Anche io, come altri 2,1 milioni di persone che hanno visualizzato su YouTube la puntata di Falsissimo dedicata a Belén Rodriguez, ho cliccato play. E l’ho guardata. Non qualche minuto, giusto per capire di cosa si parlasse e sentirmi sul pezzo, l’ho guardata tutta. Sono rimasta lì mentre Fabrizio Corona faceva quello che, bisogna riconoscerglielo, sa fare incredibilmente bene, raccontare.
Al di là di ogni giudizio morale, se c’è una cosa che va riconosciuta a Fabrizio Corona è la capacità comunicativa. Con Falsissimo ha costruito un format riconoscibile, con un’estetica, un linguaggio, un ritmo, una promessa narrativa e, soprattutto, un personaggio che in breve tempo sono diventati inconfondibili. E in comunicazione questo vale tantissimo.

Da ex galeotto spavaldo e borioso, Corona si è costruito come il personaggio contro i personaggi e contro il sistema. Una sorta di Robin Hood contemporaneo del gossip a cui i vip, non so bene per quale motivo, finiscono per raccontare i loro più inconfessabili segreti e che lui, puntualmente, restituisce a noi comuni mortali, abbattendo la distanza tra chi vive sotto i riflettori e chi osserva dall’altra parte dello schermo. Il sottotesto è potente: loro hanno privilegi, soldi, fama e uffici stampa, io vi racconto chi sono davvero.
Corona sa alla perfezione come funzionano i social — o forse, più semplicemente, il complesso animo umano — e su questo ha costruito un business potente. Un funnel quasi perfetto intorno alla nostra curiosità. I social generano desiderio attraverso spezzoni e promesse di scoop, YouTube lo alimenta con una parte interessante ma non ancora abbastanza succosa, il contenuto premium lo monetizza. Il Robin Hood del gossip, insomma, toglie ai ricchi per dare a noi poveri. Solo che ai poveri, prima, chiede la carta di credito.
E funziona.
Funziona perché Fabrizio Corona conosce perfettamente il valore di ciò che vende, che non è soltanto gossip. È la sensazione di poter entrare per qualche minuto in una stanza nella quale normalmente non saremmo ammessi, di vedere il backstage delle vite patinate che conosciamo attraverso copertine, interviste, Instagram e comunicati stampa. Di scoprire cosa c’è dietro il personaggio. E, ammettiamolo, anche di provare una certa soddisfazione nello scoprirlo fallibile, perché questo ce lo restituisce finalmente avvicinabile.
Ma è proprio qui che, mentre guardavo la puntata dedicata a Belén, qualcosa ha iniziato a mettermi a disagio. Perché se Corona è bravissimo a venderci l’accesso dietro le quinte, resta una domanda molto più difficile: chi ha stabilito che noi avessimo il diritto di entrarci?
Una rivelazione non racconta soltanto una persona. La riscrive
Il problema è che, una volta entrati in quella stanza, non ne usciamo esattamente come siamo entrati. Terminata la puntata, che ho guardato con morbosità, sapevo che qualcosa nella mia percezione di Belén era cambiato, e non perché pensassi che quello che avevo appena ascoltato fosse vero. Era cambiato semplicemente perché ormai quelle informazioni le avevo.
Questo è forse uno degli aspetti più potenti — e più pericolosi — di una rivelazione: non si limita ad aggiungere un fatto alla biografia di qualcuno ma può diventare una nuova lente attraverso cui rileggiamo tutto ciò che già sapevamo di lui. Così una vecchia intervista assume un significato diverso, una relazione viene reinterpretata, una fotografia, una dichiarazione, persino un silenzio possono improvvisamente sembrarci la conferma di qualcosa che abbiamo scoperto soltanto dopo.
Ci sono informazioni che, vere o false che siano, una volta conosciute non possiamo più “non sapere”. E quando a raccontarcele è qualcuno che padroneggia così bene i meccanismi della narrazione, il confine diventa ancora più sottile, perché riceviamo una storia già costruita, raccontata splendidamente, con protagonisti, colpe, motivazioni, retroscena e una precisa chiave attraverso cui interpretarli.
È qui che il potere di chi comunica diventa anche potere reputazionale. Perché una rivelazione può essere vera o falsa, ma nel tempo necessario a verificarlo potrebbe aver già cambiato il modo in cui milioni di persone guardano qualcuno.
Vogliamo sapere. Ma abbiamo diritto di sapere?
