Francesco Santoro racconta Grasso: il corpo, le ferite familiari e il coraggio di raccontarsi, un corto proiettato al Ravenna Nightmare Film Fest 2026
Ci sono ferite che non si vedono, ma che possono accompagnarci per anni. Nascono dal giudizio degli altri, dalle aspettative di chi ci sta vicino e da quelle esperienze a cui rinunciamo perché temiamo di non essere abbastanza. Con Grasso, il cortometraggio di venti minuti presentato al Ravenna Nightmare Film Fest 2026, Francesco Santoro affronta questi temi attraverso la storia di Fabio e del difficile rapporto con un padre ossessionato dal proprio fisico, deciso a imporre al figlio il suo stesso ideale di perfezione.
Francesco Santoro: breve biografia
Nato a Roma nel 1997, Francesco Santoro ha iniziato la propria formazione artistica al Cine-TV Roberto Rossellini, per poi proseguire gli studi con un master in Regia e Sceneggiatura e successivamente in Digital Compositing. La sua opera prima, Pratiche dall’Altrove, è stata preselezionata ai Nastri d’Argento nel 2019, mentre Alle Montagne della Follia ha ottenuto riconoscimenti al FI-PI-LI Horror Festival e all’H.P. Lovecraft Film Festival nel 2022. Nelle sue opere, i turbamenti sociali e le ossessioni umane si intrecciano a una visione poliedrica e provocatoria. Parallelamente alla carriera registica collabora con importanti vendor italiani nel settore degli effetti visivi.
In Grasso, il cinema di genere diventa lo strumento attraverso cui dare forma a un’esperienza personale, esasperando emozioni e paure spesso impossibili da esprimere. Al centro del racconto non c’è soltanto il corpo di un ragazzo: ci sono le relazioni, le occasioni perdute, i sogni che rischiano di svanire e il bisogno di essere guardati per ciò che siamo, superando il giudizio degli altri. Ho incontrato Francesco per parlare della nascita del cortometraggio, del suo percorso artistico e di una storia che, in maniera cruda e diretta, ci invita a riflettere sul peso che attribuiamo allo sguardo altrui.
Il tuo percorso artistico
Mi piacerebbe partire dalle origini: che cosa hai studiato, quando è nata la tua passione per il cinema e quale percorso ti ha portato a diventare regista e sceneggiatore? So che questa non è la tua prima opera quindi ti chiedo: come si è evoluto il tuo modo di raccontare le ossessioni e i turbamenti umani fino ad arrivare a Grasso, il cortometraggio protagonista dell’intervista?
Penso che la mia passione per il cinema e in particolare per il cinema di genere sia nata quando avevo all’incirca sette anni, quando mio padre mi fece vedere classici come La Cosa di Carpenter, Blues Brothers di Landis e L’Armata delle Tenebre di Raimi. Visioni non propriamente adatte a un bambino di quell’età, c’è da dirlo, ma ne rimasi folgorato. Non mancavano ovviamente generi e registri narrativi lievemente più consoni come quelli di Burton, Mel Brooks, Gilliam che hanno decisamente dato un preciso imprinting al mio immaginario.
Nel 2010, Internet stava muovendo i primi passi verso il mainstream. Passavo ore a guardare cortometraggi amatoriali che dei gruppetti di ragazzi avevano caricato in rete. “Voglio provarci anch’io”, pensai. Cominciai così a muovere i miei primi passetti con la materia filmica. Fin da bambino amavo la scrittura, finalmente avevo trovato un mezzo per rendere quelle storie reali e vivide. Seppur con grandi limitazioni tecniche. Con un forte desiderio di conoscenza, l’anno dopo mi iscrissi al Cine-Tv Roberto Rossellini di Roma, lì è dove cominciai a studiare le tecniche di scrittura, regia e montaggio e a scoprire le origini del Cinema. Studi che pochi anni dopo mi aiutarono a plasmare nel 2018 il mio primo vero cortometraggio: Pratiche dall’Altrove.
Completamente muto e in bianco e nero, Pratiche fu la mia lettera d’amore al cinema Espressionista e commedie anni ’20 come Hellzapoppin arrivando fino ad autori più moderni come Tim Burton, Paolo Villaggio e Terry Gilliam da cui sicuramente prende la sua vena narrativa più anarchica. In retrospettiva, con Pratiche volevo cominciare ad esplorare ossessioni e turbamenti attraverso un’azienda e il suo Presidente incapace di accettare il proprio fallimento.
