Per la prima volta l’Istat le ha contate una per una, in una notte di gennaio, nelle quattordici grandi città italiane. Sono più di diecimila, e quasi la metà dorme in strada. Ora che arriva l’inverno, i loro numeri raccontano un Paese in cui si può ancora morire per non avere una casa, e in media a quarantasei anni.
Con novembre arrivano le prime notti fredde, e in molte città ripartono i piani freddo, i dormitori aperti solo d’inverno, le unità di strada che girano con coperte e bevande calde, le stazioni dove qualcuno trova riparo fino al mattino. È un rito che si ripete ogni anno e che proprio per questo rischia di diventare invisibile, come le persone a cui è rivolto. Eppure quest’anno, per la prima volta, abbiamo dei numeri precisi su chi passa le notti senza un tetto nelle grandi città italiane, e sono numeri che meritano di essere guardati da vicino.
Il primo censimento di chi non ha una casa
La notte del 26 gennaio 2026 migliaia di volontari, coordinati dall’Istat e dalla fio.PSD, la federazione che riunisce le organizzazioni che lavorano con le persone senza dimora, hanno percorso strade, stazioni, parchi e dormitori dei quattordici comuni capoluogo delle città metropolitane per contare chi ci dormiva. I risultati, pubblicati a fine marzo, parlano di 10.037 persone adulte senza dimora. Di queste 5.563 hanno trovato posto in una struttura di accoglienza notturna, mentre 4.474 hanno passato la notte in strada, in un parco, sotto un portico o in un riparo di fortuna.
Roma è la città con il numero più alto, 2.621 persone, di cui circa la metà all’aperto, seguita da Milano con 1.641, da Torino con 1.036 e da Napoli con 1.029. In città come Genova e Firenze la maggioranza di chi è senza casa dorme fuori dalle strutture, e nel complesso i posti letto disponibili quella notte erano 6.678, molti meno delle persone contate. Sono quasi tutti uomini, le donne sono circa una su cinque nei dormitori e poco più di una su dieci in strada, e la gran parte ha tra i trenta e i sessant’anni. Circa sette su dieci sono stranieri, ma quasi un terzo delle persone accolte nelle strutture è italiano, e a Roma, Napoli e Genova circa un senza dimora su tre ha più di sessant’anni.
Sono numeri che vanno letti con prudenza, perché riguardano soltanto le grandi città e una sola notte, e perché chi vive in strada è per definizione difficile da trovare. Ma sono la prima fotografia ufficiale di un fenomeno di cui finora si conosceva soprattutto quello che raccontavano le associazioni.
Si muore a quarantasei anni
Il dato più duro, però, è un altro. Dal 2020 la fio.PSD tiene un registro delle persone senza dimora che muoiono in Italia, ricostruito dalle segnalazioni delle organizzazioni e dalle notizie di cronaca, e nel 2025 ne ha contate 414. L’età media al momento della morte era di 46 anni, contro gli 82 della popolazione italiana, e circa un terzo è stato trovato in strada, in un parco o in un luogo pubblico. Il monitoraggio per il 2026, aggiornato alla fine di ottobre, elenca già circa trecento nomi, prima ancora che cominci il periodo più freddo.
Contrariamente a quello che si pensa, non è soprattutto il gelo a uccidere. Secondo la fio.PSD a pesare di più sono le malattie non curate, gli incidenti, le aggressioni, i suicidi, cioè eventi che in condizioni normali spesso non sarebbero fatali e che diventano mortali quando mancano un medico, una casa e qualcuno che si accorga di te. Il presidente Alessandro Carta parla di una condizione di estrema vulnerabilità in cui fattori personali, sociali e ambientali si sommano. E il fenomeno non riguarda solo le metropoli, perché meno della metà dei morti del 2025 si trovava nelle grandi città e il resto in centri medi e piccoli, dove spesso i servizi sono ancora più scarsi.

