In primavera si intensifica il calendario delle competizioni ciclistiche, anche femminili. Ma non è passato mezzo secolo dalla loro ufficializzazione
«Una volta pensavo che la cosa peggiore che potesse fare una donna era fumare, ma ora ho cambiato idea. La cosa peggiore che ho visto in vita mia è una donna in sella a una bicicletta». Così scriveva il 25 luglio del 1891 la corrispondente del Chicago Tribune in un breve articolo, in cui sosteneva che avrebbe reso la vita impossibile alla sua futura nuora se questa avesse mostrato la minima inclinazione per il ciclismo. Le pioniere della bici iniziavano a destare scalpore. E sarebbe passato poco meno di un secolo prima di avere il primo Giro d’Italia femminile.
Ma dove vai, bellezza in bicicletta?

Le prime bici comparvero nel 1817, erano costosissime, ma le donne della classe alta si mostrarono ben disposte a usare questa nuova invenzione che permetteva di spostarsi liberamente e rapidamente in un mondo che le voleva rinchiuse tra le mura domestiche. Queste intrepide pioniere attiravano gli sguardi della gente, un fatto considerato già di per sé negativo. I manuali di comportamento dell’epoca, infatti, spiegavano chiaramente che l’ultima cosa che doveva fare una signora per strada era mettersi in mostra. Procedere rapidamente era un segno di cattiva educazione, così come parlare ad alta voce o tenere le braccia lontane dal corpo.
Le donne che andavano in bicicletta, quindi, infrangevano le regole di comportamento femminile stabilite e diventavano persone di “dubbia moralità”. La londinese Emma Eades fu oggetto di lanci di pietre e molte altre donne vennero insultate e aggredite. Come se non bastasse, i medici del tempo affermavano che il ciclismo era un’attività dannosa per l’organismo femminile, considerato più debole di quello maschile. Andare in bicicletta, si diceva, poteva causare sterilità e disturbi nervosi. Ma queste temerarie non dovettero affrontare solo i consolidati pregiudizi dell’epoca. Avevano di fronte anche un altro ostacolo: gli abiti femminili, indumenti pesanti (la biancheria intima poteva pesare anche sei chili) e striminziti corpetti con cui era già un miracolo fare un piccolo sforzo senza svenire.
In soccorso alle cicliste arrivarono dei pantaloni molto ampi, i bloomer. Ma quando alcune donne osarono indossarli, sollevarono un nuovo polverone. I sacerdoti dedicavano intere prediche a sottolineare l’aspetto peccaminoso dell’indumento. Alle professoresse francesi fu proibito di indossarli a scuola e all’aristocratica Lady Harberton venne impedito di entrare con i bloomer in un caffè dove voleva bere qualcosa prima di tornare in sella alla sua bici. La battaglia per i pantaloni era persa, ma nel frattempo le donne avevano compiuto grandi progressi nell’impervio cammino dell’emancipazione.
Un po’ alla volta l’immagine della donna in bicicletta smise di essere così strana. Sempre più economiche, le bici si diffusero tra le classi popolari. Sorsero moltissimi club femminili che offrivano l’opportunità di viaggiare in compagnia ed evitare così le molestie per strada. Imprese come quella di Annie Londonderry, che nel 1895 fece il giro del mondo in bici, accesero l’immaginazione della gente e dimostrarono che le donne non erano da meno degli uomini. Intanto la pubblicità iniziava a presentare il ciclismo come un’attività rispettabile, i medici ne raccomandavano l’uso e i giornalisti vedevano nella ciclista “la nuova donna”. Il genere femminile conquistava un nuovo spazio che prima gli era precluso.