L’anno seguente nel 2019 mi iscrissi alla Roma Film Academy indirizzo Regia e Sceneggiatura, lì conobbi molti dei miei attuali collaboratori e amici. Da quell’esperienza uscirono due progetti molto simili nelle intenzioni e approccio: From Beyond (2021) e Alle Montagne della Follia (2022). Entrambi ispirati ai racconti di H.P. Lovecraft e visivamente ai classici del cinema horror spaziando tra gli anni ’30 e ’80. Entrambi i progetti furono fondamentali per testare gli strumenti narrativi e registici che avrei poi portato successivamente in Grasso.
La nascita di Grasso
La storia di Fabio e di suo padre affronta un tema estremamente delicato. Tu racconti in 20 minuti che cosa succede quando il corpo di una persona diventa il luogo su cui qualcun altro esercita il proprio controllo. Qual è stato il primo elemento da cui sei partito per creare la tua opera: un’immagine, una situazione, un’emozione o una riflessione che sentivi il bisogno di trasformare in una storia? Raccontaci di Grasso.
Grasso nasce da un’urgenza, quella di raccontarmi con un progetto più personale. E questa necessità mi ha portato inevitabilmente a voler parlare della condizione fisica che mi ha accompagnato per buona parte della mia vita: quella di persona in sovrappeso.
Il pensiero è andato subito ai rapporti che avevo con la mia famiglia e con le persone intorno a me; come questa condizione avesse inevitabilmente minato le relazioni che avevo con loro, perché da entrambi i lati incapaci di vedere al di là di un numero sulla bilancia, complice l’essere cresciuto in una società come quella dei primi anni 2000 ossessionata dalla perfezione e dai corpi. Quanto il mio sentirmi diverso mi avesse segnato fino a quel momento e che cicatrici avesse creato. Quante esperienze avevo perso per paura del giudizio altrui.

Queste riflessioni sono poi diventate la spina dorsale di tutto il progetto.
Quando una storia ci riguarda da vicino
Durante la presentazione al Nightmare Film Fest 2026, alla quale ero presente, hai raccontato che Grasso ha anche un legame personale con te. Mi piacerebbe capire come nasce questo rapporto tra un autore e una storia: a volte ci sono temi che sentiamo particolarmente vicini e che, proprio per questo, diventano difficili da raccontare. Com’è stato per te trasformare questa sensibilità in un progetto cinematografico? La scrittura ti ha aiutato a guardare questi temi da una prospettiva nuova?
Durante le primissime fasi di scrittura trattare queste tematiche a me così vicine non fu semplice. Per diventare un corto questa matassa di pensieri e sensazioni doveva prendere un focus preciso, un setting, ma soprattutto un genere. Volevo prendermi il tempo per raccontare una storia personale, ma senza rinunciare al mio amore per il cinema di genere.
Il corpo, lo sguardo e l’ossessione per la perfezione
Nel film il padre è ossessionato dal proprio fisico e cerca di imporre al figlio la stessa idea di perfezione. Il corpo di Fabio diventa così il terreno su cui si manifestano il controllo, il giudizio e le ferite del loro rapporto. Pur appartenendo al genere horror, Grasso mi è arrivato soprattutto per la sua componente emotiva. Il disagio non nasce soltanto da ciò che accade, ma anche dal riconoscimento di dinamiche umane che possono lasciare segni profondi. Perché hai scelto di raccontare questo conflitto proprio attraverso il body horror? Il linguaggio dell’horror ti permette di raccontare qualcosa che, forse, un dramma più realistico non riuscirebbe a esprimere con la stessa forza?
Una delle mie strutture narrative preferite è quella di Audition di Takashi Miike (1999), un film apparentemente innocuo nel suo primo atto, che lentamente scivola nel thriller nel secondo, fino ad arrivare nell’abisso dell’horror psicologico nel suo terrificante terzo atto.
Decisi quindi di dividere il corto in due fasi distinte, l’iniziale, più intima e coming-of-age, legata ai personaggi di Fabio e Alice, in parte anche ispirata al racconto Le Notti Bianche di Dostoevskij e una più viscerale e orrorifica per il Padre. Così come il controllo del Padre si sarebbe fatto sempre più pressante anche l’anima thriller/horror avrebbe completamente oscurato il lato più empatico della vicenda.
Utilizzo il cinema di genere perché semplicemente mi aiuta a deformare e amplificare sentimenti e timori che di solito rimangono repressi nell’inconscio. Come il desiderio di un padre di aiutare il proprio figlio, prima che sia troppo tardi. Scrivere Grasso mi ha decisamente aiutato a riflettere e a guardare la vita da una prospettiva diversa, soprattutto per quanto concerne i rapporti interpersonali con persone a me vicine. Il monologo finale di Alice ne è la prova.

