Rinunciare a una promozione per il bene della famiglia, lasciare un corso perché tanto a cosa serve, giustificare ogni spesa davanti al partner. Per la maggior parte degli italiani non è violenza, lo dice un’indagine di Valore D e SWG presentata alla Camera. Io credo che il problema stia proprio lì, nel fatto che la chiamiamo ancora amore, o buon senso.
Ci sono frasi che quasi tutte abbiamo sentito almeno una volta, in casa nostra o in quella di un’amica, e che non ci hanno mai fatto suonare nessun campanello d’allarme. “Lei resta a casa con i figli, che tanto guadagno io”, “non hai bisogno di un conto tuo, basta il mio” o ancora “quella promozione ti porterebbe via troppo tempo, pensa alla famiglia”. Le ascoltiamo come se fossero discorsi di organizzazione familiare, al massimo un po’ all’antica, e invece sono spesso il primo passo di una forma di violenza che non lascia lividi ma che può togliere a una donna, piano piano, la possibilità di andarsene.
Ho pensato a queste frasi leggendo i dati dell’indagine che l’Osservatorio D di Valore D ha realizzato con SWG e presentato il 3 novembre alla Camera dei deputati, al convegno Dal silenzio all’azione dedicato alla violenza economica e al ruolo delle imprese, insieme alla Global Thinking Foundation. Sono numeri che fanno riflettere più di molte statistiche sui reati, perché non raccontano quello che succede ma quello che non riusciamo nemmeno a vedere.
Quello che non riconosciamo come violenza
Secondo l’indagine, solo il 39% degli italiani è sicuro che chiedere al partner di rinunciare a una promozione sia una forma di violenza, e la percentuale scende al 34% tra gli uomini, mentre tra le donne arriva appena al 44%. Il 64% non considera violenza scoraggiare il partner dal fare un corso o imparare cose nuove, il 66% non la vede nella pressione a ridurre l’orario di lavoro per occuparsi della famiglia. Tutti i comportamenti legati al lavoro restano sotto il 40% di riconoscimento, ed è per questo che Valore D parla del lavoro come del punto cieco della violenza economica.
Le cose non vanno molto meglio quando si parla di soldi in senso stretto. Il 47% non considera violenza dover giustificare ogni spesa o mostrare gli scontrini, il 52% non la vede nell’escludere il partner dalle decisioni economiche della famiglia, il 43% nel far firmare un prestito o una garanzia a nome dell’altro. Solo il 18% pensa che la violenza economica sia riconosciuta in tutte le sue forme, e io aggiungerei che probabilmente è ottimista.
Quando il controllo si traveste da buon senso
Il punto, secondo me, è che la violenza economica non ha l’aspetto della violenza. Non arriva con uno schiaffo ma con un ragionamento che sembra filare, e in un Paese dove le donne guadagnano meno degli uomini e dove i servizi per l’infanzia mancano in buona parte del territorio, chiedere a lei di fare un passo indietro sembra perfino la scelta più razionale. Rinuncia chi guadagna meno, si dice, ed è quasi sempre lei. Poi la rinuncia diventa un part-time, il part-time diventa un’uscita dal lavoro, e dopo qualche anno una donna si ritrova senza reddito, senza contributi e senza un conto a suo nome, dentro una relazione da cui non ha più i mezzi per uscire.
Non è un’ipotesi teorica. Secondo l’Istat il 6,6% delle donne italiane ha subito violenza economica da un partner o da un ex, e più della metà di quelle che la subiscono, il 53,6%, non ha un reddito personale. Al convegno è stato ricordato che il 37% delle donne non ha un conto corrente intestato, secondo una ricerca dell’istituto Episteme, e che in Italia lavora il 54,8% delle donne contro una media europea del 67%. Sono numeri che conosciamo da anni e che di solito leggiamo come un problema di occupazione o di lavoro povero, mentre andrebbero letti anche come una questione di libertà.
La ministra per la Famiglia e le Pari opportunità Eugenia Roccella, intervenuta al convegno, ha detto che la violenza economica “non ha a che fare solo con il denaro, ma anche con la dimensione del potere, del controllo”. Non mi capita quasi mai di trovarmi d’accordo con lei, e su molti temi le nostre idee non potrebbero essere più lontane, ma questa volta le sue parole le sottoscrivo una per una, perché chi controlla i soldi di un’altra persona controlla anche dove può andare, chi può vedere, se può curarsi, se può decidere di separarsi. E anche il fatto che le donne riconoscano questi comportamenti solo un po’ più degli uomini mi dice che il problema non riguarda soltanto chi esercita il controllo, ma un’intera cultura che ci ha insegnato a considerare normale che i soldi di casa li gestisca uno solo.

