La proposta di legge di iniziativa popolare dell’Associazione Luca Coscioni ha superato le cinquantamila firme necessarie per arrivare in Parlamento. Chiede di aprire la procreazione medicalmente assistita alle donne single e alle coppie di donne, che oggi la legge 40 esclude e che per diventare madri devono andare all’estero.
In Italia una donna che vuole un figlio e non ha un compagno, o che ha una compagna, non può rivolgersi a un centro di fecondazione assistita. Non può farlo in una struttura pubblica e nemmeno in una clinica privata, perché la legge non glielo consente e prevede sanzioni pesanti per chi la aiuta. Può però prendere un aereo, andare in Spagna o in un altro dei tanti Paesi europei dove questo è normale, pagare di tasca propria e tornare a casa incinta. È una contraddizione che dura da più di vent’anni e che adesso arriva, con una proposta di legge firmata da oltre cinquantamila persone, davanti al Parlamento.
La campagna si chiama “PMA per tutte” ed è promossa dall’Associazione Luca Coscioni, che il 28 ottobre ha annunciato di aver superato la soglia delle cinquantamila firme, il numero richiesto dalla Costituzione per presentare una proposta di legge di iniziativa popolare. La raccolta era partita l’11 giugno e ha messo insieme firme online e firme raccolte ai banchetti, con più di cinquanta associazioni coinvolte, sessantacinque iniziative in trenta città e oltre ottocento volontari.
Cosa chiede la proposta di legge
Il cuore della proposta è l’articolo 5 della legge 40 del 2004, quello che stabilisce chi può accedere alla procreazione medicalmente assistita. Oggi il testo parla di coppie maggiorenni di sesso diverso, sposate o conviventi, in età potenzialmente fertile ed entrambe viventi. Tutte le altre restano fuori, e i medici o le strutture che applicano le tecniche a chi non rientra in quei requisiti rischiano sanzioni amministrative da 200.000 a 400.000 euro. La proposta chiede di estendere l’accesso a tutte le donne, comprese quelle single e le coppie di donne, lasciando invariati gli altri requisiti previsti dalla legge.
Non si tratta di un’idea nuova né di un caso isolato. Secondo l’Associazione Coscioni sono trentadue i Paesi europei che consentono la fecondazione assistita anche alle donne sole, tra cui Spagna, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia e Norvegia, mentre l’Italia è tra i tredici che la riservano alle coppie eterosessuali. La conseguenza, sempre secondo l’associazione, è che ogni anno centinaia di donne italiane sono costrette a partire, quasi sempre per la Spagna, affrontando viaggi, permessi dal lavoro e spese che possono arrivare a decine di migliaia di euro. Chi può permetterselo diventa madre, chi non può rinuncia.
«Oltre cinquantamila persone hanno scelto di agire per un diritto che oggi molte donne sono costrette a esercitare all’estero», ha dichiarato Francesca Re, coordinatrice della campagna, annunciando che la raccolta continuerà fino al 31 ottobre, con una tappa a Milano il 29 ottobre al BASE, prima del deposito in Parlamento previsto a metà novembre.
Una legge riscritta dalle sentenze
La legge 40 è nata nel 2004 come una delle più restrittive d’Europa, e l’anno dopo un referendum per abrogarne alcune parti fallì perché andò a votare poco più di un elettore su quattro. Da allora però a cambiarla non è stato il Parlamento ma la Corte costituzionale, chiamata in causa di volta in volta da coppie e medici che si erano rivolti ai tribunali. Nel 2009 è caduto il limite dei tre embrioni da trasferire tutti insieme, nel 2014 il divieto di fecondazione eterologa, nel 2015 l’esclusione delle coppie fertili portatrici di gravi malattie genetiche, che hanno potuto accedere alla diagnosi preimpianto.
È a questa storia che si riferisce Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Coscioni, quando dice che «la storia della legge 40 dimostra che i diritti sono avanzati grazie a chi ha avuto il coraggio di rivolgersi ai tribunali e alla Corte costituzionale» e che adesso tocca al Parlamento fare la propria parte. Per Gallo l’iniziativa legislativa popolare «è un diritto costituzionale, non una formalità da archiviare», e le Camere dovranno discutere la proposta e pronunciarsi nel merito, «perché i diritti non possono restare in attesa della politica».

