Le italiane vivono in media quattro anni più degli uomini, ma secondo l’ultimo rapporto Bes dell’Istat passano meno anni in buona salute, sono più fragili dopo i 75 anni e rinunciano più spesso alle cure. Il primato della longevità femminile, visto da vicino, somiglia più a un conto da pagare che a un privilegio.
Ogni volta che escono i dati sulla speranza di vita c’è un numero che finisce nei titoli e che ci piace ripetere, quello che vede le donne italiane tra le più longeve d’Europa. È un numero vero, e in qualche modo anche rassicurante, perché sembra dire che a noi donne il tempo concede qualcosa in più. Poi però si guarda dentro quegli anni, si chiede come vengono vissuti, con quale corpo, con quale compagnia e con quali cure, e il quadro cambia in modo profondo.
Lo ha mostrato con molta chiarezza il tredicesimo rapporto sul Benessere equo e sostenibile, presentato dall’Istat il 26 ottobre a Roma. La speranza di vita in Italia ha toccato il massimo mai registrato, 83,7 anni, con gli uomini a 81,7 e le donne a 85,7. Ma accanto a questo record ci sono altri numeri, meno citati, che raccontano una storia diversa e che riguardano soprattutto noi.
Quattro anni in più, ma non in salute
Il dato che dovrebbe farci riflettere più di tutti è quello sulla speranza di vita in buona salute, cioè gli anni che in media si vivono sentendosi bene. Secondo l’Istat, nel 2025 per gli uomini sono stati 60,2 e per le donne 58,0, come riporta il rapporto dell’istituto sugli obiettivi di salute dell’Agenda 2030. In altre parole le donne vivono quattro anni in più, ma ne passano più di due in meno in buona salute, e la parte della vita segnata da malattie, dolori e limitazioni arriva per loro a quasi ventotto anni, contro i ventuno e mezzo degli uomini.
C’è anche un altro indicatore che va nella stessa direzione e che a prima vista sembra neutro. A 65 anni uomini e donne possono contare sullo stesso numero di anni senza limitazioni nelle attività quotidiane, 10,8. Siccome però le donne vivono più a lungo, tutto il tempo che hanno in più rispetto agli uomini è tempo in cui camminare, vestirsi, fare la spesa o salire le scale diventa più difficile. Il vantaggio femminile, insomma, non si traduce in anni buoni ma in anni fragili.
Più fragili dopo i 75 anni, e spesso sole
Il divario diventa evidente quando si guarda alle persone più anziane. Tra chi ha più di 75 anni, il 53,4% delle donne convive con almeno tre malattie croniche o con gravi limitazioni nella vita di tutti i giorni, mentre tra gli uomini la quota si ferma al 38,5%. Sono quindici punti di differenza, che nella vita reale significano artrosi, osteoporosi, cadute, problemi di vista e di udito, malattie che non uccidono ma che consumano l’autonomia giorno dopo giorno, proprio nella fase in cui molte donne si ritrovano a vivere da sole.
Già qualche anno fa l’Istat aveva fotografato questa condizione, rilevando che quasi la metà delle donne oltre i 75 anni vive in casa senza nessuno, spesso dopo aver perso il marito e con i figli lontani. È qui che la longevità smette di essere una statistica e diventa una questione quotidiana, fatta di chi accompagna alle visite, di chi controlla le medicine, di chi si accorge per primo che qualcosa non va. Ed è qui che si capisce perché vivere più a lungo rischia di diventare un lusso per chi non ha soldi o famiglia su cui contare.
Le donne che rinunciano a curarsi
Un altro numero del rapporto merita attenzione. Nel 2025 in Italia oltre 5,6 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una visita o un esame di cui avevano bisogno, a causa delle liste d’attesa troppo lunghe, dei costi o delle difficoltà a raggiungere i servizi. Anche in questo caso il fenomeno riguarda soprattutto le donne, con l’11,2% contro l’8,1% degli uomini, e il divario si allarga in modo impressionante tra i 35 e i 44 anni, quando a rinunciare è il 14,3% delle donne e l’8,9% degli uomini.
Non è difficile immaginare perché. Quella è l’età in cui si lavora, si crescono i figli e spesso si comincia ad accudire i genitori, e la propria salute finisce in fondo alla lista, dopo tutto il resto. Secondo l’Istat il 21,7% delle donne si prende cura di un familiare o di una persona vicina, contro il 17% degli uomini, e chi assiste qualcuno per anni rimanda i propri controlli, dorme poco e accumula stanchezza. Molte delle fragilità che vediamo a 75 anni cominciano proprio lì, in quei controlli saltati a quarant’anni perché non c’era mai tempo.

