Una visita tra sei mesi oppure la stessa visita la prossima settimana, pagando. È una scelta che milioni di italiani conoscono fin troppo bene. La Corte dei conti torna a certificare le difficoltà delle liste d’attesa e mette in luce un paradosso sempre più evidente, perché il Servizio sanitario nazionale resta universalistico sulla carta, ma la velocità con cui possiamo curarci dipende sempre più spesso da quanto possiamo spendere.
C’è una forma di lusso di cui parliamo poco, e non ha niente a che vedere con una borsa, una vacanza o una cena in un ristorante stellato. È poter telefonare a un medico il lunedì e avere una visita il venerdì.
Lo scopriamo quasi sempre nel momento meno adatto, quando ci serve un esame diagnostico o il parere di uno specialista e davanti a noi si aprono due strade, aspettare oppure pagare. Per chi può permetterselo la scelta dura pochi secondi, mentre per tutti gli altri il tempo diventa parte della cura.
Ed è forse questo l’aspetto più problematico delle liste d’attesa italiane. Non soltanto quanto bisogna aspettare, ma il fatto che persone con lo stesso bisogno di salute possano avere tempi di accesso completamente diversi a seconda di quanto possono spendere.
Una criticità diventata strutturale
La fotografia più recente arriva dalla Corte dei conti, che nella relazione sull’attuazione delle misure per ridurre le liste d’attesa, approvata il 13 ottobre, parla esplicitamente di una «criticità strutturale» del sistema sanitario. Tra le cause indica la carenza di personale, soprattutto specialistico, le differenze tra Regioni e la lentezza con cui gli interventi previsti stanno diventando realtà.
E non è semplicemente una questione di soldi. Tra il 2022 e il 2028 le risorse destinate al contenimento delle liste d’attesa ammontano a circa 3,71 miliardi di euro, e nel quadriennio 2022-2025, a fronte di circa 1,845 miliardi assegnati dallo Stato, ne risultano utilizzati circa 1,58. Il punto, sottolinea la Corte, è che l’aumento dei finanziamenti non ha sempre prodotto risultati proporzionati, né in termini di prestazioni erogate né di tempi ridotti.
Mettere più denaro nel sistema è necessario, ma non basta se mancano gli specialisti, se l’organizzazione non regge e se i sistemi di prenotazione non riescono a trasformare quelle risorse in visite ed esami. C’è un dato della relazione che lo racconta meglio di qualunque bilancio. Secondo la piattaforma nazionale gestita da Agenas, solo il 50,3% delle prescrizioni per una prima visita si traduce in una prenotazione registrata, e per gli esami diagnostici la quota arriva appena al 54,4%. Una parte di questo vuoto dipende da sistemi informativi che ancora non dialogano tra loro, ma è difficile non pensare che un’altra parte prenda la strada del privato, e un’altra ancora quella della rinuncia.
Chi può, compra tempo
Il dato forse più significativo, però, non sta nei conti dello Stato ma nelle scelte quotidiane delle famiglie. Secondo il Rapporto annuale dell’Istat, nel 2024 quasi una persona su dieci, il 9,9% della popolazione, ha rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un esame di cui aveva bisogno. Parliamo di circa 5,8 milioni di persone, che un anno prima erano 4,5 milioni. La causa principale sono le lunghe attese, indicate dal 6,8% degli italiani, mentre il 5,3% segnala difficoltà economiche.
Dietro quel 5,3% è facile immaginare non soltanto chi un reddito non ce l’ha, ma anche chi lavora e resta comunque povero, e per cui una visita privata significa rinunciare a qualcos’altro. Nello stesso anno, intanto, il 23,9% delle persone ha pagato interamente di tasca propria l’ultima visita specialistica, senza alcun rimborso, contro il 19,9% del 2023. Quattro punti in un anno sono tanti, e raccontano un passaggio silenzioso che molti di noi hanno vissuto in prima persona.
È qui che la lista d’attesa smette di essere soltanto un problema organizzativo e diventa una questione sociale, perché quando il pubblico ti offre una visita tra qualche mese e il privato la settimana successiva, tecnicamente puoi scegliere. Ma non tutti hanno la stessa scelta.
Non stiamo privatizzando la sanità, stiamo privatizzando l’attesa
È una distinzione importante. L’Italia continua ad avere un Servizio sanitario nazionale fondato sull’universalità dell’accesso, e non siamo diventati all’improvviso un Paese in cui ci si cura soltanto presentando una carta di credito. Qualcosa, anzi, negli ultimi mesi è migliorato.
Il primo bollettino di Agenas sul monitoraggio delle liste d’attesa rileva che nel primo semestre del 2026 le prenotazioni sono passate da 13,3 a 14,9 milioni rispetto allo stesso periodo del 2025, con oltre 1,6 milioni di prestazioni in più garantite entro i tempi previsti, soprattutto per le priorità urgenti e brevi. Restano però 2,8 milioni di persone che nello stesso semestre hanno ricevuto un appuntamento oltre i tempi, e alcune Regioni sono andate indietro anziché avanti.