Quando, nel 1891, Alfonsina Morini nasce da una coppia di braccianti emiliani analfabeti queste cose non le sa, ma ben presto si appassiona al ciclismo e partecipa a numerose competizioni locali. Nei paesi in cui sfrecciava con la sua bicicletta viene soprannominata “il diavolo in gonnella”. Continuamente osteggiata dalla famiglia per la sua passione a 24 anni, nel 1915, sposa Luigi Strada, cesellatore che, invece, la incoraggia e addirittura le regala, il giorno delle nozze, una bicicletta da corsa nuova. L’anno successivo i due si trasferiscono a Milano, dove Alfonsina comincia ad allenarsi con serietà.
Nel 1924 partecipa, prima donna in assoluto, al Giro d’Italia. Al Giro d’Italia maschile, ovviamente. Parte e compie regolarmente 4 tappe: la Milano-Genova (arrivando con un’ora di distacco dal primo ma precedendo molti rivali), la Genova-Firenze (in cui si classifica al cinquantesimo posto su 65 concorrenti), la Firenze-Roma, giungendo con soli tre quarti d’ora di ritardo sul primo e davanti ad un folto gruppo di concorrenti, e la Roma-Napoli dove conferma la propria resistenza. Nella tappa L’Aquila-Perugia, invece, Alfonsina arriva fuori tempo massimo. A quel punto i giudici si dividono in due fazioni: chi vuole estrometterla e chi è favorevole a farla proseguire.
Il direttore della Gazzetta, Emilio Colombo, che aveva permesso la partecipazione di Alfonsina al Giro e aveva capito quale curiosità suscitasse nel pubblico la prima ciclista italiana della storia, propone un compromesso: ad Alfonsina sarà consentito proseguire la corsa, ma non è più considerata in gara. Lei acconsente e prosegue il suo Giro. All’arrivo di ogni nuova tappa viene accolta da una folla che la acclama, la festeggia, la sostiene con calore e partecipazione.
Alfonsina continua a seguire il Giro fino a Milano, osservando gli stessi orari e gli stessi regolamenti dei corridori. Un giro di dodici tappe per un totale di 3618 chilometri, che si conclude con la vittoria di Giuseppe Enrici dopo il duello con Federico Gay. Dei 90 corridori partiti solo 30 arrivano a Milano. E Alfonsina è tra loro.
Negli anni successivi viene negata ad Alfonsina la possibilità di iscriversi al Giro. Lei però vi partecipa ugualmente per lunghi tratti, come aveva fatto al suo esordio, conquistando l’amicizia, la stima e l’ammirazione di numerosi giornalisti, corridori e degli appassionati di ciclismo che continuano a seguire le sue imprese con curiosità, rispetto ed entusiasmo. Partecipa a numerose altre competizioni finché nel 1938, a Longchamp, conquista il record femminile dell’ora (35,28 km). Abbandona l’attività agonistica negli anni ‘50, ma continua a cavalcare la sua bici, finché non si innamora di una Moto Guzzi. Ironia della sorte, muore il 13 settembre del 1959 all’età di 68 anni, a causa di un incidente proprio sulla sua moto. Ad oggi, Alfonsina Strada è l’unica donna al mondo ad aver gareggiato in uno dei tre grandi giri per soli uomini.
Ma non è sola nel pantheon delle donne che hanno tracciato la storia del ciclismo femminile: c’è Hélène Dutrieu, soprannominata la “freccia umana”, che vince il suo primo Giro d’Europa a un anno dallo scoccare del nuovo secolo; c’è la femminista Annie Cohen Kopchovsky, che è la prima donna a completare un giro del mondo in bicicletta, nel 1895; Tillie Anderson, a cavallo tra il 1800 e il ‘900, ha inciso il suo nome nella storia del ciclismo, vincendo 123 gare sulle 130 che avrebbe disputato; e poi Jeannie Longo, che ha segnato intere generazioni dal dopoguerra in poi, vincendo 59 campionati francesi e 13 campionati mondiali.
Ma bisogna aspettare gli anni ‘60 per la nascita ufficiale delle competizioni femminili. Nel 1955 si svolge il primo Tour de France, i primi Mondiali risalgono al ‘58, e per le Olimpiadi bisognerà aspettare fino al 1984, cento anni dopo la prima competizione maschile. Il Giro d’Italia, “battezzato” da Strada, avrà la sua prima versione in rosa addirittura nel 1988.
Pedalare contro la malattia

Ma il ciclismo femminile può essere molto, molto di più. Lo testimonia la vicentina Loretta Pavan, 60 anni, salita in sella una decina di anni fa, per un motivo esiziale: nel 2006 le viene diagnosticato un tumore al seno, la stessa tremenda malattia che si è portata via, in giovane età, le sue due sorelle, morte a 9 mesi l’una dall’altra; segue un periodo frenetico fatto di ricoveri, interventi, terapie ma, da donna manager orafa qual’era, anche di intere giornate in ufficio, riunioni estenuanti e bilanci da fare. Loretta comincia a riflettere e, aiutata della sua oncologa, decide di cambiare vita: abbandona l’azienda e sale in bici.
«Quando ho iniziato a pedalare ho scoperto che la bici per me ha un significato importante perché mi dà la possibilità di dare sfogo ai pensieri negativi legati alla malattia oncologica; mi dà libertà, attenzione e sguardo verso la natura e i luoghi che mi circondano che prima non avevo… .L’impegno di tenere duro anche nei tratti difficili di un percorso, la voglia di arrivare, la soddisfazione di aver raggiunto mete che per me erano impossibili».
Da allora, Loretta ha portato a termine sfide incredibili come la Parigi – Brest- Parigi (1.200 chilometri con 12.000 metri di dislivello) in 78 ore oppure la Pinerolo – Barcellona – Pinerolo (1.600 chilometri con 20.000 metri di dislivello) in 145 ore. Nel 2017 scala 56 volte il Monte Grappa, un posto magico che lei chiama “la mia montagna”. Nel 2018 conquista Capo Nord, 4.200 chilometri in venti giorni: una soddisfazione incredibile che le dà la carica per continuare a pedalare. E poi il giro delle Repubbliche Marinare, un meraviglioso percorso di 2.300 chilometri con 20.000 mt di dislivello che ha toccato Venezia, Genova, Pisa e Amalfi. Infine dieci giorni in giro per l’Italia, in totale autonomia, senza nessun tipo di supporto (3.000 chilometri con 28.000 metri di dislivello).
Abbiamo ripercorso la storia delle pioniere del ciclismo. Tu cosa ne pensi?
«Non sono degna di essere tra loro – ride -. Ma, dal mio punto di vista, il ciclismo può insegnarci che senza uno sforzo e senza fatica e determinazione non si va da nessuna parte. Il ciclismo ci offre la bellezza degli spazi all’aperto, della natura, dei paesaggi e di traguardi che a volte sono difficili da conquistare: le salite, le discese, la fatica, la prudenza, la soddisfazione che fanno parte di un percorso ciclistico, ma che comunque sono collegate alle nostre esperienze di vita».
di Giulia Guidi
foto ANSA