GENDER EQUALITY

Nonostante i passi avanti è ancora lontano il giorno in cui verrà colmato il divario di genere. Anche la violenza contro le donne non accenna a diminuire

Con il termine gender gap (o divario di genere) si fa riferimento alle differenze di condizioni, possibilità e trattamento dovute al genere. Le donne e tutte le persone che non si identificano nel genere maschile vivono ancora oggi in una forte condizione di disparità. Si stanno facendo passi avanti per colmare il gender gap ma non è ancora abbastanza. L’indice è in lieve aumento ma la data in cui sarà colmato il divario di genere si attesta al 2154 secondo il Global gender gap report pubblicato nel 2023 dal World Economic Forum, che analizza l’andamento del gender gap in 146 Paesi in base a quattro fattori: opportunità economiche, istruzione, salute ed emancipazione politica. Nel 2023 l’indice globale ha raggiunto il 68,4%, un lieve aumento ma non abbastanza. Di questo passo, emerge dal report, serviranno 131 anni per raggiungere la piena parità. Secondo lo studio 9 Paesi (Islanda, Svezia, Norvegia, Nuova Zelanda, Finlandia, Germania, Namibia, Nicaragua e Lituania) hanno colmato almeno l’80% delle discrepanze ma nessuno ha raggiunto la parità di genere. Al primo posto, per il 14esimo anno consecutivo, c’è l’Islanda (91,2%), unico Stato ad aver colmato oltre il 90% dei divari. E l’Italia? La Penisola retrocede dal 63esimo al 79esimo posto in classifica, principalmente per via del peggioramento in ambito di partecipazione delle donne in politica. 

A mancare, come sottolinea il rapporto Mai più invisibili redatto da WeWorld nel 2023, sono le politiche di inclusione di donne e bambine e bambini. Secondo lo studio quattro donne su 10 e quasi un minore su tre vivono in zone in cui persistono forme di esclusione grave o molto grave. Questo mostra quanto la povertà e le disuguaglianze socio-economiche siano ancora pervasive sul territorio italiano, in cui permane una frattura tra Nord e Sud. Sono molte le fratture in Italia, in realtà, ma è evidente come il Mezzogiorno venga lasciato a se stesso. Ma la problematica è diffusa. Da Mai più invisibili emerge che lo scorso anno solo la Valle d’Aosta e e la Provincia Autonoma di Trento hanno raggiunto un punteggio tale da garantire i livelli di inclusione sufficienti per donne, bambine, bambini e adolescenti. 19 Regioni, quindi, sono al di sotto della sufficienza: 11 di queste si trovano nella fascia di “inclusione insufficiente”, quattro di “esclusione molto grave”.

Il rapporto di WeWorld evidenzia come a mancare sia un approccio intersezionale negli strumenti legislativi e nelle politiche di intervento proposte. Cosa significa? Il termine “intersezionalità” è stato coniato nel 1989 dalla giurista Kimberlé Crenshaw e indica come le caratteristiche individuali, quindi il genere, l’etnia, la classe sociale, l’orientamento sessuale, la disabilità, si intersechino tra di loro, creando una sovrapposizione di diverse identità sociali e forme di discriminazione. In sostanza, quando una persona appartiene a più categorie incorre in un maggiore rischio di discriminazione.

Per le donne le disuguaglianze nel mondo del lavoro si manifestano anche attraverso il gender pay gap, il divario retributivo di genere, ossia la differenza media tra i salari orari lordi percepiti dagli uomini e quelli percepiti dalle donne. Ne esistono di due tipi: il gender pay gap “grezzo”, basato sulla differenza media della retribuzione lorda oraria (quindi al lordo della tassazione e della contribuzione), e il gender pay gap totale basato sullo stipendio orario, sul numero medio mensile di ore retribuite e sul tasso di occupazione del genere femminile. Viene calcolato in base al settore, al ruolo, alle competenze e all’esperienza.