Sarebbe quindi sbagliato raccontare un sistema immobile, ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare ciò che accade quando il tempo garantito dal pubblico non coincide con il tempo che chi ha paura per la propria salute considera accettabile. A quel punto nasce una specie di sanità parallela, non necessariamente alternativa al Servizio sanitario nazionale ma complementare, pubblica quando possiamo aspettare e privata quando non vogliamo o non possiamo farlo. Il problema è che quel «possiamo» non significa la stessa cosa per tutti.
Il tempo non è uguale quando si parla di salute
Aspettare tre mesi per un controllo che sappiamo non essere urgente può essere fastidioso, ma aspettare tre mesi quando non sappiamo ancora che cosa abbiamo è tutta un’altra esperienza. La medicina vive anche di un tempo psicologico, e tra la prescrizione di un esame e il giorno in cui lo facciamo si apre uno spazio in cui convivono la paura, l’incertezza e la possibilità concreta che una diagnosi arrivi in ritardo.

Chi ha disponibilità economica quello spazio riesce spesso ad accorciarlo. Prenota privatamente, cambia struttura, si sposta in un’altra città, paga una visita in intramoenia, attiva un’assicurazione o un fondo sanitario. Chi non può farlo aspetta, oppure rinuncia.
È così che una disfunzione organizzativa diventa una forma di disuguaglianza. Il reddito decide già dove andiamo in vacanza, che auto guidiamo, in quale quartiere viviamo e perfino quanto a lungo e in che condizioni invecchiamo. Quando comincia a decidere anche quanto velocemente possiamo sapere se siamo malati, la questione cambia natura.
La nuova disuguaglianza sanitaria
Siamo abituati a pensare alla povertà sanitaria come all’impossibilità di comprare un farmaco o di pagare una terapia, ma oggi la disuguaglianza può essere molto più sottile. Immaginiamo due persone con la stessa prescrizione. La prima chiama il CUP e accetta il primo appuntamento disponibile, la seconda, davanti a un’attesa che le sembra troppo lunga, cerca uno specialista su internet e paga. Alla fine entrambe riceveranno la stessa identica prestazione, ma non nello stesso momento, e in medicina il momento può contare moltissimo.
Non sorprende allora che la spesa sanitaria privata sia ormai al centro del dibattito sul futuro del Servizio sanitario nazionale. Non perché gli italiani abbiano sviluppato all’improvviso una passione per il privato, ma perché spesso lo scelgono per una ragione molto concreta, avere una risposta prima.
L’articolo 32 non parla di pazienza
La Costituzione definisce la salute «fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività», ed è una delle formulazioni più potenti della nostra Carta. Ma un diritto non è uguale per tutti soltanto perché è scritto. Deve essere accessibile, e possibilmente deve esserlo quando serve.
La piattaforma nazionale, il monitoraggio dei dati, una maggiore trasparenza e gli investimenti previsti possono migliorare le cose, e la stessa Corte dei conti giudica positivamente il nuovo modello di governance introdotto nel 2024. Avverte però che gli effetti concreti delle nuove misure sui tempi di attesa non possono ancora essere valutati fino in fondo, perché diversi strumenti non sono ancora operativi.
Nel frattempo resta una domanda molto semplice, che mi torna in mente ogni volta che sento qualcuno dire «tanto lo faccio privatamente». Quanto possiamo aspettare perché un diritto resti davvero un diritto?
Forse oggi il privilegio più grande non è avere il medico migliore. È poter scegliere di non aspettarlo.
Domande frequenti sulle liste d’attesa
Nella relazione approvata il 13 ottobre 2026 la Corte dei conti definisce le liste d’attesa una «criticità strutturale» del Servizio sanitario nazionale. Tra il 2022 e il 2028 sono previsti circa 3,71 miliardi di euro per ridurle, ma secondo la Corte l’aumento dei fondi non ha sempre prodotto risultati proporzionati, soprattutto per la carenza di personale specialistico e per le differenze tra Regioni.
Secondo l’Istat, nel 2024 il 9,9% della popolazione, circa 5,8 milioni di persone, ha rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un esame di cui aveva bisogno. Il 6,8% indica come causa le lunghe liste d’attesa e il 5,3% le difficoltà economiche. Nello stesso anno il 23,9% delle persone ha pagato interamente di tasca propria l’ultima visita specialistica.
In parte sì. Secondo Agenas, nel primo semestre del 2026 le prenotazioni sono salite da 13,3 a 14,9 milioni e le prestazioni garantite entro i tempi previsti sono state oltre 1,6 milioni in più rispetto allo stesso periodo del 2025, soprattutto per le priorità urgenti e brevi. Restano però milioni di appuntamenti fuori tempo e forti differenze tra Regioni.


