Ci sono silenzi che custodiscono l’intimità e silenzi che diventano una punizione. La psicologa Giada Baldassarri riflette su che cosa succede quando qualcuno smette di parlarci e su come tornare a dirsi le cose.
Ci sono silenzi in cui si sta bene. Quelli che condividiamo con una persona con cui non abbiamo bisogno di riempire ogni momento. Possiamo stare vicini, fare cose diverse, guardare il mondo senza dire niente. Eppure non manca nulla.
Poi ci sono altri silenzi. Quelli che arrivano dopo una discussione. Quelli di chi non ci risponde. Quelli che si allungano fino a farci chiedere se abbiamo fatto qualcosa di sbagliato.
E, all’improvviso, il silenzio non è più assenza di parole. È tutto ciò che cominciamo a immaginare al loro posto.
Il silenzio che ci protegge
Il silenzio può essere uno spazio in cui ritrovarci, il tempo necessario per capire cosa proviamo, il modo per proteggerci quando le emozioni sono troppo intense e le parole non arrivano.
A volte abbiamo bisogno di fermarci per non dire qualcosa di cui potremmo pentirci. Altre volte, invece, il silenzio non ha bisogno di essere spiegato. Possiamo condividerlo con qualcuno senza sentirci obbligati a dimostrare qualcosa. Forse è proprio questa una delle forme più belle dell’intimità: poter stare in silenzio senza sentirsi soli.

Quando il silenzio diventa una punizione
Ma ci sono silenzi che non servono a ritrovare la calma. Sono quelli in cui l’altra persona smette di parlarci e noi restiamo lì, a domandarci che cosa sia successo. Se abbiamo esagerato, se abbiamo detto qualcosa di sbagliato, se basterebbe chiedere scusa per recuperare quella vicinanza che sembra esserci stata tolta.
E così iniziamo a cercare una soluzione. Scriviamo un messaggio, proviamo a riaprire il dialogo, magari chiediamo scusa anche senza sapere bene per cosa. Non necessariamente perché pensiamo di avere torto, ma perché l’incertezza è diventata troppo difficile da sopportare.
Il silenzio, in quel momento, può diventare una punizione. Non serve al confronto, ma lascia l’altro in sospeso. E il bisogno di ritrovare la relazione può trasformarsi nel bisogno di fare qualsiasi cosa pur di interrompere quel silenzio.
Naturalmente, non sempre chi si chiude vuole ferire. A volte una persona è sopraffatta dalla rabbia o dalla sofferenza e ha bisogno di tempo per ritrovare la calma. La differenza sta anche in ciò che succede dopo: chi ha bisogno di una pausa può comunicarlo e provare, quando si sente pronto, a riprendere il dialogo.
Quando invece il silenzio viene usato per punire o ottenere che l’altro ceda, può trasformarsi in uno strumento di controllo. E, se questo schema si ripete, si finisce per misurare le parole, evitare certi argomenti, rinunciare a esprimere un dissenso per paura di perdere nuovamente il contatto.
E forse è proprio questo l’aspetto più doloroso: non soltanto non sapere che cosa pensa l’altra persona, ma cominciare a sentirsi responsabili anche del suo silenzio.
Tutto quello che immaginiamo
Quando qualcuno a cui teniamo smette di parlarci, la nostra mente prova a riempire quel vuoto. Ripercorriamo le conversazioni, rileggiamo i messaggi, cerchiamo un dettaglio che ci sia sfuggito. E spesso scegliamo proprio l’interpretazione che ci fa più male.
Ma il silenzio, da solo, non ci dice perché una persona tace. Possiamo provare a comprendere, ma non possiamo sapere con certezza ciò che non ci viene raccontato.
Qualche volta abbiamo bisogno di smettere di interpretare e cominciare a chiedere. Possiamo rispettare il bisogno dell’altro di prendersi del tempo, senza rinunciare al nostro bisogno di chiarezza. Possiamo lasciare spazio, senza essere costretti ad aspettare per sempre.
E possiamo chiederci anche che cosa facciamo noi quando scegliamo di tacere: stiamo cercando di capire ciò che proviamo o speriamo che qualcuno intuisca da solo quanto stiamo male?
Non sempre abbiamo le parole. Non tutto deve essere detto immediatamente. Ma nelle relazioni è importante trovare un modo per tornare a dirsi le cose.
Perché il silenzio può custodire l’intimità, la paura, il dolore. A volte persino l’amore.
Ma non possiamo chiedergli di spiegare tutto ciò che non riusciamo a dirci.
Domande frequenti sul silenzio nelle relazioni
No. Ci sono silenzi in cui si sta bene, quelli che condividiamo con una persona con cui non abbiamo bisogno di riempire ogni momento. Il silenzio può essere uno spazio in cui ritrovarci, il tempo necessario per capire cosa proviamo o per non dire qualcosa di cui potremmo pentirci. Forse è proprio una delle forme più belle dell’intimità, poter stare in silenzio senza sentirsi soli.
Quando l’altra persona smette di parlarci e ci lascia in sospeso, senza confronto. Se il silenzio viene usato per punire o per ottenere che l’altro ceda, può trasformarsi in uno strumento di controllo. E se lo schema si ripete si finisce per misurare le parole, evitare certi argomenti e rinunciare a esprimere un dissenso per paura di perdere di nuovo il contatto. Non sempre però chi si chiude vuole ferire: a volte ha solo bisogno di tempo, e può comunicarlo.
Davanti al silenzio la mente prova a riempire il vuoto, e spesso sceglie l’interpretazione che fa più male. Ma il silenzio, da solo, non ci dice perché una persona tace. Qualche volta serve smettere di interpretare e cominciare a chiedere, rispettando il bisogno dell’altro di prendersi del tempo senza rinunciare al nostro bisogno di chiarezza. Possiamo lasciare spazio, senza essere costretti ad aspettare per sempre.