Il gender pay gap deriva da diversi fattori. Secondo l’INPS, è maggiore il numero di donne che ricorre al part-time. Questo si lega anche al fatto che alle donne è spesso deputato il lavoro di cura non retribuito, ossia la gestione delle attività domestiche. Se si prendono in considerazione sia il lavoro retribuito sia quello non retribuito, risulta che le donne lavorano più ore a settimana rispetto agli uomini. Inoltre, il lavoro delle donne viene ancora sottostimato, quindi a parità di mansione viene offerta una paga inferiore. A incidere fortemente – per il 24% – è la segregazione settoriale (o occupazionale): molte donne sono impiegate in settori solitamente poco retribuiti come l’istruzione e l’assistenza, e questo indica un disequilibrio nella distribuzione della forza lavoro femminile nei diversi ambiti lavorativi.

Un’altra problematica è rappresentata dal cosiddetto “soffitto di cristallo”, ossia tutte quelle barriere che impediscono alle donne di raggiungere posizioni apicali. Ovviamente le possibilità diminuiscono in base non solo al genere ma anche alla classe sociale e all’etnia: molte donne povere quel “soffitto di cristallo” neanche lo vedono. Sono, quindi, molteplici anche le disuguaglianze nell’accesso al mondo del lavoro: per questo è necessario agire molto prima e non guardare solo alle posizioni di potere.

Il tema del gender gap in ambito professionale è un aspetto molto critico a livello globale. Nel 2023 l’Italia si è collocata all’ultimo posto nell’indicatore “lavoro” del Gender Index Equality dell’Eige (European Institute for Gender Equality), con un punteggio di 65.

Nel maggio 2023 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Direttiva europea “volta a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore attraverso la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione“. Con la Direttiva i datori di lavoro sono obbligati a fornire informazioni sul livello retributivo prima dell’assunzione, negli annunci e durante il colloquio. In base al principio di trasparenza retributiva le realtà con più di 250 dipendenti devono riferire ogni anno all’autorità nazionale competente sulla situazione sul divario retributivo di genere all’interno dell’azienda: se emerge un gap retributivo superiore al 5% non spiegabile in base a criteri neutri sul genere, le società dovranno eseguire una valutazione congiunta delle retribuzioni di concerto con i rappresentanti dei lavoratori.

Manifestazione contro la violenza maschile sulle donne e di genere di “Non Una di Meno” a Milano l’8 Marzo 2023 – ANSA/MATTEO CORNER

La violenza di genere

Il fatto che le donne siano maggiormente esposte alla povertà e siano ostacolate nel trovare l’indipendenza economica rende loro più difficile uscire da situazioni di violenza. Le forme di violenza “esercitate sulle donne sono multiple e consolidate ne tempo, a conferma della struttura della violenza maschile sulle donne”, come evidenzia il report di Di.Re – Donne in rete contro la violenza del 2022 (dati presentati nel 2023). Dalla pubblicazione emerge che la tipologia di violenza più diffusa è quella psicologica (80,4%), seguita da quella fisica (58,5%), da quella economica (32,2%), dalla violenza sessuale (17,2%) e dallo stalking (16,1%). Sia la violenza psicologia sia quella fisica hanno registrato un lieve aumento rispetto al 2021, quando si attestavano rispettivamente al 77,9% e al 57,6%. A non stupire è la percentuale di donne accolte nei centri antiviolenza che decidono di denunciare: solo il 27%. La vittimizzazione secondaria agita da parte delle istituzioni come forze dell’ordine e tribunali, ma anche dei media, continua a rappresentare un ostacolo all’avvio di percorsi di uscita dalla violenza. Nella maggior parte dei casi ad agire violenza è il partner (56%) o un ex partner (24,5%). La percentuale di violenza attuata in ambito affettivo o familiare si attesta, quindi, all’80,5%, al 90,5% se si considerano anche i familiari (10,1%). Questo mostra come a compiere violenza siano uomini che mantengono con le donne una relazione improntata, spiega il report, “al controllo e alla sopraffazione”.

