Partendo dal discorso della cantante e rapper BigMama all’Onu, abbiamo cercato di capire le conseguenze di questa forma di violenza e bullismo

« Se non amo me stessa, nessuno lo fa al posto mio. Che se non salvo me stessa, nessuno lo farà per me. Come in La rabbia non ti basta: credere nei propri sogni salva». Finisce così il discorso di BigMama all’Assemblea generale dell’Onu, a New York, davanti a duemila studenti e studentesse provenienti da tutto il mondo per una lezione organizzata nell’ambito del programma di formazione Global Citizens Model United Nations (GCMUN) promosso da United Network, organizzazione legata al Dipartimento di Global Communications delle Nazioni Unite.

La rapper e cantante, reduce dal Festival di Sanremo, ha raccontato la propria storia, parlando delle sofferenze causate dal body shaming e dal bullismo ma anche di come la musica possa rappresentare un’ancora di salvezza. Una storia, quella di Marianna Mammone – questo il vero nome dell’artista – iniziata il 10 marzo del 2000 a San Michele di Serino, in provincia di Avellino e arrivata sul palco dell’Ariston, dove con il brano La rabbia non ti basta ha portato la sua personale visione di cambiamento queer e femminista.

«Per tutta la vita mi hanno fatto credere di essere completamente sbagliata. Il mio fisico faceva in modo che la gente mi valutasse come ‘non abbastanza’ prima ancora che mi si potesse davvero conoscere». Così ha iniziato il suo discorso in inglese, basato sul tema Crescere e guardare al futuro, dopo l’intervento dell’architetto Mario Cucinella.

La cantante ha proseguito parlando degli stereotipi grassofobici insiti nella società. «Nell’immaginario degli altri una persona grassa è una persona svogliata, pigra, non attiva, non intelligente, che non ha voglia di migliorare. Per una persona come me sognare era inutile – ha dichiarato BigMamavengo da un Paese molto piccolo con una mentalità altrettanto piccola. Ho dovuto sopportare anni di bullismo, verbale e fisico. Ogni giorno della mia infanzia e adolescenza lo ricordo pieno di parole di odio. ‘Cicciona, fai una dieta, fai schifo’. Ho cercato per anni di evitare la sofferenza stando in silenzio. La prima risposta è stata la rabbia».

BigMama durante il discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York – EZIO CAIROLI

Una rabbia e un dolore che l’hanno spinta a fare musica. «A 13 anni ho scritto il mio primo pezzo, Charlotte, un rap che parla di suicidio e autolesionismo e per tre anni l’ho tenuto tutto per me. BigMama è nata quando ho avuto la forza di metterlo su YouTube». L’inizio di un percorso che l’ha portata a pubblicare il suo primo album Next Big Thing nel 2022 e a inanellare una serie di singoli di successo come TooMuch (prodotto dai Crookers) e Ma che hit, oltre a collaborazioni con noti artisti del panorama musicale italiano come Inoki e Myss Keta. Ironia, schiettezza e giochi di parole sono i tratti distintivi della rapper, che diventano modi per veicolare ma anche per reagire alla sofferenza. Il prossimo 8 marzo uscirà il suo nuovo album Sangue che, ha raccontato, conterrà “parole meno taglienti” e “racchiuderà ogni pezzettino della mia vita”.

La rapper e attivista ha parlato anche del suo trasferimento a Milano, dove è approdata per studiare Urbanistica al Politecnico. In quel periodo, ha affermato, si sentiva “più bella del solito” ma aveva ancora “paura delle persone”. Poi ha raccontato del linfoma di Hodgkin, diagnosticatole quando stava per firmare il suo primo contratto discografico e per il quale ha dovuto affrontare 12 sessioni di chemioterapia. «È stato il periodo più buio della mia vita – ha dichiarato – La musica mi ha salvata davvero. Sono guarita, e quel periodo mi ha insegnato finalmente che io merito il primo posto. Che se non amo me stessa, nessuno lo fa al posto mio. Che se non salvo me stessa, nessuno lo farà per me. Come in La rabbia non ti basta: credere nei propri sogni salva».

