Cinquantuno anni dopo la notte dell’Idroscalo, la Procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Per la giustizia italiana il colpevole è uno solo, un ragazzo di diciassette anni, ma quasi nessuno ci crede più. E ogni volta che il caso si riapre torna la stessa domanda, che riguarda Pasolini ma anche il Paese che non ha mai voluto sapere fino in fondo chi lo ha ucciso.
Ogni anno, tra l’1 e il 2 novembre, qualcuno lascia dei fiori al monumento che ricorda Pier Paolo Pasolini all’Idroscalo di Ostia, nello spiazzo sterrato dove all’alba del 2 novembre 1975 fu trovato il suo corpo, massacrato e schiacciato dalla sua stessa auto. Quest’anno, insieme all’anniversario, è arrivata una notizia che in molti aspettavano da tempo e che in pochi si azzardavano a sperare. La Procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo sull’omicidio e lo ha affidato alla sostituta procuratrice Silvia Santucci.
Non è la prima volta che il caso Pasolini sembra sul punto di riaprirsi, ed è proprio questo a renderlo così particolare. In mezzo secolo ci sono stati processi, ritrattazioni, perizie, commissioni d’inchiesta chieste e mai nate, archiviazioni. Eppure la verità giudiziaria è rimasta quasi immobile, mentre intorno a lei crescevano i dubbi.
Cosa c’è nel nuovo fascicolo
Il fascicolo nasce da un esposto dell’avvocato Stefano Maccioni, che da anni segue il caso e che in passato ha assistito Guido Mazzon, uno dei cugini dello scrittore. Oggi Maccioni rappresenta l’Ordine dei giornalisti del Lazio, il regista David Grieco e lo scrittore ed editore Giovanni Giovannetti. Secondo quanto ha spiegato all’agenzia Ansa, la richiesta è stata presentata nel novembre 2025 e integrata nel maggio 2026, e si basa su «nuovi elementi raccolti da questa difesa».
Di questi elementi si sa ancora poco. L’istanza del 2025 partiva dalle immagini dei telegiornali Rai dell’epoca e da una rilettura complessiva degli atti, che secondo i legali porta a una sola conclusione, cioè che quella notte Pino Pelosi non era solo. L’integrazione di maggio, secondo quanto riportato dalla stampa, chiede anche di ascoltare una persona che potrebbe raccontare qualcosa di nuovo. Non si conoscono né il suo nome né l’ipotesi di reato iscritta, ed è giusto che per ora resti così. Maccioni si è limitato a dire che confida nella Procura perché fornisca «quelle risposte che da troppi anni stiamo cercando», e ha rivolto un invito a chi in tutti questi anni ha scelto il silenzio, perché si faccia avanti e parli.
Una verità giudiziaria che regge su un solo nome
Per capire perché questa notizia pesa, bisogna tornare al 1976. Pino Pelosi, diciassette anni, era stato fermato dai carabinieri verso l’una e mezza di notte sul lungomare di Ostia, mentre guidava contromano l’Alfa Romeo di Pasolini. Confessò di averlo ucciso da solo, al termine di una lite. Il 26 aprile 1976 il Tribunale per i minorenni di Roma lo condannò a nove anni, sette mesi e dieci giorni, ma scrisse in sentenza che aveva agito in concorso con altre persone rimaste ignote. Pochi mesi dopo, in appello, quel concorso sparì, e nel 1979 la Cassazione rese definitiva la versione del colpevole unico.
Da allora quella è la verità processuale, anche se lo stesso Pelosi l’ha smentita. Nel maggio 2005, in un’intervista televisiva con Franca Leosini, raccontò che a uccidere Pasolini erano stati tre uomini, e che lui aveva taciuto per paura di ritorsioni contro la sua famiglia. In seguito ammise anche di conoscere lo scrittore da mesi, e non da quella sera alla stazione Termini come aveva sempre detto. È morto nel luglio 2017, senza che nessun tribunale abbia mai rimesso in discussione la sua condanna.
Le piste che non si sono mai chiuse
Nel 2009 una prima riapertura, ottenuta proprio da Maccioni, portò a nuove analisi dei carabinieri del RIS. Sugli abiti di Pasolini e su altri reperti furono trovate tracce genetiche di tre persone diverse, che non appartenevano né allo scrittore né a Pelosi e che nessuno è mai riuscito a identificare. Nel 2015 l’indagine fu archiviata. Le richieste successive, nel 2016 e nel 2023, sono state respinte, così come sono rimaste lettera morta le proposte di una commissione parlamentare d’inchiesta, sostenute nel tempo da intellettuali come Dario Fo e Dacia Maraini.
