Possiamo scegliere di cambiare il nostro corpo e non c’è nulla di superficiale nel farlo. Ma proprio perché quella scelta è legittima, deve essere anche sicura. Dietro un intervento estetico ci sono una sala operatoria, un’équipe, un’anestesia, dei rischi e un post operatorio. Non un semplice trattamento beauty.
Lo dico subito, per non essere accusata di pregiudizi. Sono stra favorevole alla chirurgia plastica. Credo che ciascuno abbia il diritto di decidere cosa fare del proprio corpo, così come della propria vita. Che si tratti di un naso, di un seno, di una palpebra che pesa sullo sguardo o di un addome che, dopo due gravidanze, non ci piace più. E non penso che chi sceglie di operarsi sia più fragile, più vanitoso o meno consapevole di chi decide di non farlo.
Ma proprio perché difendo questa libertà, non riesco a ignorare il modo in cui ne parliamo. Con leggerezza. Con diminutivi. Con prezzi in offerta e video di trenta secondi. Come se un intervento fosse un appuntamento dall’estetista un po’ più lungo.
Non lo è. Anche quando l’obiettivo è estetico, la chirurgia plastica resta chirurgia.
Il problema delle parole
Spesso vengono chiamati “ritocchini”. Un diminutivo, quasi affettuoso, che fa pensare a qualcosa di veloce, piccolo, senza conseguenze. Ed è proprio contro questa parola che si sono schierati i chirurghi plastici italiani durante il loro ultimo congresso nazionale, a Bari, dove la SICPRE ha chiesto di smettere di usare il termine “ritocchini”, perché dietro quella parola ci sono operazioni chirurgiche con rischi che non vanno mai sottovalutati.
Infezioni, sanguinamenti, trombosi, complicanze. Non sono scenari da film, sono rischi possibili di qualsiasi intervento chirurgico, e il fatto che l’obiettivo sia estetico non li rende meno reali. Li rende, semmai, più facili da dimenticare.
Il linguaggio non è un dettaglio. Quando un intervento viene raccontato come un trattamento beauty, rischiamo di sceglierlo come si sceglie un trattamento beauty, in base al prezzo, alla vicinanza o alla foto del prima e dopo più convincente. Ma prima del risultato dovremmo guardare a tutto ciò che rende quell’intervento sicuro, cioè la formazione e l’esperienza del chirurgo, la struttura in cui opera, l’équipe, l’anestesista e la capacità di gestire un’eventuale complicanza.
Perché il punto non è avere paura della chirurgia plastica. È ricordarsi che è chirurgia prima ancora di essere estetica.
Morire di chirurgia plastica nel 2026
Sembra una frase fuori dal tempo, eppure le cronache di quest’anno la rendono concreta.
A fine luglio è morta una donna di 74 anni di Città di Castello, dopo nove mesi di coma. Nell’ottobre 2025 si era sottoposta a un lifting facciale in una clinica privata e durante l’intervento le sue condizioni erano precipitate. La Procura di Perugia indaga per omicidio colposo e responsabilità sanitaria, e risultano indagati un chirurgo plastico e un anestesista. Tra le ipotesi al vaglio c’è una possibile reazione avversa all’anestetico locale, ma saranno gli accertamenti a stabilire cause ed eventuali responsabilità.
A settembre è morta anche Clara Palaoro, insegnante di 56 anni di Pergine Valsugana. Si era sottoposta il 28 gennaio a un intervento di chirurgia estetica in una clinica privata di Marostica e, nelle ore successive, aveva accusato un grave malore. È morta dopo otto mesi. La Procura di Vicenza, che inizialmente procedeva per lesioni gravissime, sta ora indagando nell’ipotesi di omicidio colposo. Tra gli aspetti da chiarire ci sono l’origine del malore e la tempestività dei soccorsi.
Saranno le indagini a stabilire che cosa sia accaduto e se vi siano responsabilità. Ma queste storie ricordano una cosa che il linguaggio dei “ritocchini” rischia di farci dimenticare. Anche un intervento considerato di routine richiede una struttura adeguata, anestesia, monitoraggio, personale qualificato e la capacità di gestire immediatamente un’emergenza. Il rischio può essere basso, ma basso non significa inesistente. E soprattutto non significa che possa essere trattato con leggerezza.
