Le origini della Giornata internazionale per i diritti delle donne si perdono tra leggende urbane e falsi storici. Ma allora perché è stata scelta questa data?

La leggenda narra che nel 1908 a New York un incendio in una fabbrica di camicie, la Cotton o Cottons, abbia ucciso oltre 100 operaie, e che da questo derivi la ricorrenza dell’8 marzo, la Giornata internazionale della donna (o Giornata internazionale dei diritti delle donne). No, non è vero. Tutto falso. La fabbrica Cotton o Cottons (nome non particolarmente fantasioso, tra l’altro) non è mai esistita. Sono ben altre le origini della Giornata internazionale dedicata ai diritti delle donne, che vuole sottolineare l’importanza delle lotte e delle conquiste sociali, economiche e politiche del genere femminile. Lungi dall’aver raggiunto la parità di genere, la giornata accende i riflettori su quella che è la condizione delle donne nel mondo e sulla necessità di superare le discriminazioni e il gender gap.

La base della ricorrenza è la riflessione, non la festa. Qualcuno la chiama “Festa delle donne”, e più di qualcuno (giustamente) sottolinea che c’è poco e niente da festeggiare. L’Indice per la parità di genere dell’Eige (Istituto europeo per l’uguaglianza di genere) mostra che nonostante i lenti miglioramenti c’è ancora molto da fare, ad esempio per colmare il gender pay gap, e che le donne con disabilità sono ancora lasciate indietro. E questo solo nell’Unione Europea.

Leggenda, ricostruzioni mediatiche e storia si confondono nel tracciare le origini dell’8 marzo. Tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX nascono molti movimenti suffragisti, volti alla conquista del diritto di voto alle donne, come la National Union of Women’s Suffrage Society, guidata da Millicent Garrett Fawcett, e la Women’s Social Political Union di Emmeline Pankhurst. Qui, però, si crea la prima spaccatura. Questi movimenti erano vicini a posizioni centriste o liberali, espressione della classe media, lontani dalle istanze dei movimenti socialisti europei e statunitensi. E russi. Aleksandra Kollontaj, figura centrale della rivoluzione russa insieme a Marija Spiridonova, e attivista per i diritti delle donne, paradossalmente non amava il termine “femminista”, perché considerato borghese.

In questo contesto nell’agosto 1907 si tiene a Stoccarda il VII Congresso della II Internazionale socialista, al quale partecipano, tra gli altri, importanti politiche e pensatrici socialiste come Rosa Luxemburg e Clara Zetkin, che dedica tutta la sua vita alla battaglia per l’emancipazione femminile. Alla fine il Congresso vota una risoluzione con cui i partiti socialisti si impegnano a “lottare energicamente per l’introduzione del suffragio universale delle donne”. Escludendo, però, l’alleanza con le femministe borghesi. 

Una scelta che non piace a tutte. Nel 1908 la socialista Corrine Stubbs Brown presiede la conferenza del Partito Socialista di Chicago, alla quale sono invitate tutte le donne. Quella conferenza viene chiamata Women’s Day. All’inizio non tutti capiscono l’antifona e l’iniziativa non ha seguito. Alla fine dell’anno il Partito socialista americano raccomanda a tutte le sezioni di dedicare l’ultima domenica di febbraio a una manifestazione per il diritto di voto delle donne. Ed è così che negli Stati Uniti si celebra la prima, ufficiale Giornata della donna, il 23 febbraio 1909.

Facciamo un salto in avanti e andiamo a Copenaghen nel 1910. Durante la Seconda conferenza internazionale delle donne, il 26 e 27 agosto, le delegate socialiste statunitensi propongono di istituire una giornata comune dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne. In realtà in quell’occasione non viene istituita alcuna ricorrenza ma viene “assunta come risoluzione. Intanto, però, anche alcuni Paesi europei cominciano a celebrare una giornata della donna, come la Danimarca, l’Austria, la Germania e la Svizzera, il 19 marzo 1911. La ricorrenza, tuttavia, non viene ancora celebrata tutti gli anni in tutti gli Stati.