Nel frattempo si sono accumulate le ipotesi. C’è quella delle bobine di Salò o le 120 giornate di Sodoma, rubate quell’estate dagli stabilimenti della Technicolor, che Pasolini sperava di recuperare e che secondo alcune ricostruzioni, tra cui le dichiarazioni dell’ex esponente della Banda della Magliana Maurizio Abbatino, sarebbero state l’esca per attirarlo all’Idroscalo. C’è quella politica, legata al Pasolini corsaro degli articoli sul Corriere della Sera e al romanzo incompiuto Petrolio, con le sue pagine sul potere economico e sull’Eni. Nessuna di queste piste è mai stata provata in un’aula di tribunale, ed è bene ricordarlo. Ma nessuna è mai stata davvero smentita.

Perché quel delitto ci riguarda ancora
Si potrebbe pensare che dopo cinquantuno anni non abbia più senso cercare i colpevoli, che probabilmente sono morti, come è morto Pelosi. Ma il caso Pasolini non è mai stato solo una questione penale. «Il Paese ha bisogno di verità e la verità fa bene a un Paese», ha detto Dacia Maraini commentando la notizia, aggiungendo che ancora oggi non sappiamo chi ha voluto quella morte né chi c’era dietro.
È questo il punto. Pasolini era l’intellettuale più scomodo del suo tempo, quello che scriveva «Io so» senza avere le prove, che non si lasciava ridurre a nessuna etichetta, che attaccava la società dei consumi, la televisione, il conformismo di destra e di sinistra. La sua morte è stata archiviata per decenni come un fatto di cronaca nera ai margini della città, quasi una conseguenza della sua vita privata, e anche questo racconto ha avuto un peso. Accettare la versione del ragazzo solo voleva dire non chiedersi chi avesse interesse a farlo tacere.
C’è poi qualcosa che riguarda il rapporto tra un Paese e la sua memoria. L’Italia ha molti misteri irrisolti, e in quasi tutti la verità è arrivata tardi, a pezzi, o non è arrivata affatto. Ogni volta che un caso così si riapre ci si chiede se valga la pena, come se la verità avesse una data di scadenza. Il cinema e la letteratura ci hanno insegnato più volte quanto possa costare a un intellettuale dire al proprio Paese ciò che non vuole sentire, e quanto quel Paese tenda poi a dimenticarlo.
Non sappiamo dove porterà questa nuova indagine, e sarebbe ingenuo aspettarsi in pochi mesi le risposte che non sono arrivate in mezzo secolo. Ma il fatto che una Procura abbia deciso di riaprire il fascicolo, dopo due rifiuti in dieci anni, dice che quella notte all’Idroscalo non è ancora chiusa. E forse non lo sarà finché qualcuno, tra quelli che sanno, non deciderà finalmente di parlare.
Domande frequenti sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini è stato ucciso nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia, vicino a Roma. Il suo corpo, colpito con violenza e schiacciato dalla sua auto, fu trovato all’alba del 2 novembre. Per l’omicidio è stato condannato in via definitiva Pino Pelosi, che allora aveva diciassette anni.
Il 2 novembre 2026 si è saputo che la Procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo dopo un esposto dell’avvocato Stefano Maccioni, che rappresenta l’Ordine dei giornalisti del Lazio, il regista David Grieco e lo scrittore Giovanni Giovannetti. La richiesta, presentata nel novembre 2025 e integrata nel maggio 2026, si basa su nuovi elementi e sostiene che Pelosi non fosse solo quella notte.
Per la giustizia sì. In primo grado, nel 1976, il Tribunale per i minorenni lo condannò per omicidio in concorso con ignoti, ma in appello il concorso cadde e nel 1979 la Cassazione confermò la condanna come unico responsabile. Nel 2005 però Pelosi ritrattò in televisione, dicendo che a uccidere Pasolini erano stati altri tre uomini, e le analisi del RIS hanno trovato sui reperti tracce genetiche di tre persone mai identificate.
di: La REDAZIONE


