L’occupazione italiana continua ad aumentare, ma dietro il miglioramento dei dati generali emerge una struttura sempre più sbilanciata verso le età più adulte. Tra il 2021 e il 2026 il tasso di occupazione è cresciuto soprattutto tra i 50-64enni, mentre i più giovani non hanno beneficiato allo stesso modo della ripresa.
Nel secondo trimestre del 2026 il mercato del lavoro italiano ha continuato a crescere. Secondo l’Istat, gli occupati hanno raggiunto quota 24 milioni e 363 mila, con un aumento di 155 mila unità rispetto al trimestre precedente. Su base annua l’incremento è stato di 246 mila occupati, pari all’1%. Il tasso di occupazione si è attestato al 63,4%, 0,7 punti in più rispetto allo stesso periodo del 2025.
Anche la composizione dell’occupazione mostra alcuni segnali positivi. Crescono i dipendenti a tempo indeterminato e gli indipendenti, mentre diminuiscono i lavoratori a termine. Parallelamente, rispetto a un anno prima, il numero dei disoccupati si è ridotto di 167 mila unità e il tasso di disoccupazione è sceso al 5,9%.
Letti da soli, sono numeri che descrivono un mercato del lavoro in miglioramento. Ma la fotografia cambia quando si guarda all’età di chi lavora.
La crescita non riguarda tutti allo stesso modo
In una nota pubblicata a settembre, Istat ha ricostruito l’andamento del mercato del lavoro tra il 2021 e il 2026. Il risultato è netto: il tasso di occupazione è aumentato nel complesso, ma la crescita ha interessato tutte le fasce d’età tranne i più giovani.
L’incremento più marcato riguarda invece i 50-64enni, per i quali il tasso di occupazione è cresciuto di 7,8 punti percentuali nel periodo considerato. Istat collega questa dinamica anche al progressivo invecchiamento della popolazione e alle riforme pensionistiche, che hanno contribuito a mantenere più a lungo le persone nel mercato del lavoro.
Il dato è coerente con quanto emerso già nel primo trimestre del 2026. In quel periodo il tasso di occupazione dei 50-64enni aveva raggiunto il 67,1%, mentre quello dei 15-34enni era al 43,4%. Tra i 15-24enni il tasso scendeva ulteriormente al 17,1%.
La distanza non è sorprendente in sé: una parte dei più giovani studia e quindi non appartiene ancora pienamente al mercato del lavoro. Ma il punto è un altro. Nel confronto con l’anno precedente, nel primo trimestre 2026 il tasso di occupazione dei 15-34enni risultava in calo di 0,8 punti, mentre quello dei 15-24enni scendeva di 1,6 punti.
La crescita complessiva dell’occupazione, quindi, non corrisponde automaticamente a un miglioramento omogeneo per tutte le generazioni.
Più occupati, ma una forza lavoro più anziana
L’Italia sta vivendo contemporaneamente due fenomeni. Da un lato, il numero di occupati aumenta. Dall’altro, la popolazione invecchia e una quota crescente di persone rimane al lavoro più a lungo.
Il risultato è un mercato del lavoro nel quale la crescita dell’occupazione può convivere con un progressivo aumento del peso delle fasce più adulte.
Istat segnala esplicitamente che l’aumento registrato tra i 50-64enni è legato anche alle trasformazioni demografiche. La popolazione italiana sta infatti diminuendo e invecchiando. Le previsioni demografiche più recenti indicano che la popolazione residente, oggi intorno ai 59 milioni, potrebbe scendere a circa 55 milioni entro il 2050.
Questo significa che il tema del ricambio generazionale non riguarda soltanto il mercato del lavoro. È una conseguenza diretta della struttura demografica del Paese. Meno giovani entrano nell’età lavorativa, mentre una parte crescente della popolazione rimane attiva più a lungo.
Il problema dell’ingresso nel mercato del lavoro

C’è poi un altro elemento da considerare. L’ingresso nel mercato del lavoro italiano avviene spesso più tardi rispetto ad altri Paesi europei.
Una parte della spiegazione riguarda naturalmente l’allungamento dei percorsi di studio, ma entrano in gioco anche la difficoltà di trovare un primo impiego stabile, la diffusione di lavori temporanei nelle fasi iniziali della carriera e il disallineamento tra competenze richieste dalle imprese e formazione disponibile.
I dati mensili mostrano inoltre una maggiore fragilità delle fasce più giovani. A giugno 2026, per esempio, il tasso di disoccupazione giovanile era salito al 18,4%, con un aumento di 1,5 punti rispetto al mese precedente. Nello stesso mese gli occupati aumentavano su base annua tra i 25-34enni e tra gli over 50, mentre diminuivano tra i 15-24enni.
Si tratta di dati mensili, quindi soggetti a oscillazioni più ampie rispetto a quelli trimestrali. Ma confermano una tendenza strutturale: il miglioramento generale del mercato del lavoro non elimina le difficoltà di accesso delle generazioni più giovani.
Il lavoro stabile cresce, ma non basta
Un altro dato rilevante riguarda la qualità contrattuale dell’occupazione. Nel secondo trimestre 2026 sono aumentati sia i dipendenti a tempo indeterminato sia gli indipendenti, mentre i dipendenti a termine sono diminuiti dell’1,2% rispetto a un anno prima.
È un segnale importante, perché negli anni precedenti una parte consistente della crescita occupazionale italiana era stata spesso associata al lavoro temporaneo.
Ma anche in questo caso la media generale non racconta tutto. Per valutare la posizione dei giovani sarebbe necessario osservare non soltanto quanti lavorano, ma anche con quale contratto, con quale retribuzione, per quante ore e con quali prospettive di stabilizzazione.
Il tasso di occupazione misura infatti quante persone lavorano, non la qualità del lavoro che svolgono.
Il vero nodo è il ricambio generazionale
Il dato forse più interessante non è quindi che in Italia ci siano più occupati. È che l’aumento dell’occupazione si sta concentrando soprattutto nelle fasce d’età più mature.
Questo non significa necessariamente che i lavoratori più anziani stiano “togliendo posto” ai giovani. Il mercato del lavoro non funziona come un numero fisso di posti da distribuire tra generazioni.
Ma significa che il Paese sta entrando in una fase in cui crescita occupazionale e invecchiamento della forza lavoro procedono insieme. Ed è qui che il problema diventa strutturale.
Se le generazioni più giovani entrano più tardi nel mercato del lavoro, hanno carriere più discontinue o raggiungono più lentamente livelli di reddito e stabilità, le conseguenze non riguardano soltanto l’occupazione.
Riguardano la possibilità di lasciare la famiglia d’origine, acquistare una casa, avere figli, costruire una posizione previdenziale e, più in generale, sostenere nel tempo un sistema sociale sempre più esposto all’invecchiamento della popolazione.
La crescita dell’occupazione resta quindi un dato positivo. Ma per capire davvero la salute del mercato del lavoro italiano non basta chiedersi quanti lavorano. Bisogna chiedersi anche chi sta entrando, a quale età e con quali prospettive di restarci.