Il lavoro è la prima forma di libertà
Per questo trovo importante che la discussione sia partita dalle aziende. Il 52% degli intervistati chiede alle imprese di fare di più, e la percentuale sale al 56% tra le donne e al 60% tra le persone più fragili. Le misure possibili non sono complicate, si va da canali di ascolto riservati alla formazione di manager e uffici del personale perché sappiano riconoscere i segnali, fino a permessi retribuiti per chi sta lasciando una relazione violenta e alla collaborazione con i centri antiviolenza e con le realtà che sostengono le donne vittime di violenza. La più semplice di tutte, lo stipendio versato su un conto intestato solo alla lavoratrice, è indicata come efficace dal 43% delle donne.
Può sembrare un dettaglio burocratico, ma non lo è. Avere un lavoro, un reddito e un conto a proprio nome significa poter dire di no, poter scegliere, poter andare via se la relazione diventa una gabbia. Barbara Falcomer, direttrice generale di Valore D, ha spiegato che non si tratta di entrare nella vita privata delle persone, ma di non voltarsi dall’altra parte quando quella vita privata arriva in ufficio, e io aggiungo che spesso ci arriva proprio sotto forma di una dipendente che chiede il part-time, rinuncia a un avanzamento o smette di partecipare alle trasferte senza spiegare davvero perché.
Cosa manca ancora
In Italia la violenza economica non è ancora un reato a sé. Ad aprile la Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio ha approvato all’unanimità una relazione che chiede proprio di introdurla nel codice penale, insieme all’obbligo di versare lo stipendio delle lavoratrici su un conto a loro intestato e all’educazione finanziaria nelle scuole, e la presidente Martina Semenzato ha parlato della “forma più subdola di violenza”, annunciando un disegno di legge. Nel frattempo la Convenzione di Istanbul la riconosce già da anni, e la direttiva europea 2024/1385 sulla violenza contro le donne, che l’Italia deve recepire entro giugno 2027, la include tra le forme di violenza domestica.
Le leggi però servono a poco se non cambia lo sguardo, e qui torno al dato da cui sono partita. Finché una donna che rinuncia a una promozione per “il bene della famiglia” ci sembrerà una brava moglie e non una persona a cui è stata tolta una scelta, la violenza economica continuerà a crescere indisturbata dentro le case, nascosta dietro il conto cointestato e la frase “ci penso io”. Manca poco al 25 novembre, e sarebbe bello che quest’anno, accanto alle scarpe rosse, si parlasse anche di stipendi, conti correnti e promozioni mancate.
Perché alla fine la domanda è semplice, e vale per tutti, uomini e donne. Se chi ci ama ci chiede di essere un po’ meno libere, di guadagnare un po’ meno, di sapere un po’ meno dei nostri soldi, forse non è amore, e prima impariamo a dirlo, prima riusciremo a riconoscerlo.
Domande frequenti sulla violenza economica
È una forma di violenza in cui una persona controlla le risorse economiche del partner per limitarne l’autonomia. Può voler dire impedirgli di lavorare o di fare carriera, gestire da solo tutti i soldi della famiglia, pretendere che giustifichi ogni spesa, escluderlo dalle decisioni economiche o fargli firmare prestiti e debiti. La Convenzione di Istanbul e la direttiva europea 2024/1385 la riconoscono come forma di violenza domestica.
Secondo l’Istat il 6,6% delle donne italiane ha subito violenza economica da un partner o da un ex, e il 53,6% delle donne che la subiscono non ha un reddito personale. L’indagine di Valore D e SWG presentata alla Camera il 3 novembre 2026 mostra che solo il 39% degli italiani considera violenza chiedere al partner di rinunciare a una promozione.
Non ancora come reato autonomo, ma alcuni comportamenti possono rientrare nei maltrattamenti in famiglia. Ad aprile 2026 la Commissione parlamentare sul femminicidio ha approvato una relazione che chiede di introdurre il reato di violenza economica di genere e l’obbligo di versare lo stipendio delle lavoratrici su un conto a loro intestato. Chi ne è vittima può rivolgersi a un centro antiviolenza o chiamare il 1522, gratuito e attivo 24 ore su 24.