Abitudini che si avvicinano a quelle degli uomini
C’è poi un capitolo che riguarda gli stili di vita, e che dice qualcosa sul futuro. Il fumo continua a calare tra gli uomini, che restano comunque i più forti fumatori con il 23,5%, ma tra le donne è salito di 1,4 punti rispetto a dieci anni fa e oggi riguarda il 16,6%. Anche sul consumo di alcol a rischio le distanze si stanno accorciando, pur restando ampie, con il 22% degli uomini e il 9,9% delle donne. E le donne, che da sempre mangiano meglio, hanno perso più degli uomini l’abitudine alle quattro porzioni di frutta e verdura al giorno, con un calo di 4,3 punti contro i 2,3 maschili.
Sono cambiamenti piccoli, presi uno per uno, ma messi insieme suggeriscono che una parte del vantaggio biologico e culturale che ha protetto le donne per generazioni si sta erodendo. Non a caso il divario nella speranza di vita si è già ridotto, passando dai 5,7 anni del 2004 ai quattro di oggi. Anche sul piano psicologico i numeri non sono rassicuranti, perché l’indice di salute mentale misurato dall’Istat è di 70,8 punti per gli uomini e di 66,7 per le donne.
Una medicina che guarda ancora poco alle donne
Dietro questi dati c’è anche una questione che riguarda la medicina stessa. Per decenni i farmaci sono stati studiati soprattutto sugli uomini e le dosi sono state calcolate su un corpo maschile, mentre malattie come l’infarto o la depressione si presentano spesso nelle donne con sintomi diversi, che vengono riconosciuti più tardi. L’Italia è stata tra i primi Paesi a riconoscerlo per legge, inserendo la medicina di genere nel Servizio sanitario nazionale con la legge 3 del 2018, ma la strada perché diventi pratica quotidiana negli ambulatori è ancora lunga.
Lo stesso vale per le malattie che colpiscono di più le donne anziane, a partire dalle demenze, dove la diagnosi precoce dell’Alzheimer fa la differenza ma dipende ancora troppo da dove si vive e da quanto si può spendere. Sono malattie lunghe, che richiedono assistenza per anni, e che finiscono quasi sempre per pesare su altre donne, figlie, nuore, badanti.
Il vero obiettivo non è vivere di più
Leggere questi numeri non significa negare una conquista, perché vivere più a lungo resta un risultato straordinario del nostro sistema sanitario e del nostro modo di vivere. Significa però smettere di raccontare la longevità femminile come un privilegio da festeggiare e cominciare a trattarla per quello che è, una lunga stagione della vita che va preparata, con controlli fatti in tempo, con servizi sul territorio che non lascino sole le donne anziane, con un sostegno vero a chi si occupa degli altri e rischia di dimenticare sé stessa.
La domanda che ci dovremmo fare, come società e come donne, non è più quanto vivremo, ma come. Quattro anni in più valgono qualcosa solo se non diventano quattro anni di fatica, di solitudine e di cure rimandate.
Domande frequenti sulla longevità delle donne
Secondo il rapporto Bes 2026 dell’Istat, nel 2025 la speranza di vita alla nascita in Italia è arrivata a 83,7 anni, il valore più alto mai registrato. Le donne vivono in media 85,7 anni e gli uomini 81,7, con una differenza di quattro anni che però si è ridotta rispetto ai 5,7 anni del 2004.Secondo il rapporto Bes 2026 dell’Istat, nel 2025 la speranza di vita alla nascita in Italia è arrivata a 83,7 anni, il valore più alto mai registrato. Le donne vivono in media 85,7 anni e gli uomini 81,7, con una differenza di quattro anni che però si è ridotta rispetto ai 5,7 anni del 2004.
No. Secondo l’Istat, nel 2025 la speranza di vita in buona salute è stata di 60,2 anni per gli uomini e di 58,0 per le donne. Le donne vivono più a lungo, ma passano una parte maggiore della vita con malattie o limitazioni, e dopo i 75 anni il 53,4% di loro ha almeno tre malattie croniche o gravi limitazioni, contro il 38,5% degli uomini.
Nel 2025 ha rinunciato ad almeno una visita o un esame l’11,2% delle donne contro l’8,1% degli uomini, con il divario più ampio tra i 35 e i 44 anni. Pesano le liste d’attesa, i costi e la mancanza di tempo, soprattutto per chi lavora, cresce figli e si occupa di familiari anziani o malati, un compito che in Italia ricade più spesso sulle donne.