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale le cose cambiano. Alcuni movimenti suffragisti nei Paesi Alleati decidono di interrompere le attività, mentre i movimenti femminili socialisti organizzano diverse mobilitazioni per la pace. A San Pietroburgo l’8 marzo 1917 (il 23 febbraio in base al calendario giuliano all’epoca in vigore in Russia) le donne guidano una grande manifestazione per chiedere la fine della guerra. L’8 marzo 1917 segna l’inizio della Rivoluzione di febbraio, ma è importante anche per la Giornata internazionale della donna. Nel 1921 la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste decide di fissare un giorno comune a tutti i Paesi: viene scelto l’8 marzo.

In Italia la prima Giornata internazionale della donna viene celebrata nel marzo 1922 su iniziativa del Partito Comunista d’Italia. L’UDI (prima Unione donne italiane, poi Unione donne in Italia) decide di celebrare l’8 marzo 1945 la prima giornata delle donne nelle parti del Paese che erano già state liberate. L’anno seguente viene scelto come simbolo della ricorrenza la mimosa, una particolarità tutta italiana. La mimosa ha la meglio su anemoni, orchidee, garofani e violette: è un fiore economico, che si può trovare facilmente in molte zone d’Italia. A proporne l’uso è la partigiana e dirigente nazionale dell’UDI Teresa Mattei insieme a Teresa Noce, anche lei partigiana, e a Rita Montagnana. Tutte e tre saranno tra le 21 donne elette all’Assemblea costituente. Per molto tempo la ricorrenza viene messa da parte ma nel 1972 succede qualcosa. L’8 marzo di quell’anno migliaia di donne si riuniscono a Campo de’ Fiori a Roma per chiedere, tra le altre cose, la legalizzazione dell’aborto e la liberazione omosessuale: è di fatto la prima manifestazione femminista in Italia. C’è anche Jane Fonda. Ma non solo. Ci sono anche Alma Sabatini, linguista e tra le fondatrici del Movimento di Liberazione della Donna (MLD), e Mariasilvia Spolato, fondatrice del Fronte di Liberazione Omosessuale e prima donna a fare coming out pubblicamente. Una rivelazione che le costa il lavoro di docente di matematica. Ci sono anche tante altre donne, che vengono insultate dai passanti e caricate dalla polizia. Molte rimangono ferite e finiscono in ospedale, come la stessa Sabatini.

La connotazione politica della Giornata internazionale della donna e poi gli eventi e le conseguenze della Seconda guerra mondiale hanno contribuito a far dimenticare le reali origini della ricorrenza, che venne ufficializzata dall’ONU nel 1977. Da qui tutte le leggende sull’8 marzo. È, infatti, dal secondo dopoguerra che la data inizia ad essere associata al presunto incendio della presunta fabbrica newyorkese, ma dell’evento non c’è traccia storica. Si pensa, però, che il racconto si ispiri a un fatto realmente accaduto: il rogo della fabbrica Triangle a New York nel marzo 1911, in cui morirono 146 persone, di cui 123 donne. Ma tutto questo non ha niente che fare, come abbiamo visto, con l’8 marzo.  

Ai giorni nostri durante la Giornata internazionale dei diritti delle donne si svolgono scioperi in molti Paesi promossi dal movimento transfemminista Ni Una Menos, nato in Argentina nel 2015. Anche in Italia Non Una di Meno organizza una mobilitazione in risposta alla violenza maschile contro le donne, alla violenza patriarcale, alle discriminazioni, e per il rifiuto dei ruoli di genere, attraverso l’astensione dal lavoro produttivo e riproduttivo. Negli anni diverse sigle sindacali hanno indetto lo sciopero generale, consentendo alle lavoratrici di astenersi dal lavoro.

Sfruttate, sottopagate, umiliate, violentate, uccise. L’8 marzo è sì, una giornata di riflessione, di critica dell’esistente, ma è anche una giornata in cui le donne si riprendono lo spazio per uscire dalla narrazione della donna solo come vittima. “Come sono lo decido io, violenza e patriarcato ti diciamo addio”.

FOTO: SHUTTERSTOCK

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