Chi finisce in strada oggi
L’immagine del clochard che ha scelto una vita ai margini è sempre meno vera. Dietro chi finisce in strada ci sono sempre più spesso uno sfratto, un lavoro perso o mal pagato, una separazione, una malattia, un permesso di soggiorno che non arriva. A Milano, nell’ultimo inverno, il piano freddo ha accolto quasi novecento persone, e tre su quattro non erano mai state intercettate prima dai servizi. Molte, ha spiegato l’assessore al Welfare Lamberto Bertolè, erano appena arrivate in città e aspettavano di entrare nel sistema di accoglienza statale, e i comuni si trovano così a supplire ai ritardi nazionali.
Intanto la povertà, in Italia, non accenna a diminuire. Secondo Eurostat il 22,6% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale, sopra la media europea, e a ottobre l’inflazione è salita al 5,4%, il livello più alto dall’estate del 2023, spinta proprio da energia e alimentari, le voci che pesano di più su chi ha meno. Per chi ha un reddito basso basta poco per scivolare dalla fatica di arrivare a fine mese alla perdita della casa, soprattutto nelle città dove gli affitti sono diventati inaccessibili per chi ci vive e lavora, e dove anche avere un impiego non mette più al riparo, come dimostra la crescita di chi lavora ed è comunque povero.
Un letto per l’inverno, e poi?
I piani freddo salvano vite, e chi li fa funzionare, tra comuni, Caritas, associazioni e volontari, lo sa bene. Ma restano per definizione una risposta d’emergenza, che apre posti a novembre e li chiude a marzo, e che spesso non basta nemmeno a coprire chi ne avrebbe bisogno. A Trento, a fine settembre, 271 persone erano in lista d’attesa per un posto letto, e secondo le stime locali molte di loro sarebbero rimaste comunque in strada.
Le politiche più efficaci, dicono le esperienze europee, sono quelle che partono dalla casa invece di arrivarci per ultime. È l’idea dell’Housing First, che offre subito un alloggio stabile e poi costruisce attorno alla persona il sostegno di cui ha bisogno, e che anche in Italia è stata finanziata con il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Proprio su questo fronte, però, ad aprile l’Anci ha denunciato il definanziamento di una parte dei progetti di housing temporaneo per le persone senza dimora previsti dal PNRR, chiedendo al governo di sospendere i tagli. Senza risorse stabili, il rischio è che anche le buone esperienze restino sperimentazioni destinate a chiudersi.
Contare per non dimenticare
La campagna con cui la fio.PSD ha cercato i volontari per il censimento di gennaio si chiamava Tutti contano, e il nome dice molto. Contare le persone senza dimora significa riconoscere che esistono, che hanno un’età, una storia, una città in cui vivono, e che la loro condizione non è un destino individuale ma il risultato di scelte collettive, a cominciare da quelle sulla casa, sulla sanità e sul lavoro.
Nelle prossime settimane i dormitori si riempiranno e torneremo a leggere, come ogni inverno, notizie di persone trovate senza vita su una panchina o sotto un portico. Diecimila persone non sono un’emergenza che arriva con il freddo, ma una domanda che resta aperta tutto l’anno, e a cui un Paese civile dovrebbe saper rispondere con una casa, non solo con una coperta.
Domande frequenti sulle persone senza dimora in Italia
Non esiste un numero nazionale aggiornato. La rilevazione dell’Istat con la fio.PSD della notte del 26 gennaio 2026, la prima di questo tipo, ha contato 10.037 persone adulte senza dimora nei 14 comuni capoluogo delle città metropolitane, di cui 5.563 nelle strutture di accoglienza notturna e 4.474 in strada. Il dato non comprende il resto del Paese, dove il fenomeno è presente anche nei centri medi e piccoli.
Secondo il monitoraggio della fio.PSD, nel 2025 sono morte 414 persone senza dimora, con un’età media di 46 anni contro gli 82 della popolazione generale. Circa un terzo è stato trovato in strada, in un parco o in un luogo pubblico. Le cause principali non sono il freddo ma malattie non curate, incidenti, aggressioni e suicidi.
L’Housing First è un modello di intervento nato negli Stati Uniti negli anni Novanta che offre subito una casa stabile alle persone senza dimora, senza chiedere loro di superare prima una serie di passaggi in dormitori e comunità. Una volta in casa, la persona viene seguita da un’équipe di operatori sociali e sanitari. In Italia è promosso dalla fio.PSD ed è stato finanziato anche con i fondi del PNRR.