Sarei ipocrita se dicessi che quelle rivelazioni non mi interessavano. La curiosità può essere morbosa e ho cliccato per questo, sono rimasta ad ascoltare per questo e, come me, lo hanno fatto milioni di persone. Ma il fatto che io voglia sapere qualcosa mi dà davvero il diritto di saperla?
Perché forse è proprio questo il cortocircuito su cui si regge tutto il meccanismo. Confondiamo continuamente ciò che ci interessa con ciò che è di interesse pubblico e, se dall’altra parte c’è un personaggio famoso, la distinzione sembra quasi scomparire, come se fossimo automaticamente titolati a conoscerne i particolari più sordidi.
Che un fatto sia vero non basta, da solo, a renderne legittima o necessaria la pubblicazione perché anche il diritto di cronaca incontra dei limiti. Contano l’interesse pubblico, la continenza e l’essenzialità dell’informazione, ed essere famosi, di per sé, non significa aver rinunciato al diritto alla propria sfera privata. E soprattutto l’interesse del pubblico non coincide necessariamente con l’interesse pubblico.

Belén ci ha mostrato moltissimo della sua vita e del suo corpo. Amori, separazioni, maternità, felicità, dolore. Condivide quotidianamente stories, è stata sulle copertine, racconta la sua vita in televisione. Ma è lei a scegliere cosa raccontare di sé, a mantenere il controllo della propria narrazione, e aver scelto di farlo non può significare rinunciare per sempre al diritto di decidere cosa tenere per sé, lasciando che sia qualcun altro a riscriverla.
Soprattutto quando le rivelazioni non aggiungono nulla alla comprensione del personaggio pubblico, ma rischiano di sottrarre dignità alla persona, trasformandone l’intimità in una puntata di Beautiful nella migliore delle ipotesi e consegnandola, nella peggiore, a una rappresentazione di promiscuità costruita attraverso relazioni, dettagli e retroscena messi in fila davanti a milioni di spettatori.
Lo sciacallaggio e noi
A questo punto sarebbe facile chiudere il cerchio dando tutta la colpa a Corona.
Puoi essere un comunicatore straordinario e comportarti, allo stesso tempo, da sciacallo. Le due cose non si escludono, anzi, è proprio la sua capacità di capire cosa ci tiene incollati a rendere il meccanismo così potente e la sua conoscenza personale di Belén, di pezzi della sua vita privata, a rendere il racconto ancora più plausibile agli occhi di chi ascolta.
Corona sa quale dettaglio diventerà un titolo, quale frase verrà ritagliata per un reel, quale rivelazione farà discutere per giorni, ma soprattutto sa che l’intimità degli altri ha un valore economico e ha costruito un modello capace di trasformarla in attenzione, visualizzazioni, abbonamenti. La vulnerabilità, così, smette di essere soltanto qualcosa da raccontare e diventa una materia prima.
Ma c’è una parte della storia che mi impedisce di mettermi comodamente dalla parte di chi giudica. Io quella puntata l’ho guardata.
E se Corona può monetizzare la curiosità, è perché quella curiosità esiste. È la mia, è la nostra. Siamo noi a guardare gli spezzoni, aspettare lo scoop, cercare il nome, cliccare sul video, abbonarci per il contenuto premium. Siamo noi a trasformare una rivelazione privata in un fenomeno pubblico e, qualche volta, a indignarci per l’esposizione dopo aver contribuito a renderla virale.
Forse è questa la contraddizione più interessante di tutta la vicenda. Condanniamo lo sciacallo ma continuiamo a seguirlo fino alla carcassa.
Corona questo lo ha capito benissimo. Per questo il caso Belén, alla fine, racconta qualcosa che va molto oltre Belén e persino oltre Corona. Racconta un sistema nel quale l’intimità può diventare contenuto, il contenuto attenzione e l’attenzione denaro. Un sistema in cui chi espone ha certamente una responsabilità ma anche chi guarda non può fingere di non averne nessuna.
Io quella puntata l’ho guardata e, quando è finita, Belén era sempre Belén. Eppure, inevitabilmente, qualcosa nel modo in cui la guardavo era cambiato ed è questo il vero potere di una rivelazione, non ciò che ci fa sapere di una persona, ma ciò che ci porta a pensare di lei da quel momento in poi.
Corona vende scoop, retroscena, segreti. Ma il prodotto più prezioso che maneggia è la reputazione degli altri.

