Ritratto di uno dei telecronisti sportivi più amati: dalla carriera di calciatore fallita, ai Mondiali (persi), all’amore per la sua terra e le bocce
A 87 anni se n’è andato Bruno Pizzul, giornalista sportivo, commentatore televisivo e conduttore italiano, voce della nazionale italiana di calcio sulle reti Rai per oltre due decenni. E non solo.
Nato l’8 marzo 1938 a Udine, da giovane ha giocato come centrocampista nell’Udinese e in altre squadre minori, prima di ritirarsi presto a causa di un infortunio. Laureato in giurisprudenza, insegnò materie letterarie nelle scuole medie prima dell’assunzione in Rai per concorso, nel 1969. «Speravo e sognavo. Poi capii che la mia passione era inversamente proporzionale al talento. Ero riuscito a laurearmi, insegnavo alla medie di Gorizia. La Rai di Trieste organizzò un concorso per programmista. Non si presentò nessuno e mi invitarono a partecipare in quanto giovane laureato», raccontava in una delle sue ultime interviste. Il grande giornalista sportivo Paolo Valenti, che faceva parte della commissione esaminatrice, consiglia a Pizzul di partecipare al concorso per radio-telecronisti, sicuramente più indicato per lui. «Con me c’erano Bruno Vespa, Paolo Frajese. Beh, venni assunto, con mia somma sorpresa. Cominciò così una carriera inaspettata», disse.

L’8 aprile 1970 commentò la sua prima partita (Juventus–Bologna, spareggio di Coppa Italia disputatasi sul campo neutro di Como): iniziò a partire dal 16º minuto perché era arrivato in ritardo (attardandosi a tavola, raccontò lui stesso). La prima finale di una competizione internazionale che fu raccontata dalla sua voce fu quella del campionato europeo del 1972 a Bruxelles, con la vittoria della Germania Ovest sull’URSS per 3-0.
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Le telecronache storiche
Bruno Pizzul ha commentato cinque Mondiali (dal 1986 al 2002) e numerosi Europei, diventando una delle voci più amate dagli italiani. Il suo stile era elegante e mai eccessivo, lontano dagli eccessi tipici di alcuni cronisti moderni.

Durante Italia ’90, ha raccontato le emozioni della competizione iridata in casa, con la semifinale persa contro l’Argentina ai rigori. In USA ’94 ha descritto il dramma della finale persa ai rigori contro il Brasile. E poi Francia ’98, quando l’Italia venne eliminata ancora ai rigori, stavolta dai padroni di casa. Infine Euro 2000: resta nella memoria collettiva l’urlo di dolore per il gol di Wiltord all’ultimo secondo e la sconfitta contro la Francia al golden goal.
Il suo modo di commentare, con una certa sobrietà e un pizzico di malinconia, è rimasto nel cuore degli appassionati. Dopo il ritiro dalla Rai nel 2002, è rimasto attivo con interventi su radio, TV locali e eventi calcistici speciali (nella foto di copertina, è ritratto durante la trasmissione “Quelli che il calcio” – ANSA) . Era spesso associato a una narrazione pacata ma intensa, con frasi iconiche come “tutto molto bello” o “non bene, non bene”, quando le cose per l’Italia si mettevano male.
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L’uomo
Un vero maestro della telecronaca, simbolo di un’epoca del calcio raccontata con classe, ma anche un uomo di grande cultura, profondamente legato alle sue radici friulane e a una visione dello sport come espressione di valori autentici.
Chi lo ha conosciuto, lo descrive come una persona riservata, ironica e gentile, con una vena malinconica che si rifletteva nel suo stile di telecronaca. Non era un uomo da eccessi o spettacolarizzazioni, eppure il suo modo di raccontare il calcio sapeva emozionare perché autentico, misurato e mai sopra le righe.

