Bergoglio è stato eletto Papa nel 2013: il primo pontefice gesuita e il primo non europeo. Cosa dicono di lui
Dal 24 dicembre è iniziato il Giubileo, il secondo del pontificato di Papa Francesco I, dopo quello straordinario del 2015. E il primo della storia della Chiesa che inizia da un carcere, Rebibbia, il penitenziario di Roma.
Bergoglio arriva all’appuntamento dopo i drammatici anni del Covid e durante le guerre in Ucraina, in Medio Oriente e in altri luoghi meno coperti dal flusso mediatico. Ci arriva dopo una grave malattia, dopo decine di migliaia di chilometri percorsi da un capo all’altro del globo, senza sosta. Ci arriva in un quinquennio di popolarità in calo, dopo aver raggiunto la vetta mondiale nel 2016, secondo il tradizionale sondaggio di Win/Gallup, ed essere stato inserito 6 volte nella Top 100 del Times, al pari di Joe Biden e Donald Trump. Infine, ci arriva anche con qualche nemico, sia interno alla Chiesa (composto da gruppi e togati tradizionalisti), sia esterno, dagli iper capitalisti (come Trump) ai laici, che, comunque, lo vedono come il rappresentante di un’istituzione arcaica.
Ma chi è davvero, oggi, Jorge Mario Bergoglio? È ancora il Papa degli ultimi, dei “separati” o è diventato un abile comunicatore circondato da cortigiani sempre più potenti? O, forse, solo un ottantatreenne con gli acciacchi dell’età?
«È un Papa profondamente innamorato del Vangelo che non si è mai risparmiato di ricordare a tutti che il suo Istituto vive di misericordia – risponde Marco Girardo, direttore di Avvenire – e, in un tempo di guerre e di conflitti, è veramente il Papa che ci vuole. In questi anni, ha voluto privilegiare gli angoli delle periferie del mondo, accendendo così i riflettori su realtà che rischiavano di essere profondamente e perennemente messe in secondo piano. Secondo questa logica, è stato a Tirana e non a Parigi, a Malta e non a Madrid. È stato due volte a Lesbo, in Grecia, e ha scelto Lampedusa per la prima visita in Italia. Non dimentichiamo che è stato 6 volte ad Assisi, che è la città della Pace. Sin dall’inizio del suo pontificato è stato profetico nel definire, nel 2014, questo come il tempo della “terza guerra mondiale a pezzi”, cioè la conflittualità che deborda in scontro, l’instabilità che conduce al caos».

E Girardo prosegue: «ad esempio, le sue ultime nomine cardinalizie fanno riferimento proprio alla sua attenzione alle periferie dell’Italia e del mondo. Ha cambiato un po’ la “geopolitica del conclave”, dando maggior peso alle periferie, dall’Africa al Sud America, cercando di allargare lo sguardo, di non restringersi al Continente europeo, all’Italia in particolare. È molto evidente anche il suo tentativo di avviare profondamente un processo di cambiamento della “Chiesa in uscita”, come la definisce lui, che dia attenzione alle periferie del mondo. Lui è il papa delle periferie, quindi anche in queste nomine cardinalizie ha seguito questo criterio, insomma, questa sua dirigenza».
È di opinione diversa il vaticanista di lungo corso Gian Franco Svidercoschi: «il suo progetto iniziale non era da scartare: lui voleva riportare la Chiesa al Vangelo, alla realtà primitiva. All’inizio era andato avanti bene, anche con grande consenso, perché rappresentava una fede che non era soltanto dottrina, divieti, e moralismo. Poi ovviamente invece ha avuto un bel po’ di difficoltà e contrapposizioni e ora ha assunto un governo decisionista, circondandosi di cortigiani compiacenti». E insiste: «lo stanno rovinando. Faccia il suo magistero, non soltanto attraverso le interviste e i materiali che gli pubblicano, perché non può scrivere tutto quello che viene fuori: gli pubblicano un’autobiografia al mese, come sta avvenendo in questo periodo. Non credo che questa sia una buona situazione per lui, anche perché nel frattempo si sono accentuate le divisioni. Con questo governo decisionista ha veramente scavalcato molte volte la Segreteria di Stato, ha scavalcato il Vaticano. Ha creato anche una situazione che, forse, sarà difficile da sistemare, dopo di lui. Sicuramente, ripeto, le intenzioni erano buone».

