Davanti a una cimice il corpo decide prima della ragione. La psicologa Giada Baldassarri riflette sul disgusto, l’emozione che traccia un confine tra noi e ciò che vogliamo tenere fuori, e su quando quel confine rischia di diventare una condanna.
Ci sono poche cose capaci di farmi reagire così velocemente come una cimice. Lo ammetto: sono facilmente impressionabile. Ma davanti a una cimice il mio corpo sembra dimenticarsi completamente della mia razionalità.
La vedo e succede tutto insieme. Mi irrigidisco. Mi allontano. Un brivido mi attraversa la pelle e, per qualche secondo, l’unico pensiero possibile è: «Che schifo, fatela sparire!».
Non ho bisogno di chiedermi se sia davvero pericolosa. Non devo fare una valutazione dei rischi. Il mio corpo ha già deciso. No. Questa cosa non la voglio, non vicino a me.
Ed è assurdo, a pensarci. Che male può farmi un insetto grande come un’unghia? Eppure, il disgusto non si cura del pericolo. Non davvero. Il disgusto non sembra domandarsi se qualcosa sia nocivo per noi, ma ci fa una domanda più sottile: «Lo voglio vicino a me?».
Il disgusto stabilisce un confine
Da questo punto di vista, è un’emozione particolare. Non ci avverte di un pericolo, come la paura, e non ci spinge ad affrontarlo, come la rabbia. Il disgusto stabilisce un confine tra noi e ciò che vogliamo tenere fuori.
Lo percepiamo bene nella nostra quotidianità, ci allontaniamo da qualcosa che percepiamo come sporco, contaminato, deteriorato. Il disgusto ci protegge da qualcosa che il nostro corpo riconosce come contaminante, con cui non dovremmo entrare in contatto.

Confini che non sono soltanto fisici
Ma i confini che il disgusto ci aiuta a tracciare non sono soltanto fisici. Iniziamo a provare disgusto per comportamenti, per situazioni, o anche solo per gesti. Iniziamo a provare repulsione davanti a qualcosa che viola profondamente i nostri valori.
E, a volte, possiamo arrivare a provare disgusto persino verso una persona: «Quello che ha fatto mi fa schifo!». E lo accompagniamo con una smorfia. In quel pensiero non stiamo più tenendo distante da noi qualcosa. Stiamo allontanando un’idea. Stiamo dicendo: noi non siamo così e non lo vorremmo mai essere.
Ed è qui che il disgusto diventa interessante, ma anche più complesso. Ci mostra ciò che per noi è inaccettabile, ci aiuta a proteggere i nostri valori e a stabilire dei confini. Con noi stessi. Per noi stessi.
Ma a volte può anche diventare un alibi, un modo per allontanare tutto ciò che non comprendiamo, che ci mette a disagio o che non vogliamo riconoscere come parte del mondo in cui viviamo. E, in quel momento, chiudiamo la porta.
“Tu non puoi passare!” (immaginatelo con la voce di Gandalf il Grigio). E a volte questo serve, ci salva. Abbiamo bisogno di porte. Di confini. Di qualcosa che ci permetta di dire che cosa ci fa bene e che cosa, invece, non vogliamo nella nostra vita.
Quando la porta resta chiusa
Però a volte ci rende ciechi. Quando quella porta rimane chiusa anche davanti a ciò che semplicemente non conosciamo. Quando il nostro disgusto diventa un giudizio prima ancora di aiutarci a capire chi siamo e cosa conta per noi. Quando «questa cosa mi ripugna» diventa automaticamente «questa cosa non dovrebbe esistere».
Proteggere un confine o costruire una condanna
E allora forse vale la pena fermarsi un momento. Davanti a ciò che ci provoca disgusto, possiamo chiederci: «Sto proteggendo un mio confine o sto costruendo una condanna?».
Non è facile comprenderlo. Anche le emozioni, qualche volta, non servono soltanto a dirci cosa proviamo. Servono a mostrarci dove finiamo noi e dove comincia ciò che è altro da noi.
E il disgusto, con la sua reazione immediata e quasi istintiva, sembra ricordarci proprio questo: possiamo scegliere ciò che lasciamo entrare. Ma non tutto ciò che vogliamo tenere fuori è necessariamente qualcosa da cui dobbiamo difenderci.
In fondo, la cimice non ci fa nulla di male.
Domande frequenti sul disgusto
Il disgusto è un’emozione che ci allontana da ciò che percepiamo come sporco, contaminato o deteriorato. A differenza della paura, non ci avverte di un pericolo, e a differenza della rabbia non ci spinge ad affrontarlo. Stabilisce piuttosto un confine tra noi e ciò che vogliamo tenere fuori, e ci protegge da qualcosa che il corpo riconosce come contaminante, anche quando, come nel caso di una cimice, non è davvero pericoloso.
Sì. I confini che il disgusto traccia non sono soltanto fisici. Possiamo provare repulsione davanti a gesti, comportamenti o situazioni che violano profondamente i nostri valori, e persino verso una persona. In quel momento non stiamo allontanando un oggetto ma un’idea, stiamo dicendo che noi non siamo così e non vorremmo mai esserlo.
Il disgusto ci aiuta a proteggere i nostri valori, ma può diventare un alibi per allontanare ciò che non comprendiamo o che ci mette a disagio. Succede quando «questa cosa mi ripugna» diventa automaticamente «questa cosa non dovrebbe esistere». Davanti a ciò che ci provoca disgusto può aiutare chiedersi se stiamo proteggendo un nostro confine o se stiamo costruendo una condanna.


