La medicina della longevità promette di non limitarsi a curare le malattie, ma di intercettare prima i segnali dell’invecchiamento. Mentre cresce un nuovo mercato fatto di biomarcatori, screening avanzati e programmi personalizzati, si apre però una domanda che ci riguarda tutti, e cioè chi potrà permettersi di invecchiare meglio.
Oggi e domani, 17 e 18 ottobre, al Buck Institute for Research on Aging di Novato, in California, medici, ricercatori, cliniche, aziende e investitori si ritrovano per la quarta Roundtable of Longevity Clinics. Nel programma ci sono i biomarcatori e la diagnostica della longevità, gli interventi personalizzati, l’intelligenza artificiale applicata alla salute e i nuovi modelli di clinica, ma c’è anche una sessione dedicata a come rendere profittevole una longevity clinic.
Ho l’impressione che sia proprio questa sovrapposizione tra ricerca scientifica e mercato a raccontare meglio il momento che stiamo vivendo, perché la longevità non è più soltanto l’obiettivo della geriatria o della prevenzione tradizionale, ma sta diventando un settore economico, un servizio e, sempre più spesso, un prodotto.
Non basta vivere più a lungo
L’obiettivo, almeno sulla carta, non è aggiungere semplicemente anni alla vita ma aggiungere vita agli anni, e su questo l’Italia parte da una posizione che sembra privilegiata. Secondo le stime dell’Istat, nel 2025 la speranza di vita alla nascita è di 81,7 anni per gli uomini e di 85,7 per le donne, tra i valori più alti d’Europa. La speranza di vita in buona salute, invece, si ferma a 59,1 anni.
Sono due indicatori diversi, e metterli a confronto non significa che tutti gli anni successivi vengano trascorsi da malati. Il divario aiuta però a capire perché il dibattito si sia spostato dal semplice lifespan, la durata della vita, all’healthspan, cioè gli anni vissuti mantenendo salute e autonomia.
È in questo spazio che si sta costruendo la nuova medicina della longevità. Esami sempre più sofisticati, monitoraggio continuo, analisi dei biomarcatori, test epigenetici, studio della composizione corporea e programmi costruiti intorno al singolo individuo promettono di individuare i fattori di rischio molto prima che diventino malattia.
Il concetto di età biologica è già entrato nella ricerca e nel dibattito pubblico, e intanto crescono gli studi su farmaci nati per altre indicazioni, come la semaglutide, sviluppata per il diabete di tipo 2, di cui oggi si cerca di capire se possa anche rallentare alcuni processi dell’invecchiamento.
È una prospettiva affascinante, ma la scienza invita alla prudenza. Ad agosto un editoriale di Nature Medicine ha ricordato che, a fronte del grande interesse per gli interventi anti-aging, le prove di un beneficio clinico nell’uomo sono ancora limitate, e che per andare avanti servono biomarcatori più affidabili e studi solidi sulla sicurezza e sull’efficacia.

Il problema è che non invecchiamo tutti allo stesso modo
Prima ancora che arrivassero le longevity clinic, la possibilità di vivere a lungo e in salute era già distribuita in modo diseguale. Nel suo rapporto sui determinanti sociali dell’equità nella salute, l’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che reddito, istruzione, condizioni di vita e di lavoro e possibilità di accedere alle cure pesano profondamente sulla salute e sulla durata della vita, e che l’invecchiamento, quindi, non comincia a sessant’anni ma si costruisce lungo tutta l’esistenza.
I dati dell’OCSE mostrano la stessa frattura. Nei Paesi analizzati chi appartiene ai gruppi socioeconomicamente più avvantaggiati tende non soltanto a vivere più a lungo, ma anche a trascorrere più anni in buona salute, e in Europa la distanza nell’aspettativa di vita tra chi ha studiato di più e chi ha studiato di meno può arrivare a diversi anni.
È qui che la longevità smette di essere una questione soltanto medica e diventa una questione sociale, perché mentre una parte della popolazione discute di età biologica, infiammazione silente e ottimizzazione metabolica, un’altra continua a fare i conti con problemi molto più elementari, come le liste d’attesa, la prevenzione rimandata, i lavori usuranti, i redditi insufficienti, un’alimentazione meno sana o la difficoltà di accedere alle cure.
Una nuova disuguaglianza, quella del tempo
La vera rivoluzione della longevity potrebbe così produrre un paradosso. Più diventiamo capaci di conoscere in anticipo i nostri rischi e di intervenire su di essi, più il vantaggio rischia di concentrarsi, almeno all’inizio, su chi dispone delle risorse economiche, culturali e di tempo necessarie per accedere a questi strumenti. Non sarebbe una disuguaglianza del tutto nuova, ma la versione più sofisticata di una differenza che esiste già.
La longevità, del resto, non cambia soltanto la medicina ma anche il nostro rapporto con l’età, con il corpo e con l’immagine che abbiamo di noi stessi, al punto che viene da chiedersi se abbiamo ancora il diritto di invecchiare come vogliamo o se anche gli anni che passano debbano diventare qualcosa da ottimizzare.
La domanda, allora, non è se sia giusto investire nella ricerca sull’invecchiamento. Lo è, e riuscire a prevenire le malattie croniche, a preservare l’autonomia e a ridurre gli anni vissuti con una disabilità sarebbe uno dei progressi più importanti della medicina contemporanea. L’OCSE, nel suo rapporto sui benefici economici dell’invecchiamento in salute, avverte che senza un impegno maggiore in questa direzione l’aumento della popolazione anziana peserà sempre di più sulla spesa sanitaria e sull’assistenza, e che la prevenzione e le cure vicine alle persone convengono non soltanto ai singoli ma anche ai Paesi che stanno invecchiando rapidamente.
La vera questione è che cosa accadrà quando queste conoscenze cominceranno davvero a funzionare, se resteranno chiuse dentro cliniche private e programmi esclusivi oppure se almeno le innovazioni più efficaci entreranno a far parte della prevenzione accessibile a tutti.
Per secoli il privilegio è stato poter vivere più a lungo. Nel prossimo futuro potrebbe diventare qualcosa di ancora più sottile, cioè poter arrivare alla stessa età degli altri, ma arrivarci meglio.
Ed è forse questa la domanda che la medicina della longevità dovrà affrontare accanto a quella scientifica, non soltanto quanto potremo allungare la vita ma a chi sarà concesso di allungarne la parte migliore.
Domande frequenti sulla medicina della longevità
È un approccio che punta a individuare in anticipo i segnali dell’invecchiamento e i fattori di rischio, attraverso biomarcatori, test epigenetici, monitoraggio continuo e programmi personalizzati, con l’obiettivo di aumentare gli anni vissuti in salute e non soltanto la durata della vita. Le prove di un beneficio clinico nell’uomo, però, sono ancora limitate.
Il lifespan è la durata della vita, mentre l’healthspan indica gli anni vissuti in buona salute e in autonomia. In Italia, secondo le stime Istat per il 2025, la speranza di vita alla nascita è di 81,7 anni per gli uomini e di 85,7 per le donne, mentre la speranza di vita in buona salute è di 59,1 anni.
Perché reddito, istruzione, condizioni di lavoro e accesso alle cure influenzano già oggi quanto e come si vive. Chi appartiene ai gruppi più avvantaggiati tende a vivere più a lungo e in salute, e i nuovi servizi di longevità, spesso privati e costosi, rischiano di allargare questa distanza se le innovazioni più efficaci non entreranno nella prevenzione accessibile a tutti.