Secondo l’Istat nel 2022 in Italia ci sono stati 106 femminicidi su un totale di 126 donne uccise. Per il Ministero dell’Interno i femminicidi del 2023 sono stati 120. Bisogna approfondire come vengono rilevati i dati sul fenomeno in Italia. Non esiste una banca dati istituzionale e pubblica nella quale vengono registrati i femminicidi compiuti nella Penisola. Esistono, ovviamente, dati ufficiali, come quelli dell’Istat e del Ministero dell’Interno qui citati, che sono, però, raccolti con metodologie e tempistiche diverse, come sottolinea Donata Columbro in un articolo per L’Essenziale. Il dicastero redige un report settimanale che riguarda, però, gli omicidi volontari e la violenza di genere e, pur facendo riferimento a “vittime femminili” non specifica mai la parola “femmicidio”. L’Istat, invece, ha iniziato a utilizzare il termine nelle proprie statistiche nel 2019, evidenzia Columbro, soprattutto nei report annuali pubblicati in concomitanza con la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Contare in maniera sistematica i casi di femminicidio e violenza sulle donne è fondamentale, per questo nel 2022 l’Unodc (l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine) e l’Un Women (l’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile) hanno presentato un documento che illustra nuovi parametri e indicatori per rendere omogeneo il conto dei femminicidi a livello mondiale. Nel suo ultimo report (relativo ai dati del 2021) l’Istat ha affermato che prenderà in considerazione i nuovi indicatori per le prossime statistiche. Il documento degli enti Onu sottolinea innanzitutto la necessità di un approccio omnicomprensivo e multidisciplinare alla violenza di genere ma anche di inserire tra gli indicatori, ad esempio la modalità con cui è stata uccisa una donna, se in precedenza aveva subìto altre oppressioni, ad esempio sul luogo di lavoro, ma anche la relazione con l’assassino, che può essere non solo un parente o una persona conosciuta, con la quale si è instaurata una qualsiasi relazione di tipo affettivo, ma anche uno sconosciuto, un collega, un esponente delle forze dell’ordine o un militare.

In Italia uno dei database più completi è rappresentato dall’Osservatorio Nazionale Femminicidi, Lesbicidi e Trans*cidi (FLT) di Non Una Di Meno (NUDM). In base agli ultimi dati pubblicati l’8 febbraio 2024 (vengono aggiornati il giorno 8 di ogni mese) nell’anno corrente ci sono già stati 8 femminicidi (più un suicidio e quattro decessi ancor in fase di accertamento), mentre i tentati femminicidi sono stati 6. Nel 2023 l’Osservatorio del movimento transfemminista ha registrato in totale 120 casi di cui 103 femminicidi, un transcidio, 10 suicidi e 6 morti ancora in fase di accertamento che, viene spiegato, sono stati indotti o si sospetta siano stati “indotti dalla violenza e dall’odio etero-cis-patriarcale”. La vittima più giovane aveva 13 anni, la più anziana 95; l’età media delle vittime si è attestata a 56 anni. Inoltre, emerge dall’Osservatorio, è stato rilevato un caso di violenza o stupro prima dell’omicidio e 14 casi in cui ci sono state denunce o segnalazioni per violenza nei mesi precedenti. Sono 21 i figli e le figlie minorenni che hanno assistito a un femminicidio, mentre sono 52 i e le minori rimasti orfani in seguito all’omicidio della madre. Tre delle persone uccise erano sex worker. Anche dai dati raccolti da NUDM emerge come nella quasi totalità dei casi la vittima conoscesse il suo assassino: in 47 casi era il marito, partner o convivente, mentre in 15 l’ex partner o una persona dalla quale la vittima stava cercando di allontanarsi. Negli altri casi a togliere la vita sono stati padri, figli, conoscenti, oppure un collega, un cliente, un amico, e in un caso solo la madre. In quattro casi l’identità dell’omicida è ad oggi sconosciuta.