Proprio questo è il leitmotiv di La rabbia non ti basta, canzone con cui BigMama ha partecipato alla 74esima edizione del Festival di Sanremo. La rapper è salita per la prima volta sul palco dell’Ariston nel 2023, quando durante la serata dedicata alla cover e ai duetti ha cantato American Woman dei The Guess Who insieme a Elodie. Nel 2024 è arrivata in gara con un brano che è una lettera alla sé stessa bambina, in cui esprime ciò che ha raccontato all’Assemblea delle Nazioni Unite. C’è sicuramente lo sfogo, l’urgenza di volere raccontare quanto vissuto, ma anche una volontà trasformativa, il desiderio e la necessità di tramutare la propria sofferenza in creatività ed equilibrio. La rabbia è certamente fondamentale per reagire e può essere anche un ponte verso una maggiore serenità. Il pezzo è anche un’occasione per la cantante per chiedere scusa alla bambina che era, che forse è rimasta dentro di lei, come ha dichiarato la stessa BigMama in un’intervista a Vanity Fair. Alla Marianna bambina, ha affermato, vuole dire di «crederci anche se gli altri dicono che non può farcela perché è grassa, perché è una donna, perché viene da una realtà piccola e da una famiglia non benestante, perché è queer». Ma ricorda anche l’importanza della musica, che diventa megafono della propria voce, come quella di BigMama, contro il bullismo, l’omofobia, la misoginia e il machismo. «Voglio dedicare la mia esibizione a tutta la comunità queer. Amatevi liberamente, potete farlo» ha affermato la rapper alla fine della sua esibizione durante la seconda serata della kermesse musicale, usando il palco per lanciare il suo messaggio e rompere tabù.

Big Mama al 73esimo Festival di Sanremo. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Pervasività e conseguenze del body shaming

È importante sottolineare l’importanza del discorso di BigMama e della sua presenza al Palazzo di Vetro per fare luce su problematiche quali il bullismo e il body shaming. È fondamentale che le persone – in particolare le e gli adolescenti, ai quali era rivolto– abbiano una rappresentazione positiva: non solo affrontare il fenomeno in tutti i sui aspetti, ma anche venire a contatto con strategie che possano prima di tutto prevenirlo, che passano dall’educazione e da un cambiamento culturale radicale.

Come spiega la cantante, ci troviamo ancora in una società grassofobica, nella quale è ancora molto diffuso il fat shaming, la discriminazione sistemica nei confronti delle persone grasse. Il body shaming è comunque un fenomeno trasversale, una forma di bullismo e cyberbullismo che può colpire tutti, e si lega a canoni di bellezza irraggiungibili, che si esplicano in modo differente in base al genere o a quanto un corpo è considerato “non conforme”.

Questo flusso di commenti negativi e offese, anche sui social network, può avere conseguenze importanti come lo sviluppo di Disturbi del Comportamento Alimentare. Per capire meglio che cos’è il body shaming, le sue conseguenze e i legami con lo sviluppo di queste patologie abbiamo intervistato Elisabetta Costantino, PhD, Psicoterapeuta e socio fondatore di Nutrimente Odv, associazione che si occupa della cura e della prevenzione dei Disturbi del Comportamento Alimentare.

Dottoressa Costantino, che cos’è il body shaming e quali sono le conseguenze?

«Il body shaming indica qualcosa di più di una “presa in giro”; è invece una vera e propria offesa, derisione o insulto riguardante l’aspetto fisico di qualcuno. Termine coniato soprattutto per le offese online e sui social media, è una vera e propria forma di violenza, ben peggiore quando i social ne favoriscono l’uso persistente “in branco”, ovvero quando il gruppo diventa sempre più ampio, accanito, persistente e violento, scatenando così una reazione a catena con conseguenze drammatiche per chi ne è oggetto. Questa specifica è forse necessaria per tutti coloro che dicono “non si può più scherzare, non si può più dire niente!”».

Che relazione c’è tra body shaming e i Disturbi del Comportamento Alimentare?

