglobata per sempre, ed emerge la fatica. Emerge un pensiero: «non mi riconosco più». E allora fa paura. Fa paura non essere più la stessa di prima, avere la sensazione di non poter mai più tornare indietro.
È importante accettare questo cambiamento, anche se non significa necessariamente rinunciare a ciò che si era prima. Significa piuttosto aggiungere la madre, mantenendo un pezzo del palcoscenico anche per tutte le altre parti di sé. Perché non sono comparse, sono parti di noi stesse. Serve integrare, non sostituire.
È normale non sentirsi immediatamente “madri” dopo la nascita di un bambino
Perché questo ruolo, per una donna, è nuovo e no, non si nasce con un insieme di competenze già pronte che permettono automaticamente di essere madre. Il mito dell’“istinto materno” come competenza innata e già disponibile è, appunto, un mito.
Si tende a dare per scontato che una donna, diventando madre, debba automaticamente sapere cosa fare, comprendere il proprio bambino e sentirsi immediatamente connessa. La gravidanza comporta cambiamenti biologici e psicologici che possono favorire la connessione, ma questo non significa che esista un interruttore che, al momento del parto, si accende e produce una madre competente.
Tutte le relazioni si costruiscono, e quella tra genitore e bambino non fa eccezione

Madre e bambino devono conoscersi e imparare a riconoscersi. Si impara a comprendere il significato di un pianto, di un movimento, di un modo di cercare il contatto. Si procede attraverso tentativi, errori, aggiustamenti e scoperte reciproche. Ci si scopre, nel tempo. Il tempo che sembra non essere mai davvero concesso.
Siamo cresciute con una rappresentazione molto totalizzante della maternità: il bambino nasce, ci viene appoggiato sul petto e immediatamente siamo connesse a lui da amore, riconoscimento, appartenenza. Per alcune donne succede davvero, ma per altre no. E va bene così.
Dopo il parto si può sentire amore, ma anche stupore, spaesamento, estraneità, paura oppure semplicemente una stanchezza enorme. E questo, da solo, non dice nulla sulla qualità della relazione che una madre costruirà con il proprio bambino.
Ai genitori bisogna lasciare anche il diritto di avere tempi diversi nell’innamorarsi del proprio bambino. Anche perché, culturalmente, comprendiamo forse più facilmente che un padre abbia bisogno di tempo per costruire il legame e pensiamo invece che la madre, avendo portato il bambino dentro di sé per nove mesi, in qualche modo lo “conosca già”.
Ma non è così. La gravidanza è solo l’inizio di una conoscenza, non la sua conclusione. Alla nascita c’è una persona reale da incontrare. Ed è anche questa una parte della meraviglia della genitorialità.
Questo articolo è stato scritto a quattro mani da Giada Baldassarri e Serena Gentilini, psicologa clinica e perinatale a Faenza.

