Alessio Hong racconta il suo cortometraggio horror di sette minuti, nato dall’odio per le zanzare e trasformato in una riflessione sulla rabbia, sull’ossessione e sulla violenza che si nasconde nei gesti quotidiani.
Ci sono incubi che non hanno bisogno di mostri, creature soprannaturali o presenze mistiche. A volte è sufficiente una notte d’estate, una silenziosa camera da letto e un ronzio insistente che porta a non chiudere occhio. Con Zanzara, cortometraggio horror di sette minuti presentato al Ravenna Nightmare Film Fest, Alessio Hong prende fra le dita un’esperienza comune per poi trasformarla in un racconto horror viscerale, in cui una fastidiosa zanzara diventa il centro di un evento crudo e disturbante.
La protagonista del cortometraggio è una giovane coppia. Sono distesi nel letto, è tardi e cercano di prendere sonno, tuttavia, qualcosa glielo impedisce. Fin dai primi istanti della narrazione si nota e si ode una zanzara che si sottrae a ogni tentativo di essere eliminata. Quello che comincia come un semplice fastidio si trasforma progressivamente in un’ossessione, mettendo a dura prova i nervi e la sanità mentale, soprattutto del ragazzo protagonista. Attraverso il suono, il ritmo delle immagini e un’ambientazione ambigua, il film porta all’estremo una situazione quotidiana, interrogandosi sulle nostre reazioni, sulla perdita della ragione e sulla violenza che può nascondersi anche nei gesti più comuni.
Alessio Hong, una breve biografia

Nato nel 1997 e cresciuto ad Arezzo, Alessio Hong appartiene a una generazione che ha scoperto il cinema attraverso Internet e i video online. La sua passione per gli effetti visivi lo ha portato inizialmente a sperimentare con After Effects, per poi avvicinarsi sempre più alla regia. Trasferitosi a Roma per studiare cinema, ha fondato, insieme al regista Michele Formica, GOOFY Studio, un’agenzia creativa e casa di produzione attiva soprattutto nei settori della moda, della pubblicità e dei videoclip musicali. Oggi vive e lavora a Milano, dove firma campagne per importanti brand italiani della moda e del lusso. Dopo aver lavorato per anni a un lungometraggio, con Zanzara torna alla forma breve e a un cinema istintivo, libero e legato al piacere stesso di raccontare per immagini.
Il tuo percorso artistico
Mi piacerebbe cominciare dalle origini: che cosa hai studiato, da dove nasce la tua passione per il cinema e come sei arrivato a lavorare tra pubblicità, moda e videoclip musicali?
Mi piacerebbe dire che ho imparato grazie a YouTube, grazie a Internet. Faccio parte di quella generazione che ha scoperto il cinema online: seguivo canali come Corridor Digital e FreddieW, molto legati al mondo degli effetti speciali, che resta una mia grande passione. Le mie origini sono lì: ho iniziato con gli effetti visivi su After Effects, e solo col tempo mi sono spostato sempre di più verso la regia.
Nel mondo in cui lavoro oggi, tra moda, pubblicità e videoclip, ci sono arrivato partendo proprio dai video musicali. Sono cresciuto ad Arezzo, dove c’erano dei rapper che avevano bisogno di qualcuno che girasse i loro video. Andavo da solo, con i pochi mezzi che avevo. Una cosa divertente è che tra loro c’era Il Ghost, rapper italo-kosovaro: abbiamo iniziato a fare video insieme, ovviamente a budget zero, divertendoci e costruendo una bella amicizia.
Poi mi sono trasferito a Roma per studiare cinema. Lì ho conosciuto Michele Formica, regista con cui ho fondato GOOFY Studio, l’agenzia creativa e casa di produzione con cui oggi lavoriamo soprattutto in fashion, pubblicità e video musicali.
La scelta del cortometraggio
Dopo aver lavorato in ambiti diversi e aver affrontato anche il formato del lungometraggio, che cosa ti ha spinto a raccontare questa storia attraverso un corto? Ci sono idee che, secondo te, trovano proprio nella brevità la loro forma ideale? O è solamente una scelta stilistica?