Cosa ha detto la Corte costituzionale nel 2025
Questa volta però la strada dei tribunali si è fermata. Il 22 maggio 2025 la Consulta ha depositato due sentenze nello stesso giorno. Con la numero 68 ha stabilito che la madre intenzionale, cioè la donna che ha condiviso con la compagna il progetto di avere un figlio con la fecondazione assistita fatta legalmente all’estero, può riconoscere il bambino fin dalla nascita, perché il minore ha diritto a due genitori e a un’identità giuridica certa. Con la numero 69 ha invece respinto le questioni sull’accesso delle donne single, ritenendo che il divieto non sia manifestamente irragionevole e richiamando il principio di precauzione a tutela dei nati.
Nella stessa sentenza, però, la Corte ha scritto anche che non esistono ostacoli costituzionali a un’estensione dell’accesso e che la scelta spetta al legislatore. È proprio su questo punto che si regge la campagna. Se i giudici non possono più fare un passo avanti, deve farlo la politica. Il risultato, nel frattempo, è un paradosso giuridico. Lo Stato riconosce i figli nati all’estero da due madri, ma continua a vietare in Italia lo stesso percorso che li ha fatti nascere.
Chi difende il divieto
Il fronte contrario non è piccolo. Chi difende la legge 40 sostiene, con le parole della stessa Consulta, che il legislatore può legittimamente scegliere di non sostenere un progetto genitoriale che esclude fin dall’inizio la figura del padre. Le associazioni cattoliche e pro vita parlano di un “diritto al figlio” che metterebbe il desiderio degli adulti davanti all’interesse dei bambini, e chiedono piuttosto di investire nella prevenzione e nella cura dell’infertilità. In Parlamento, dall’opposizione, il Partito democratico ha depositato una propria proposta per aprire la fecondazione assistita a tutte le persone maggiorenni, a prescindere dallo stato civile e dall’orientamento sessuale.
Cosa succede adesso
Il deposito delle firme non significa che la legge cambierà. La Costituzione, all’articolo 71, dà a cinquantamila elettori il potere di presentare un testo, ma non obbliga le Camere ad approvarlo, e la storia recente è piena di proposte di iniziativa popolare rimaste ferme nelle commissioni. Per questo l’associazione ha già annunciato che la mobilitazione non si fermerà con la consegna delle firme e che continuerà fino al dibattito parlamentare.
Intanto la proposta ha già ottenuto qualcosa, cioè rendere visibili le donne che finora affrontavano questo percorso in silenzio, i loro viaggi, i loro conti e i figli nati lontano da casa. Cinquantamila firme non cambiano una legge, ma rendono più difficile far finta che il problema non esista.
Domande frequenti sulla PMA per donne single e coppie di donne
Secondo l’articolo 5 della legge 40 del 2004 possono accedere alla procreazione medicalmente assistita solo le coppie maggiorenni di sesso diverso, sposate o conviventi, in età potenzialmente fertile ed entrambe viventi. Le donne single e le coppie di donne sono escluse, e per i medici o le strutture che le aiutano la legge prevede sanzioni da 200.000 a 400.000 euro.
La proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall’Associazione Luca Coscioni chiede di modificare l’articolo 5 della legge 40 per estendere l’accesso alla procreazione medicalmente assistita a tutte le donne, comprese le donne single e le coppie di donne, lasciando invariati gli altri requisiti. La raccolta, partita l’11 giugno 2026, ha superato le 50.000 firme necessarie.
Con 50.000 firme, come prevede l’articolo 71 della Costituzione, la proposta può essere presentata alle Camere, e il deposito è previsto a metà novembre 2026. Il Parlamento però non è obbligato ad approvarla. Nel 2025 la Corte costituzionale ha detto che non ci sono ostacoli costituzionali all’estensione della PMA, ma che la decisione spetta al legislatore.