A livello internazionale il trattato più importante sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica è la Convenzione di Istanbul, adottata dal Consiglio d’Europa nel 2011. Il primo Paese a ratificarla è stata, appunto, la Turchia, che, però, ha deciso di ritirarsi nel 2021 attraverso un decreto firmato dal presidente Recep Tayyip Erdoğan. L’Italia ha ratificato la Convenzione nel 2013. Si tratta del primo strumento giuridicamente vincolante e riconosce la violenza di genere in tutte le sue forme come una violazione dei diritti umani. Gli Stati sono obbligati a conformarsi alle sue disposizioni, come l’introduzione di servizi volti alla protezione e al supporto delle donne che subiscono violenza. Tra questi i centri antiviolenza, una quantità adeguata di rifugi, assistenza medica e psicologica e linee telefoniche attive 24 ore su 24. La Convenzione di Istanbul, promuove, inoltre, l’educazione all’uguaglianza di genere, all’affettività e alla sessualità. Il trattato precisa che con il termine “genere” si fa riferimento ai “ruoli comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini” perché sono proprio i ruoli di genere a contribuire alla violenza contro le donne.Non si tratta quindi di una distinzione biologica, ma culturale. Motivo per cui la Convenzione di Istanbul è stata osteggiata da organizzazioni ultracattoliche, antifemministe, antiabortiste e contrarie ai diritti delle persone LGBTQIA+, secondo le quali promuoverebbe la cosiddetta “ideologia gender” (che, in realtà, non esiste).

Nel 2020 ha fatto molto discutere la decisione del Parlamento ungherese di non ratificare la Convenzione, che aveva sottoscritto nel 2014. Secondo Fidesz, partito del primo ministro Viktor Orban, e il KDNP (Partito Popolare Cristiano Democratico) favorirebbe non solo la fantomatica “ideologia gender” ma anche “l’immigrazione illegale”. Molte le voci che hanno espresso preoccupazione, come quella del direttore di Amnesty International Ungheria David Vig, che ha parlato di una “decisione estremamente pericolosa” e ha chiesto ai partiti di “rivedere” la propria decisione e “ratificare urgentemente” la Convenzione.

Nel maggio 2023 il Parlamento europeo ha dato l’ok all’adesione dell’Unione europea alla Convenzione di Istanbul, attraverso il voto a due risoluzioni separate, la prima riguardante le istituzioni e la pubblica amministrazione dell’Ue, la seconda sulla cooperazione giudiziaria in materia in materia penale, sull’asilo e il non respingimento. La Lega e Fratelli d’Italia si sono astenuti, mentre due deputate del Carroccio hanno votato contro. La motivazione, avevano affermato i deputati di FDI in una nota, era dovuta alla volontà di contestare il metodo con cui sono state votate le mozioni (con approvazione a maggioranza e non all’unanimità) e a quella di “ribadire la preoccupazione sulle tematiche legate al gender”. In realtà è stata la stessa nota a smentire questa preoccupazione perché, come ha evidenziato dalla Corte di giustizia europea, il trattato “non può riguardare le materie che i Trattati attribuiscono alla competenza esclusiva degli Stati membri” e che “non esiste quindi alcuna possibilità che la Convenzione venga usata per imporre normative specifiche ai governi nazionali”.  

Molte le critiche arrivate da ogni parte, non solo politica. La Convenzione di Istanbul è uno strumento importante per combattere la violenza di genere anche e soprattutto dal punto di vista culturale perché è proprio lì che la violenza nasce, cresce si annida e prospera. Sono stati fatti diversi passi avanti ma la strada sembra ancora in salita.

di: Francesca LASI

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