Venivo da un lungometraggio a cui ho lavorato per tanti anni. Sono contento di averlo fatto, ma non rispecchia fino in fondo chi sono. Con questo corto volevo tornare a quell’origine, al cinema scoperto su Internet: fare qualcosa che prima di tutto mi divertisse, e che fosse anche uno sfogo personale contro la zanzara. Zanzara è un ritorno a quel tipo di cinema, con un’idea forte e condivisibile, che tutti viviamo quotidianamente. E proprio per la sua durata così breve funziona bene online.
Per me il cortometraggio è un formato molto specifico: ci sono storie che funzionano solo nella forma breve. Il mio professore diceva che a volte un corto è più difficile di un lungometraggio. Forse non è esattamente così, ma capisco cosa intendeva: in pochi minuti devi raccontare tante cose, in modo compresso e preciso. Ogni secondo conta e non ci si può permettere di allungare una scena.
In Zanzara ogni inquadratura è stata soppesata, pensata e, prima ancora, disegnata. È questo che ha dato al corto il suo ritmo incalzante.
Una normale zanzara diventa un vero e proprio incubo
Una zanzara in una notte d’estate è un’esperienza che tutti conosciamo, ma trasformarla nel centro di un racconto horror è tutt’altro che scontato. Da dove è nata l’idea di Zanzara? C’è stato un episodio reale, un’immagine o una sensazione da cui tutto è partito?
Zanzara è nata soprattutto dal mio odio per le zanzare. Un odio spropositato, che a un certo punto mi ha fatto chiedere da dove venisse. Se c’è una zanzara nella stanza in cui devo dormire, non ci riesco. Provi a prendere sonno, lei ti arriva vicino all’orecchio e ti sveglia; accendi la luce e scompare. E il ciclo ricomincia: non la trovi più, ti stanchi, torni a dormire, e lei si ripresenta.
Tutto questo mi provocava una rabbia tale che finivo per inseguirla con una torcia in mano, alla ricerca disperata di un insetto minuscolo e insignificante che volevo uccidere a tutti i costi. Mi ha fatto riflettere su quanto sia sproporzionato il nostro odio.
Poi c’è il momento in cui la uccidi. È un’esperienza soddisfacente, eppure abbiamo appena ucciso una creatura vivente. Mi sono chiesto da dove venga questa soddisfazione morbosa.
Dall’irritazione all’ossessione, alla possessione
Come hai lavorato sulla tensione per trasformare un fastidio minimo in qualcosa di sempre più disturbante? Ti interessava raccontare soltanto l’esasperazione pura e cruda, oppure anche il modo in cui una piccola presenza può far emergere fragilità e tensioni già esistenti? Alla fine se ci pensiamo bene… se il protagonista non fosse stato così infastidito dalla zanzara, non sarebbe successo nulla di tutto ciò che viene poi rappresentato sullo schermo…
Volevo che il corto restituisse esattamente l’esperienza di una notte insonne: cerchiamo di ucciderla, ma lei torna a trovarci e ci ossessiona fino a farci impazzire. Il film doveva seguire questa escalation, sempre più forte, fino al punto in cui la zanzara, il suo suono e la metafora che porta con sé entrano letteralmente nella testa del protagonista.
A quel punto lui impazzisce del tutto e incarna lo spirito stesso della zanzara: quel fastidio, quella voglia di sangue. Diventa, in un certo senso, l’immagine che noi abbiamo di questo insetto. La zanzara, in fondo, non fa che tirare fuori una violenza estrema e innata che abbiamo tutti.
Il lavoro dietro i sette minuti
Quanto lavoro c’è dietro un cortometraggio di 7 minuti? Mi piacerebbe conoscere qualcosa in più sulle riprese, sulla gestione degli spazi e sulla collaborazione con gli attori, Sebastien Halnaut e Annalisa Tancini.
Dietro Zanzara c’è un lungo lavoro di preparazione. Il corto è stato interamente storyboardato, dalla prima all’ultima inquadratura, e sul set ci siamo attenuti quasi completamente a quel lavoro.
È stato un corto difficile da produrre, soprattutto perché l’abbiamo realizzato in mezzo a una miriade di altri lavori che andavano avanti in parallelo nello studio. È autoprodotto da GOOFY Studio, la mia casa di produzione e agenzia creativa. Abbiamo girato negli studi di Videa, set già costruiti che conosceva la scenografa Alessandra Martelli. Alessandra ha lavorato molto nel cinema italiano, anche negli anni ’80 e ’90, e per me era bello collaborare con qualcuno che avesse quel tipo di sguardo.