«Addirittura si può dire è diventato quasi l’unico vero sovranista del mondo, perché hanno cambiato lo statuto della città del Vaticano e lui ha dei titoli superiori a quelli dei papi precedenti. Quindi è proprio addirittura un sovrano, un sovrano che forse gli ultimi Papi non erano più – prosegue Svidercoschi. – In uno dei primi Angelus disse che la Chiesa deve colpire, deve provocare. Era un’idea giusta perché, diceva, se uno non provoca, l’altro non cambia. Per cui doveva provocare anche con le sue iniziative, con le sue affermazioni, con il suo linguaggio forse un po’ troppo smodato. Un papa non dovrebbe parlare di “frociaggine” o prendere le difese del genere femminile e poi sgridare i preti per il “chiacchiericcio tra donne”. È veramente un po’ strano questo linguaggio in un Papa che si comporta in questo modo».
«Mentre in passato c’era una divisione ai vertici della Chiesa, adesso c’è nel popolo cristiano – conclude il giornalista: – alcuni sono d’accordo su una cosa e altri no, come sulla benedizione alle coppie omosessuali, meno scontata all’Est o in Africa. Le riforme vanno preparate con gradualità. In effetti, Francesco si è trovato in un momento abbastanza drammatico per la situazione del mondo: guerre, aumento della povertà, della fame, dei pericoli per il creato. E, quindi, ha portato la Chiesa a occuparsi più dei problemi sociali. Forse certe volte dimenticando che la Chiesa invece è soprattutto un’entità spirituale. Ad esempio alcuni giovani fedeli hanno notato che in certi discorsi addirittura non veniva mai citato il Vangelo».
Opinioni che fanno infuriare la giornalista Stefania Falasca, vice presidente della Fondazione Vaticana, che conosce molto bene il pontefice: «prosegue esattamente le strade del Concilio vaticano II, cioè le grandi riforme della Chiesa in una “risalita alle sorgenti”. Francesco si muove nel solco pieno della tradizione con la T maiuscola, quella dal Vangelo ai padri della Chiesa: San Basilio, ad esempio, sulla povertà era addirittura “violento”. O vogliamo ricordare che Papa Luciani disse che la “proprietà privata è inaccettabile”? Quella di Bergoglio non è una postura ideologica… , eppure siamo qui a doverlo ribadire ancora, dopo 11 anni di pontificato».

Ma, lasciando le questioni teologiche agli esperti, questo Papa è riuscito a colpire molti (se non tutti) con le sue azioni. «Il viaggio che facemmo nel 2021, appena furono disponibili i vaccini, fu in Iraq: un’altra meta simbolo per il dialogo interreligioso che Francesco sta portando avanti con pervicacia. Ricordo che arrivammo a Ninive, la valle in cui è ambientata la storia di Giona, narrata nella Bibbia. Dio disse al profeta di andare a predicare tra i reietti, i “separati”, ma lui fuggì. Invece Papa Francesco c’è andato, accolto da fedeli che agitavano le palme al cielo, cantando canzoni in aramaico. E prima di arrivare alla chiesa di Al Tahira, i bambini hanno seguito il suo percorso scrutandolo dai fori delle pallottole sui muri. Quello è stato, forse, il momento in cui ho colto con maggiore forza il messaggio di Bergoglio al mondo», racconta la giornalista.
