Per l’anagrafe abbiamo l’età scritta sulla carta d’identità. Ma cuore, cervello e altri organi possono invecchiare a velocità diverse. La ricerca sta sviluppando “orologi biologici” capaci di misurare questo processo. Resta da capire quanto possiamo fidarci del numero che restituiscono.
Ci sono persone che a settant’anni corrono una maratona e altre che a cinquanta fanno fatica a salire tre rampe di scale. È una constatazione talmente comune da sembrare banale. Non tutti invecchiamo allo stesso modo.
Per molto tempo, però, l’età è rimasta soprattutto quella più facile da misurare, il numero di anni trascorsi dalla nascita. La ricerca sull’invecchiamento sta provando a stimarne un’altra, l’età biologica, che non dice quanto tempo abbiamo vissuto, ma quanto il nostro organismo sia cambiato nel corso di quel tempo. Negli ultimi anni questa idea ha prodotto una quantità crescente di strumenti chiamati biological aging clocks, gli “orologi dell’invecchiamento”.
Una review pubblicata a luglio su Nature Medicine da Tony Wyss-Coray, della Stanford University, ed Eric Topol, dello Scripps Research Translational Institute, fotografa un campo in rapido sviluppo. Oggi esistono diversi tipi di orologi biologici, costruiti a partire da dati molecolari e fisiologici, che cercano di stimare il ritmo con cui una persona, o una parte del suo organismo, sta invecchiando.
Ma l’idea forse più sorprendente che emerge da queste ricerche è un’altra. Potrebbe non esistere una sola età biologica.
Un corpo, tante età
Il nostro cuore potrebbe avere un’età diversa da quella del nostro cervello. Il fegato può mostrare segni di invecchiamento più marcati, mentre altri organi restano biologicamente più giovani della nostra età anagrafica.
Un articolo di prospettiva pubblicato a maggio su Nature Aging descrive proprio il passaggio dagli orologi che stimano l’invecchiamento complessivo dell’organismo a quelli specifici per singolo organo. Le evidenze emergenti suggeriscono che gli organi possano invecchiare a velocità differenti e che queste differenze siano legate anche a fattori genetici e ambientali.
Uno studio pubblicato a febbraio su npj Digital Medicine ha utilizzato 1.777 parametri ricavati da esami di imaging di 11.000 partecipanti sani della UK Biobank per stimare l’età biologica di sette organi o sistemi, tra cui cervello, cuore, fegato, reni, pancreas e occhio, oltre alla composizione corporea. Lo scarto tra l’età stimata di un organo e quella anagrafica è risultato associato soprattutto al rischio futuro di malattie e mortalità legate a quello stesso organo.
In altre parole, dire “ho 50 anni” potrebbe raccontare soltanto una parte della storia.
Come si misura l’età biologica?
Non esiste un unico esame. Alcuni orologi studiano le modificazioni epigenetiche, altri le proteine presenti nel sangue, i metaboliti, le immagini degli organi o combinazioni di molti biomarcatori.
Gli orologi proteomici, per esempio, utilizzano grandi quantità di dati sulle proteine del sangue per costruire modelli capaci di stimare aspetti dell’invecchiamento biologico. Ma, come osserva una review pubblicata quest’anno su Nature Aging, piattaforme, popolazioni studiate e modelli statistici possono cambiare molto da uno studio all’altro, e questo rende difficile confrontare i risultati.
L’età biologica, insomma, non è un equivalente scientifico della data di nascita. Il fatto che la ricerca riesca a studiarla non significa che oggi possiamo fare un test, ricevere un numero e considerarlo un verdetto sul nostro futuro.
Il problema dei test sull’età biologica
Intorno alla longevità è cresciuto un mercato enorme. Test, integratori, diete, programmi personalizzati e cliniche promettono di misurare – e qualche volta di ridurre – l’età biologica. La scienza è molto più prudente.
Un’analisi pubblicata su eBioMedicine mette a fuoco la distanza che ancora separa la crescente popolarità degli orologi epigenetici dal loro utilizzo clinico. La questione non è soltanto riuscire a produrre un numero. Bisogna capire quanto sia affidabile, che cosa rappresenti realmente e soprattutto se possa servire a prendere decisioni mediche utili.
Misurare qualcosa non significa sapere già che cosa farne. E due orologi diversi potrebbero non raccontare la stessa cosa.
Possiamo rallentare il nostro orologio?
È probabilmente la domanda che interessa di più, ed è anche quella su cui bisogna essere più cauti.
Alimentazione, attività fisica, sonno e altri fattori dello stile di vita vengono studiati per il loro possibile rapporto con l’invecchiamento biologico. Alcune ricerche hanno osservato associazioni tra determinate strategie – tra cui dieta mediterranea e restrizione calorica – e variazioni favorevoli di alcuni biomarcatori. Trasformare questi risultati in indicazioni cliniche individuali è però molto più complesso.
Sul sonno, per esempio, uno studio pubblicato su Nature a maggio ha messo in relazione la durata del sonno, dichiarata dai partecipanti, con 23 diversi orologi biologici ricavati da imaging, proteomica e metabolomica. Per diversi degli orologi analizzati è emerso un andamento a U. Sia durate brevi sia durate lunghe del sonno risultano associate a uno scarto maggiore dell’età biologica. I valori più bassi si registrano tra circa 6,4 e 7,8 ore di sonno, a seconda dell’organo e del sesso.
Si tratta però di un’associazione, non di un rapporto di causa. Lo studio non dimostra che dormire un certo numero di ore rallenti l’invecchiamento degli organi.
La strada più promettente, quindi, potrebbe non essere trovare il modo di “ringiovanire”, ma capire meglio come stiamo invecchiando.
A cosa serve conoscere la nostra età biologica?
Qui gli orologi biologici potrebbero diventare molto più di una curiosità. Se un giorno riuscissimo a riconoscere con sufficiente affidabilità l’invecchiamento accelerato di un organo prima che compaia una malattia, queste informazioni sarebbero preziose per la prevenzione e per l’identificazione precoce del rischio.

È una delle possibilità indicate dalla review di Nature Medicine. Gli orologi biologici potrebbero essere utilizzati per individuare le persone più esposte a determinate patologie e verificare se interventi o comportamenti riescano effettivamente a modificare il ritmo dell’invecchiamento.
Siamo però ancora in una fase in cui la promessa corre più velocemente dell’applicazione clinica.
Per secoli abbiamo considerato l’invecchiamento qualcosa che potevamo osservare, ma non misurare, se non contando gli anni. Adesso cominciamo a vedere che dietro quel numero potrebbero esistere molti altri orologi.
Il difficile non sarà soltanto imparare a leggerli. Sarà capire quali vale davvero la pena ascoltare.