Milanese per lavoro, Pizzul ha sempre mantenuto un forte legame con la sua terra, il Friuli Venezia Giulia. Amava la tranquillità della provincia, i suoi ritmi lenti, la genuinità della sua gente. Uno dei suoi più grandi piaceri era trascorrere il tempo nelle osterie friulane, sorseggiando un bicchiere di buon vino e chiacchierando con gli amici. Il suo rapporto con il vino era speciale: ne parlava con competenza e passione, tanto da diventare un grande estimatore delle produzioni locali.
Dietro l’immagine del telecronista sportivo c’era un uomo colto e curioso, amante della letteratura e del giornalismo di qualità. Non si limitava a raccontare il calcio, ma cercava di interpretarlo, di inserirlo in un contesto più ampio, quasi filosofico. Questo approccio gli derivava da una formazione solida e da una grande passione per la storia e la lingua italiana.
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Nonostante abbia raccontato alcune delle partite più importanti della storia della Nazionale, Bruno Pizzul non era un uomo da fanatismi. Per lui il calcio era prima di tutto un gioco, un’arte collettiva, un’espressione di intelligenza e tecnica. Amava il bel gioco, il rispetto per gli avversari e detestava le polemiche inutili o l’eccessiva esaltazione dei toni.
Le bocce
Non tutti sanno che Pizzul aveva un rapporto speciale con le bocce, uno sport che amava profondamente e che praticava con grande piacere. Non si trattava solo di un passatempo, ma di una passione genuina, legata al suo carattere e alla sua filosofia di vita: la semplicità, la convivialità e la precisione.
Era un uomo riflessivo e attento ai dettagli. Il gioco delle bocce, con la sua combinazione di tecnica, strategia e pazienza, rispecchiava perfettamente queste sue caratteristiche. Non era un uomo da sport caotici o impulsivi, ma da discipline che richiedevano misura, precisione e intelligenza.
Inoltre, per lui le bocce non erano solo competizione, ma anche un’occasione per stare in compagnia, per condividere momenti di svago con gli amici nelle osterie friulane o nei circoli sportivi. Proprio nei campi di bocce si respirava quell’atmosfera genuina e popolare che tanto amava: un bicchiere di vino, battute sagaci e una sfida giocata con spirito sportivo.
E non si è limitato a giocarle per diletto, ma è stato anche un grande sostenitore e promotore di questo sport. Spesso partecipava a eventi e manifestazioni legate al mondo delle bocce, con il suo stile sempre discreto ma appassionato. Grazie alla sua notorietà, ha contribuito a dare visibilità a uno sport spesso considerato “minore”, ma che lui difendeva con orgoglio, come racconta Marco Giunio De Sanctis, presidente della Federazione Italiana Bocce: «I miei ricordi di Bruno Pizzul sono legati soprattutto a mio padre, Sandro de Sanctis, che è stato presidente della Federazione molti anni prima di me: è stato lui a portarlo nel mondo delle bocce “ufficiale”, ma ovviamente la passione l’aveva già. Lo ricordo come un uomo molto ironico, oltre che un grande professionista: quell’ironia “giusta”. Per il nostro ambiente è stato un uomo molto importante, quel qualcosa in più, rispetto alla sua dimensione popolare, legato al mondo delle bocciofile e della socialità, più che a quello agonistico. Pizzul, soprattutto negli anni ‘80, ha contribuito ad amplificare enormemente l’eco delle competizioni ufficiali, facendo delle telecronache magistrali durante gli eventi più importanti, tra due campionati del mondo, nel 1985 e nel 1989. E mi ricordo anche la sua emozione quando, nel 1990, gli fu conferito il Premio Marche (oggi MB Award, l’Oscar delle bocce): un’emozione vera, sincera; era quasi commosso. Questo per far capire quanto fosse un uomo semplice, nonostante la dovizia del linguaggio e la sua esperienza giornalistica».


Quando è stata l’ultima volta che vi siete sentiti?
«Circa tre fa, in una trasmissione di Carlo Presutti a Rai Italia. Lui era in collegamento: ci siamo salutati e abbiamo ripercorso quel periodo veramente con gioia, con passione e con lo stesso entusiasmo che lui ha conservato fino all’ultimo giorno di vita. Un ricordo molto bello, non amaro, ma nostalgico e malinconico».
Per Pizzul lo sport doveva essere prima di tutto un piacere, un’occasione di aggregazione e di rispetto reciproco. Le bocce incarnavano questa filosofia: uno sport senza eccessi, senza urla, ma fatto di concentrazione, abilità e una sana dose di competizione. In un’epoca in cui il calcio e gli altri sport diventavano sempre più frenetici e urlati, Pizzul trovava nelle bocce una dimensione più autentica e rilassata, lontana dagli eccessi mediatici e vicina alle tavolate che accompagnano questa attività, con cibo e vino genuini. Decisamente come lui.
di: Giulia GUIDI
Foto ANSA/FIB