Non tutte le strutture sono uguali
Il secondo problema è dove ci si opera. I controlli dei Carabinieri del Nas mostrano quanto il settore presenti ancora zone grigie. In una sola campagna nazionale sulla medicina estetica, conclusa nel novembre 2025, i Nas hanno ispezionato 793 strutture e ne hanno trovate 110 irregolari. Undici attività sono state chiuse o sospese, 33 persone denunciate e le contestazioni hanno riguardato, tra le altre cose, esercizio abusivo della professione, ambulatori aperti senza autorizzazione e farmaci scaduti.
Per chi si opera, però, la differenza tra una struttura e l’altra non si vede necessariamente dalla sala d’attesa. Ed è qui che si gioca una parte fondamentale della sicurezza. Un intervento non è fatto soltanto dalle mani del chirurgo. È fatto anche da una sala operatoria adeguatamente attrezzata, da un anestesista, da personale capace di riconoscere immediatamente una complicanza e da procedure precise per gestire un’emergenza o trasferire il paziente in ospedale quando necessario.
Perché non tutte le strutture possono fare tutto. Uno studio adatto a visite, medicazioni o procedure ambulatoriali non è automaticamente attrezzato per interventi che richiedono anestesia o un livello superiore di assistenza e monitoraggio. E questo non cambia perché ha pareti bianche, una comunicazione rassicurante o un bel sito internet.
Prima di scegliere dove operarsi, dovremmo chiederci non soltanto “chi mi opera?”, ma anche “dove mi opera e che cosa succede se qualcosa va storto?”.

Scegliere con la testa, non con la paura
Niente di tutto questo dovrebbe trasformarsi in un nuovo moralismo. Nel mondo, secondo il report ISAPS sul 2025, sono stati eseguiti quasi 18 milioni di interventi di chirurgia plastica a scopo estetico. Nessuno dovrebbe doversi giustificare per aver scelto di cambiare qualcosa di sé, né per aver scelto di non farlo. È una libertà che va difesa, e proprio per questo va esercitata con consapevolezza.
Ma una scelta libera è una scelta informata. Vuol dire chiedere, prima di tutto, dove si farà l’intervento, se la struttura è autorizzata per quel tipo di operazione, chi si occuperà dell’anestesia e cosa succede se qualcosa va storto. Vuol dire fare una visita di persona, non una consulenza in chat, e parlarne anche con il proprio medico di famiglia, come raccomandano le società scientifiche dei chirurghi plastici. E vuol dire diffidare dei percorsi che non prevedono controlli dopo l’intervento, soprattutto quando il rientro a casa è immediato.
E vuol dire, a volte, sentirsi dire di no. Un buon chirurgo non asseconda ogni richiesta, e a volte la scelta migliore è proprio non intervenire. Anche questa è una decisione libera, che merita lo stesso rispetto.
Libere, ma non sprovvedute
Possiamo volere un corpo diverso, ed è legittimo. Possiamo decidere di intervenire a trenta, a cinquanta o a settant’anni. Possiamo farlo senza chiedere il permesso a nessuno. Ma la libertà di scegliere non può diventare la libertà di non sapere, soprattutto con tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione. Non c’è nulla di superficiale nel voler cambiare il proprio aspetto. Di superficiale, semmai, c’è il modo in cui a volte ci viene venduto.
Perché la chirurgia plastica è una scelta legittima, ma prima della bellezza viene la sicurezza.
Domande frequenti sulla chirurgia estetica
Sì. Anche un intervento con finalità estetiche si svolge in sala operatoria, con un’équipe, spesso con un’anestesia, e comporta rischi come infezioni, sanguinamenti, trombosi e complicanze anestesiologiche. Per questo la SICPRE ha chiesto di smettere di chiamarli “ritocchini”.
Prima di tutto dove si farà l’intervento e se la struttura è autorizzata per quel tipo di operazione, poi chi si occuperà dell’anestesia e cosa succede in caso di complicanze. Conviene fare una visita di persona, non solo una consulenza online, e parlarne con il proprio medico di famiglia, come raccomanda la SICPRE.
Bisogna chiedere se la struttura ha l’autorizzazione sanitaria della Regione per il tipo di intervento previsto, e non solo per visite o procedure ambulatoriali, e chi gestisce anestesia ed eventuali emergenze. Nell’ultima campagna nazionale dei Nas sulla medicina estetica, 110 strutture su 793 controllate sono risultate irregolari.


