Il mal di testa che torna, lo stomaco che si chiude, la sveglia che suona comunque. La psicologa Giada Baldassarri si chiede perché ci fermiamo solo quando il corpo ci costringe e perché, anche allora, ci sentiamo in colpa.
Ci sono periodi in cui sembra che il corpo abbia deciso di mettersi d’accordo con la vita per complicarti le cose. Nelle ultime due settimane, le uniche che mi sono concessa di ferie dall’inizio dell’anno, mi è successo un po’ di tutto: cervicale, placche in gola, virus intestinale. Poi, quando finalmente avevo la sensazione di essere tornata alla normalità, ecco il ciclo. E dopo due settimane di farmaci, lo stomaco ha presentato il conto.
Notte insonne, sveglia alle 6:30, come sempre. Perché il lavoro non aspetta e nemmeno le scadenze.
E, lo ammetto, mi sono sentita in trappola. Non potevo fermarmi. Non potevo chiamare il dottore per l’ennesima volta e lasciare alla mia collega ogni cosa da gestire. Non potevo ignorare i miei pazienti. Di nuovo.
La colpa mi ha spezzato, quasi come se l’avessi fatto apposta. Allora ho fatto quello che facciamo tutti: stringere i denti e fare quello che bisogna fare.
Quanto spazio lasciamo davvero alla possibilità di fermarci?
Perché nella nostra vita sembra esserci una specie di regola non scritta: puoi essere stanco, puoi avere bisogno di una pausa, puoi anche stare male. Ma non puoi fermarti.
E così tiriamo. Tiriamo quando siamo stanchi, quando dormiamo poco, quando abbiamo troppi pensieri, quando il corpo comincia a mandarci qualche segnale. Ancora un po’. Fino a venerdì. Fino alla fine di quel progetto. Fino alle vacanze.
E spesso non ci fermiamo quando ne avremmo bisogno. Ci fermiamo quando non possiamo più farne a meno. È una differenza enorme.
I segnali che il corpo ci manda
Perché il corpo, molto prima di arrivare al limite, qualcosa ce lo dice. La stanchezza che non passa, il mal di testa che ritorna, il sonno che si altera, la tensione muscolare, lo stomaco che si chiude, l’irritabilità, la difficoltà a concentrarsi. Non sempre sono segnali di qualcosa di grave. Ma possono essere segnali di qualcosa che chiede attenzione.
E noi cosa facciamo? Spesso li trattiamo come ostacoli e cerchiamo i rimedi. Un caffè per la stanchezza. Un antidolorifico per il mal di testa. Una pausa saltata perché «tanto ormai manca poco». Una sera in meno di sonno perché «domani recupero».
Come se il nostro compito fosse continuare a funzionare e quello del corpo fosse adattarsi. Finché, qualche volta, il corpo smette di chiedere gentilmente. E ci costringe a fermarci.

Il senso di colpa di chi si ferma
Ed è proprio lì che può comparire il senso di colpa. Perché fermarsi, per molte persone, significa sentirsi improduttivi. Pensare agli altri che stanno lavorando mentre noi siamo a letto. Chiedersi se stiamo esagerando, se davvero stiamo così male, se avremmo potuto comunque andare. Come se anche stare male dovesse essere meritato.
E allora viviamo una situazione paradossale: il corpo ci chiede di rallentare e la mente ci rimprovera perché lo stiamo ascoltando. «Dovrei lavorare.» «Dovrei essere più forte.» «Non posso fermarmi proprio adesso.»
Anche la pausa diventa una prestazione
E così anche la pausa diventa una prestazione. Dobbiamo essere abbastanza stanchi, abbastanza malati, abbastanza esausti per concedercela. Come se esistesse una soglia oltre la quale finalmente avessimo il diritto di dire: «adesso basta».
Ma non dovremmo avere bisogno di arrivare all’estremo per riconoscere un limite. Il corpo non è un avversario che cerca di intralciare i nostri programmi. È una parte di noi. E quando ci chiede di rallentare, forse non sempre ci sta dicendo che qualcosa non funziona. A volte ci sta semplicemente dicendo che stiamo chiedendo troppo.
Imparare a fermarci un po’ prima
Non sempre possiamo fermarci, questo è vero. Ci sono lavori, figli, scadenze, persone che dipendono da noi. Ma forse possiamo imparare a distinguere tra il non poterci fermare e il non concederci mai di farlo. Possiamo imparare ad ascoltare i segnali e a lasciare andare, almeno un po’, il senso di colpa che arriva quando finalmente ci fermiamo.
Perché riposare non significa essere deboli. Avere un limite non significa essere incapaci.
E forse non dovremmo aspettare che sia il corpo a decidere per noi. Forse potremmo imparare a fermarci un po’ prima.
Domande frequenti sul bisogno di fermarsi
Molto prima di arrivare al limite, il corpo manda dei segnali. La stanchezza che non passa, il mal di testa che ritorna, il sonno che si altera, la tensione muscolare, lo stomaco che si chiude, l’irritabilità e la difficoltà a concentrarsi non sono sempre il segno di qualcosa di grave, ma possono indicare qualcosa che chiede attenzione.
Per molte persone fermarsi significa sentirsi improduttivi, pensare agli altri che lavorano mentre noi siamo a letto e chiedersi se stiamo esagerando. È come se anche stare male dovesse essere meritato. Così il corpo ci chiede di rallentare e la mente ci rimprovera perché lo stiamo ascoltando.
Non sempre possiamo fermarci, perché ci sono lavori, figli, scadenze e persone che dipendono da noi. Possiamo però imparare a distinguere tra il non poterci fermare e il non concederci mai di farlo, ad ascoltare i segnali del corpo e a lasciare andare un po’ del senso di colpa. Riposare non significa essere deboli, e avere un limite non significa essere incapaci.