«Essere vittima di body shaming può costituire un episodio “attivatore” di un disturbo, oppure fungere da rinforzo per il disturbo stesso. Nel primo caso, immagini di avere delle vulnerabilità legate all’immagine di sé, di sentirsi inadeguata o non all’altezza in alcuni ambiti della sua vita: un attacco carico di offese ed insulti possono innescare il meccanismo della malattia in un battito di ciglia, scatenando comportamenti dannosi pur di proteggersi da questo senso di umiliazione ed inadeguatezza. Immagini, invece nel secondo caso, di avere una malattia che sottolinea, amplifica e critica ogni piccola eventuale “imperfezione” del suo corpo e di essere disposta ad affrontare un costo elevatissimo per la sua salute pur di tenere sotto controllo questo vissuto: ecco che insulti, offese e commenti possono rinforzare, confermare ed amplificare la malattia in maniera esponenziale. Il dismorfismo corporeo, la patologica distorsione della propria immagine e la significativa preoccupazione per il proprio aspetto come unico elemento del proprio valore personale, è una condizione tipica del disturbo alimentare e può essere confermata da un commento negativo sulla forma corporea anche se non rivolto alla propria persona, ma basta anche leggere insulti ed offese ad esempio rivolte ad un personaggio famoso. Questo connota negativamente qualunque forma di corporeità che si discosta da un modello rigido ed è estremamente pericoloso».


Che ruolo hanno i media, nello specifico i social, nella diffusione del body shaming? Sia dal punto di vista negativo, come la riproposizione di standard di bellezza irraggiungibili, ma anche da un punto di vista più propositivo, ad esempio attraverso la divulgazione e/o le campagne di sensibilizzazione? O anche tramite alcuni esempi di personaggi pubblici, come quello di BigMama?

«I social sono un grande amplificatore del fenomeno del body shaming, rendendolo condivisibile, velocissimo e quasi immortale nella sua divulgazione. Da questo punto di vista un’offesa scritta sui social favorisce il fenomeno da branco, e l’umiliazione può divenire ancora più potente sia per chi, protetto dallo schermo, si sente libero di parlare anche con violenza, sia per chi lo riceve così moltiplicato. Come dicevo prima, se le conseguenze drammatiche sulla vittima sono facilmente comprensibili, non va sottovalutato il ruolo dei media nel normalizzare offese e commenti anche sui corpi dei personaggi famosi, innanzi tutto per salvaguardarli in quanto anche essi vittime, ma anche perché questo innesca l’idea che ci siano corpi giusti e sbagliati, o che sia lecito utilizzare una terminologia dispregiativa nel commentare l’aspetto di qualcuno. Mi riferisco, quindi, non solo a insulti franchi, ma anche a commenti che ben si discostano dal valutare un outfit o il look di un artista, ma usano termini che possono apparire innocui come “non si può permettere quei pantaloncini” e che contengono messaggi invece molto pericolosi. BigMama ha lanciato un messaggio molto importante sottolineando l’impatto di questa cultura ancora spesso grassofobica e giudicante ogni discostamento da modelli rigidi. E con lei, visto che me lo chiede e ci tengo moltissimo, vorrei spezzare una lancia anche a favore dei social, perché è proprio vero che possono essere un altrettanto efficace amplificatore di una sensibilizzazione sul tema delle parole da usare, sulla delicatezza da ricercare quando si “spara nel mucchio” e si commenta un corpo, sull’importanza di ampliare il range di corpi esposti, dando spazio a diverse fisicità ed evitando commenti infausti. Queste semplici “regole” di buonsenso, banale buona educazione, attenzione al prossimo e gentilezza, sono imprescindibili sui social, ma anche in famiglia, e soprattutto all’interno di contesti educativi (scuola, palestra, accademia, società sportiva) dove il lavoro con i giovani e la loro performance è spesso collegata al corpo e richiede una ancor maggiore attenzione e preparazione. 

Quanto all’attenzione sui disturbi alimentari, andrebbe evitato qualunque commento sul corpo, sia in condizione di sovrappeso, di sottopeso ma anche normopeso (laddove si possono facilmente comunque riscontrare delle problematiche alimentari ed una fatica nell’accettazione del proprio aspetto) e i social, con i numerosi spettatori che contengono, possono favorire un linguaggio inclusivo e inibire commenti ostili e la pioggia di hater. I social stanno favorendo una capillare sensibilizzazione alla portata di tutti su questi temi e una maggiore consapevolezza sui disturbi alimentari, in significativo aumento negli ultimi quattro anni».

