In Italia oltre 5,4 milioni di persone vivono in povertà assoluta. I nuovi dati Istat mostrano che avere un lavoro continua a proteggere dal rischio economico, ma non sempre basta: tra le famiglie la cui persona di riferimento è un operaio, l’incidenza della povertà arriva al 14,3%.
Avere un lavoro e riuscire a vivere dignitosamente non sono necessariamente la stessa cosa.
È uno degli aspetti che emergono dai nuovi dati Istat sulla povertà in Italia nel 2025. Nel Paese sono oltre 2,1 milioni le famiglie in povertà assoluta, per un totale superiore a 5,4 milioni di persone. L’incidenza riguarda l’8% delle famiglie e il 9,3% degli individui ed è sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente.
Numeri che raccontano un fenomeno strutturale, ma anche una realtà meno immediatamente visibile: la povertà può entrare anche nelle case in cui ogni mattina qualcuno esce per andare al lavoro.
Il lavoro protegge, ma non sempre abbastanza
I dati confermano che occupazione e istruzione rappresentano importanti fattori di protezione.
Ma non azzerano il rischio. Tra le famiglie in cui la persona di riferimento è un lavoratore dipendente, l’incidenza della povertà assoluta è dell’8,5%. Se la persona di riferimento è classificata come operaio o assimilato, la percentuale sale al 14,3%.
È importante leggere correttamente il dato: non significa che il 14,3% di tutti gli operai italiani sia in povertà assoluta. La percentuale riguarda le famiglie la cui persona di riferimento appartiene a quella categoria professionale.
Resta però un indicatore significativo. Lo stipendio, da solo, non garantisce necessariamente la possibilità di sostenere tutte le spese considerate essenziali.
La povertà non coincide con la disoccupazione
Il rischio resta naturalmente molto più elevato quando il lavoro manca.
Nelle famiglie in cui la persona di riferimento è in cerca di occupazione, l’incidenza della povertà assoluta arriva al 20,7%. Per quelle con una persona di riferimento ritirata dal lavoro scende invece al 5,2%.
Ma proprio il fatto che la povertà sia presente anche tra gli occupati rende meno efficace l’immagine tradizionale secondo cui basti “avere un lavoro” per essere automaticamente al riparo dalle difficoltà economiche.
Affitto, bollette, spesa alimentare, trasporti, figli e imprevisti possono assorbire gran parte del reddito disponibile.
Il costo della vita pesa sui bilanci familiari
Nel 2025 una famiglia italiana ha speso mediamente 2.782 euro al mese per i propri consumi. La cifra mediana, più rappresentativa di ciò che accade alla maggioranza delle famiglie, è però inferiore e si ferma a 2.338 euro.
La spesa per alimentari e bevande analcoliche è salita in media da 533 a 552 euro al mese, mentre quasi tre famiglie su dieci dichiarano di aver cercato di limitare la spesa per il cibo riducendo quantità o qualità dei prodotti acquistati.
Sono comportamenti che aiutano a capire che cosa significhi concretamente vivere con risorse limitate. Non necessariamente non avere nulla. Molto più spesso significa dover decidere continuamente a cosa rinunciare.
Anche dove si vive fa la differenza
La povertà assoluta non è distribuita uniformemente sul territorio.
Nel 2025 l’incidenza più elevata si registra nel Mezzogiorno, dove riguarda il 9,6% delle famiglie. Nel Nord-ovest è al 7,7%, nel Nord-est al 7,4%, mentre il Centro registra il valore più basso, pari al 6,3%.
Le differenze dipendono da molti fattori: livelli occupazionali, redditi, struttura familiare, costo della vita e caratteristiche del territorio.
Anche l’istruzione continua ad avere un peso importante. Nelle famiglie in cui la persona di riferimento possiede almeno un diploma, l’incidenza della povertà assoluta è del 4,4%; sale all’11,9% quando il titolo di studio più elevato è la licenza media.
Un lavoro non sempre basta
Parlare di povertà lavorativa significa quindi superare un’equazione che per molto tempo abbiamo dato quasi per scontata: lavoro uguale autonomia economica.
Il lavoro rimane uno degli strumenti principali per proteggersi dalla povertà.
Ma i dati mostrano che tipo di occupazione, salario, composizione familiare e costo della vita possono trasformare anche uno stipendio regolare in un reddito insufficiente.
La domanda, allora, non è più soltanto quante persone lavorino. È anche quanto quel lavoro permetta realmente di vivere.
Domande frequenti sulla povertà assoluta in Italia
Secondo i dati Istat sono oltre 2,1 milioni le famiglie in povertà assoluta, per un totale di più di 5,4 milioni di persone. L’incidenza riguarda l’8% delle famiglie e il 9,3% degli individui, un valore sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente.
Sì. Il lavoro resta un importante fattore di protezione, ma non azzera il rischio: tra le famiglie in cui la persona di riferimento è un lavoratore dipendente l’incidenza della povertà assoluta è dell’8,5%, e sale al 14,3% quando è un operaio o assimilato.
Nel 2025 l’incidenza più elevata è nel Mezzogiorno, dove riguarda il 9,6% delle famiglie. Seguono il Nord-ovest con il 7,7% e il Nord-est con il 7,4%, mentre il Centro registra il valore più basso, pari al 6,3%.