Con Sebastien Halnault e Annalisa Tancini il lavoro è partito già dal casting. Era un progetto particolare, in cui la fisicità è tutto, l’approccio è stato molto teatrale per quanto riguarda l’esecuzione specifica di movimenti. Sono stati bravissimi a mettere a disposizione il proprio corpo e la propria interpretazione, e a capire perfettamente l’intenzione di movimento e di coreografia che attraversa il corto.
Montaggio, transizioni e linguaggio visivo
Ho trovato particolarmente interessanti le transizioni e il modo in cui le immagini e i suoni contribuiscono a creare inquietudine. Come hai costruito il ritmo del film in fase di montaggio? Quanto erano importanti, nel tuo progetto, il suono e la componente visiva rispetto alla narrazione tradizionale?
Il montaggio era quasi fissato prima ancora di entrare in sala. Avendo storyboardato tutto, si è trattato soprattutto di scegliere le clip migliori e metterle in fila: il ritmo era già costruito, e in montaggio l’abbiamo adattato.
La colonna sonora, invece, è stata la parte più lunga e complessa della postproduzione. Avevo un’idea abbastanza chiara di come volevo che suonasse il corto, ma arrivarci ha richiesto tempo. Ci siamo riusciti grazie a Francesco Piro, sound designer del film.
Il cuore della composizione è un violino, registrato dal vivo con Agnese Amico. Per me era essenziale catturare quel suono: le corde raccontano la sensazione della zanzara, e quel ronzio diventa poi la colonna sonora che accompagna tutto il corto.
La location e la costruzione dell’inquietudine
Mi ha colpito molto l’ambientazione di Zanzara: la stanza rivestita di cellophane trasparente alle pareti e i dettagli dello spazio contribuiscono a creare una sensazione quasi claustrofobica e straniante. Come siete arrivati a questa scelta visiva? Era un’immagine che avevi già in mente durante la scrittura oppure è nata in fase di preparazione del set?
L’ambientazione nasce dalla collaborazione con Alessandra Martelli, la scenografa che mi ha accompagnato sia nel lungometraggio sia in questo corto. Il cellophane è stata una sua idea: dà un senso di claustrofobia e di instabilità ma anche desiderio di non sporcare, come in una casa dove una coppia si è appena trasferita e sta ridipingendo le pareti. Quella plastica porta con sé anche una certa leggerezza, e un aspetto sonoro che secondo me contribuisce molto alla sensazione generale.
È un set distaccato dalla realtà, che appartiene a un registro più espressionista. La storia in sé è una situazione quotidiana che tutti capiamo; attraverso l’ambientazione l’abbiamo resa astratta, proprio per arrivare meglio al tema centrale.
Quando il fastidio diventa paura
Con Zanzara, Alessio Hong parte da una delle esperienze più comuni e apparentemente insignificanti per costruire un racconto che cresce minuto dopo minuto, fino a trasformare la semplice irritazione in un vero incubo. Il cortometraggio dimostra come, attraverso il linguaggio del cinema, anche un episodio quotidiano possa diventare materia per scandagliare il lato più oscuro dell’essere umano.
ZANZARA
Italia, 2026 · Horror · 7’
Regia e sceneggiatura: Alessio Hong
Cast: Sebastien Halnault, Annalisa Tancini
Produzione: GOOFY Studio
Presentato al: Ravenna Nightmare Film Fest
Zanzara di Alessio Hong: guarda il cortometraggio completo
Domande frequenti su Zanzara di Alessio Hong
Zanzara è un cortometraggio horror italiano di sette minuti che trasforma una situazione quotidiana in un incubo. La storia segue una giovane coppia tormentata da una zanzara durante la notte. Quello che inizia come un semplice fastidio si trasforma progressivamente in un’ossessione, fino a spingere il protagonista verso la perdita del controllo.
Zanzara è scritto e diretto da Alessio Hong, regista italiano nato nel 1997 e fondatore di GOOFY Studio insieme a Michele Formica. Il suo percorso professionale spazia dagli effetti visivi alla regia, passando per moda, pubblicità e videoclip musicali.
Il cortometraggio Zanzara è stato presentato al Ravenna Nightmare Film Fest, manifestazione dedicata al cinema horror, thriller e fantastico.