Quali sono le attività e le strategie adatte ad affrontare e a prevenire il body shaming?

«Oltre a quanto detto poco fa, credo che alla stampa, online e non, spetti un compito fondamentale nel non favorire (e combattere) la cultura dell’eccessiva magrezza e di modelli e canoni rigidi all’interno dei quali ogni, anche lieve, discostamento viene giudicato con critica feroce. Non ritengo inoltre la risposta sia solo nell’esposizione di modelli “curvy” o nell’eliminazione di termini offensivi da testi famosi o fiabe storiche, ma in un sempre maggiore ampliamento del range all’interno del quale esistono corpi diversi e tutti validi, e soprattutto nella possibilità di salvaguardare la vetrina mediatica dalla gogna densa di ostilità e violenza verbale, che caratterizzano il fenomeno del body shaming. Come associazione, noi di Nutrimente OdV, infatti, siamo molto attivi sulle nostre pagine Instagram, Facebook e LinkedIn, per aiutare il lettore a essere sempre più “educato digitalmente” e a leggere i contenuti che sfoglia con uno sguardo critico. Cerchiamo di filtrare i consigli nutrizionali che passano per la rete (non si tratta di body shaming, ma non ritiene tutti questi magici consigli per perdere peso e magiche ricette sulla salute elargite da non professionisti possano favorire la “diet culture” e di conseguenza una discriminazione dei corpi non conformi?). Non ultimo, seppur in modo indiretto, riteniamo che il nostro lavoro di prevenzione con le scuole e le società sportive, affiancando le figure educative ed i ragazzi, studenti ed atleti o ballerini, possa espandere a macchia d’olio il messaggio che ha lanciato BigMama (“per una persona come me sognare era inutile”) sul giudizio, sulle parole e sul loro peso e favorire un uso consapevole di questo potentissimo strumento che è la parola, detta, scritta o, ancor più, amplificata dalla rete. Invito quindi i professionisti, ma anche i personaggi più in vista, a usare questo amplificatore mediatico per aiutare la popolazione a favorire una cultura inclusiva, flessibile e sana dal punto di vista emotivo e anche nutrizionale!».

Sono diverse le realtà in Italia che si dedicano alle attività di prevenzione dello sviluppo dei Disturbi del Comportamento Alimentare, che hanno il loro culmine il 15 marzo, Giornata Nazionale per la lotta ai Disturbi del Comportamento Alimentare, simboleggiata da un fiocchetto lilla. Tra le iniziative c’è la Settimana Lilla, promossa da associazioni e fondazioni lombarde – tra cui Nutrimente – che offrono sette giorni di eventi gratuiti, online e offline, per sensibilizzare sul tema e promuovere la consapevolezza sul proprio corpo e sul cibo.

La strada è ancora lunga e tortuosa, ma è necessario perseguirla, soprattutto grazie agli strumenti e alla maggiore consapevolezza che abbiamo oggi. Per contrastare il body shaming negli anni Novanta è nato il movimento della body positivity, che contesta gli standard di bellezza socialmente e culturalmente costruiti e promuove l’accoglienza di qualsiasi corpo. Il body positive movement ha le sue radici nella fat acceptance (o fat liberation) movimento nato contestualmente alla seconda ondata femminista degli anni Sessanta e Settanta per combattere la discriminazione e lo stigma delle persone grasse. La body positivity ha il grande merito di promuovere l’accettazione del proprio corpo e di quelli altrui, ma ha ricevuto diverse critiche, come quella di concentrarsi esclusivamente sulla bellezza fisica, ma anche di essere stata inglobata in modo distorto nel marketing. Secondo alcuni esperti e attivisti sarebbe necessario andare oltre, avvicinandosi alla body neutrality, che mira a cambiare il valore che la società attribuisce alla bellezza, focalizzandosi sempre meno sull’aspetto fisico. Si tratta, quindi, non di rinnegare e cancellare i progressi fatti in passato, ma di andare sempre avanti.

di: Francesca LASI

FOTO: SHUTTERSTOCK/NEW AFRICA