Fabio e Alice: la possibilità di essere visti diversamente
Nel percorso di Fabio, Alice sembra aprire uno spazio diverso, una possibilità di avvicinarsi a qualcuno e di vivere un rapporto al di fuori del giudizio che lo accompagna. Che cosa rappresenta per te questo personaggio? E quanto era importante raccontare il desiderio di Fabio di lasciarsi conoscere, proprio mentre sta cercando di trovare un posto nel mondo? Ma ancor più importante… cosa potrà succedere, secondo te, fra Fabio e Alice, dato che il corto si interrompe poco prima del loro incontro?
Alice è una parte fondamentale nel racconto. Controbilancia perfettamente l’ossessiva figura del Padre e dà a Fabio, privo di una figura di riferimento, un tenero e malinconico ricordo al quale rimanere avvinghiato, nella flebile speranza forse un giorno di rivederla. Non volevo rappresentare Fabio come un semplice succube della figura paterna, ma come un personaggio che, nonostante il condizionamento esercitato dal padre, tenterà durante la narrazione di ritrovare l’ambizione persa nel tempo.
Per me il personaggio di Alice rappresenta semplicemente i sogni e le speranze che abbiamo da ragazzi e Fabio i rimorsi che ne conseguono quando questi sogni vengono meno.
Per quanto concerne il finale, lo spettatore ha il compito di decidere il destino di Fabio e Alice, non io. Ma ovviamente, ho una mia idea precisa.
Dal vissuto personale alla storia universale
C’è un aspetto che mi ha colpita particolarmente: pur raccontando un rapporto familiare molto specifico, il film tocca temi in cui tante persone possono riconoscersi, dal bisogno di essere accettate alla difficoltà di liberarsi dello sguardo degli altri. Che cosa speri rimanga allo spettatore dopo la visione? E che tipo di confronto ti piacerebbe che il film riuscisse ad aprire?
Spero che al pubblico rimanga il piacere di aver assistito a una storia raccontata a cuore aperto e che possa in qualche modo far riflettere sull’importanza della comunicazione all’interno della famiglia e sul peso che diamo al giudizio degli altri.
Andare oltre
Con Grasso, Francesco Santoro sceglie di raccontare una parte di sé attraverso il linguaggio del cinema di genere, trasformando emozioni personali in una storia che fa riflettere lo spettatore. Il corpo diventa il punto di partenza di un conflitto più profondo, in cui l’ossessione per il controllo si scontra con il desiderio di essere riconosciuti e accettati per ciò che si è.
La vicenda di Fabio ci ricorda quanto lo sguardo degli altri possa influenzare il nostro vissuto, le relazioni che riusciamo a costruire e i sogni che troviamo il coraggio di inseguire. Ma il film apre anche a una riflessione sul ruolo della famiglia e sull’importanza della comunicazione, mostrando come il dolore possa attraversare i rapporti più vicini quando manca la possibilità di ascoltarsi davvero.
Forse è proprio qui che Grasso supera i confini del genere horror: nella capacità di trasformare la paura in una domanda profondamente umana. Quanto di noi rischiamo di perdere quando cominciamo a guardarci soltanto attraverso gli occhi degli altri?

GRASSO
Italia, 2026 · Body horror · 19’58”
Regia e sceneggiatura: Francesco Santoro
Cast: Damiano Spitaleri, Samuele Ferri, Gabriella Kracàtytsa, Beatrice Vento, Daniel De Rossi
Produzione: Masso Film, Reflux Media, Vacuna Pictures
Distribuzione: PunxFilm
Domande frequenti su Grasso di Francesco Santoro
Grasso è un cortometraggio body horror di Francesco Santoro, italiano, del 2026 e di circa venti minuti. Racconta Fabio e il rapporto con un padre ossessionato dal proprio fisico, che vuole imporre al figlio il suo ideale di perfezione. Il regista ha raccontato che la storia nasce dalla sua esperienza di persona in sovrappeso.
Grasso è stato proiettato il 15 ottobre 2026 al Teatro Rasi di Ravenna, nel Concorso Europeo della XXIV edizione del Ravenna Nightmare Film Fest, dove i cortometraggi concorrono al Méliès d’Argent.
Francesco Santoro è un regista e sceneggiatore nato a Roma nel 1997. Si è formato al Cine-TV Roberto Rossellini e alla Roma Film Academy. Tra i suoi lavori ci sono Pratiche dall’Altrove (2018), From Beyond (2021) e Alle Montagne della Follia (2022). Lavora anche negli effetti visivi.


