La morte di Presley Gerber a 27 anni riporta l’attenzione sul lato meno visibile delle grandi dinastie, tra privilegi, aspettative familiari e fragilità che l’immagine pubblica non riesce a contenere.
Ci sono famiglie che, viste da fuori, sembrano avere già scritto il destino dei propri figli. Il cognome importante apre porte, l’ambiente offre opportunità difficilmente accessibili agli altri, il successo appare quasi una conseguenza naturale dell’essere nati nel posto giusto. Quella di Cindy Crawford e Rande Gerber è una di queste famiglie. Lei è stata uno dei volti che negli anni Novanta hanno definito l’idea stessa di supermodel, lui un imprenditore di successo. I loro figli, Presley e Kaia Gerber, bellissimi, sono cresciuti a Malibu e sono entrati giovanissimi nella moda, entrambi rappresentati da IMG Models. Kaia ha costruito una carriera internazionale tra passerelle, campagne pubblicitarie e recitazione, Presley ha seguito per un tratto la stessa strada.
Il 20 settembre Presley Gerber è morto a 27 anni, in una struttura di riabilitazione a Santa Monica. L’autopsia è stata eseguita, ma il medico legale della contea di Los Angeles ha rinviato la determinazione della causa in attesa di ulteriori accertamenti, che secondo quanto riportato da People potrebbero richiedere mesi. La polizia sta indagando e, allo stato attuale, non esiste una causa ufficiale della morte.
Essere il figlio di

Foto: Jay Dixit / WikiPortraits / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0
Presley Gerber aveva parlato pubblicamente diverse volte delle proprie difficoltà con la salute mentale e le dipendenze, parlando dei farmaci che assumeva, degli attacchi di panico e del tentativo di modificare alcune abitudini della propria vita.
Ovviamente non è possibile stabilire quanto il cognome, la fama o l’ambiente in cui è cresciuto abbiano inciso su queste difficoltà, e ridurre il privilegio a spiegazione della sofferenza sarebbe una semplificazione scorretta. Resta però una domanda di fondo, che va oltre il caso specifico: cosa significa costruire un’identità propria quando si nasce dentro un’identità familiare già fortissima, un brand globale?
Il cosiddetto nepo baby è diventato negli ultimi anni quasi una categoria dello spettacolo, utilizzata per descrivere figli di attori, musicisti, modelle e imprenditori che entrano negli stessi ambienti dei genitori beneficiando di relazioni, accesso e riconoscibilità già acquisiti. È un privilegio reale, ma racconta solo una parte della storia, perché ereditare un cognome significa ricevere qualcosa prima ancora di aver deciso cosa farne, una rete di protezione e un capitale sociale che può però trasformarsi anche in un termine di paragone permanente.
Nel caso dei Gerber, il confronto con Kaia era quasi inevitabile. Assomiglia alla madre in modo quasi impressionante ed è entrata nello stesso settore che ha reso Cindy Crawford un’icona globale; Presley aveva seguito un percorso analogo, lavorando come modello e comparendo insieme alla sorella in diverse campagne internazionali. Due figli cresciuti sotto un cognome che il pubblico conosceva prima ancora di conoscere loro.
La figlia “facile”
A rendere ancora più stratificato il quadro è quanto dichiarato da Kaia Gerber poche settimane prima della morte del fratello, in un’intervista rilasciata a Vogue in cui parlava apertamente della lunga battaglia di Presley con le dipendenze e di come questa avesse inciso sugli equilibri familiari. Kaia raccontava di essersi identificata nel ruolo della figlia “facile” — quella che non chiedeva aiuto, perché le sembrava eccessivo che in famiglia ci fossero contemporaneamente due figli bisognosi di attenzione — esprimendo al tempo stesso orgoglio per la scelta del fratello di rendere pubbliche le proprie fragilità, rompendo una riservatezza che in famiglia era la norma.
È uno degli aspetti più significativi di questa vicenda, perché riguarda una dinamica tutt’altro che esclusiva delle famiglie celebri. All’interno di molti nuclei familiari i ruoli si distribuiscono senza che nessuno li assegni formalmente: il figlio responsabile, quello fragile, quello brillante, quello ribelle. Sono identità che spesso restano in piedi anche quando i figli diventano adulti. La fama non crea queste dinamiche, semplicemente le rende pubbliche.
Le dinastie e l’illusione della famiglia perfetta
Le grandi famiglie esercitano da sempre un’attrazione particolare, che si tratti di dinastie industriali — in Italia abbiamo avuto gli Agnelli e i Berlusconi, mentre gli Stati Uniti hanno da sempre le proprie dinastie di attori, musicisti, petrolieri. Interessa sapere chi erediterà un’azienda, chi somiglia di più alla madre famosa, chi seguirà le orme del padre, chi riuscirà a liberarsi dal cognome — come se il privilegio dovesse produrre automaticamente felicità. Quando qualcosa rompe questa narrazione — una dipendenza, un fallimento, una separazione, una morte — nasce quasi sempre un racconto speculare e altrettanto semplicistico: quello della “famiglia maledetta”.
Prima si immagina che denaro, bellezza e successo proteggano dalla fragilità, poi, scoperto che non è così, si cerca una maledizione che spieghi ciò che il privilegio non è riuscito a evitare. La realtà è probabilmente meno romanzata, perché, in fondo, tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo. Solo che la loro infelicità accade sotto gli occhi di tutti.
Quello che non si eredita
Nascere con un cognome importante significa partire con vantaggi che sarebbe ingenuo negare: accesso, relazioni, possibilità, spesso una sicurezza economica che modifica profondamente le opportunità disponibili. Esistono però cose che nessun cognome può garantire. Non protegge dalla malattia, non rende immuni dalle dipendenze, non impedisce di sentirsi inadeguati, non risparmia a una famiglia il lutto.
Presley Gerber aveva iniziato, negli ultimi anni, a parlare proprio della distanza tra ciò che gli altri potevano vedere e ciò che lui stava vivendo. Forse è anche per questo che la sua morte suscita un’attenzione che va oltre la notorietà dei genitori: incrina una delle convinzioni più radicate della nostra cultura, quella secondo cui esisterebbe un punto — abbastanza successo, abbastanza bellezza, abbastanza denaro, abbastanza riconoscimento — oltre il quale la vita diventerebbe finalmente impermeabile alla fragilità.