Già in quel periodo il Papa soffriva di quella stenosi diverticolare sintomatica del colon che l’ha costretto ad operarsi pochi mesi dopo: l’ennesima patologia di un uomo quasi novantenne. «Se fosse mio padre lo legherei alla sedia, ma – testimonia Falasca, – spesso è la persona meno stanca tra chi, come me, lo segue nei suoi viaggi. L’ultimo ha toccato Asia e Oceania, Indonesia e Papua Nuova Guinea, ore e ore di volo ogni giorno. E lui non viaggia su un letto o con particolari comodità. Poi, quando scende, non celebra solo la messa ma incontra in privato il maggior numero di persone possibile. Quando siamo andati in Centro America, molti di noi non l’hanno seguito a La Paz, uno degli aeroporti più alti del mondo, perché preoccupati per le nostre condizioni di salute. Lui, a cui manca una parte di polmone, non ha dubitato un attimo. Quando è in mezzo alle persone, fedeli e non, si “ricarica”. Lo dice spesso. La sedia a rotelle, quando la usa, gli serve solo per stancarsi meno, non certo perché non è in grado di deambulare. Come si fa a chiedere “quando si dimette?”. Assurdo».
Il Giubileo è il momento più importante per i cattolici di tutto il mondo, un momento di riconciliazione ma anche di speranza, come ha sottolineato lo stesso Bergoglio nella bolla di indizione Spes non confundit. E certamente la speranza è rivolta ad un mondo in pace ma anche in armonia con la natura, che i cattolici chiamano il “creato”, a 10 anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato sì. Il primo Papa a prendere il nome del santo che parlava con lupi e uccelli considera la salvaguardia dell’ambiente al pari di quella della vita umana. Tuttavia, «molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri – scriveva Francesco. – Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche. Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale».
Il messaggio che ha lanciato nel 2015, affinché tutti partecipassero alla cura del mondo che ci circonda, è caduto quasi nel vuoto, come confermano i risultati nulli dell’ultima Cop 29 e la nuova elezione di Trump che aspetta solo di insediarsi per togliere gli USA dagli accordi internazionali sull’ambiente.
Ci sono momenti in cui, anche al più attivo ambientalista ateo, non resta che pregare.

La preghiera della pandemia
«Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio». Era il 26 marzo 2020, in piena pandemia. La preghiera è stata immortalata in un’immagine che ha fatto il giro del mondo e resterà nella storia del XXI secolo: davanti a una piazza San Pietro deserta, Papa Francesco è in piedi in silenzio. Dietro di sé l’immagine della Salus Populi Romani e il Crocifisso di San Marcello, rispettivamente l’icona bizantina di Maria conservata in Santa Maria Maggiore e il crocifisso oggetto della venerazione dei romani che nel 1500, una tradizione narra, salvò la città dalla peste.
«Dimostrò la sua umanità: solo, sotto la pioggia in una piazza deserta – ricorda Marco Girardo, direttore di Avvenire. – E lo fece sin dall’inizio del suo pontificato, quando, con le scarpette rosse addosso, accolse i cardinali in piedi, non seduto sul seggio papale: un atteggiamento umile che è una sua costante». Secondo Stefania Falasca, vice presidentessa della Fondazione Vaticana, «l’immagine è stata molto forte e ha colpito, in un contesto in cui si viveva l’assoluta incertezza del futuro in un mondo paralizzato. Lui ha vissuto in pieno la responsabilità del suo ministero, che è quello di essere “pontifex”, cioè colui che costruisce ponti. Non ha mai fatto distinzione tra credenti e non credenti, tra buoni e cattivi. E questa è la grandezza di chi sa qual è il suo compito come successore di Pietro. Ricordo che in quel tempo così difficile che abbiamo attraversato, la sua voce entrava ogni mattina attraverso queste sue omelie in tutto il mondo: anche in Cina ascoltavano il Papa».
Leggi Francesco, il Pontefice delle parole – la nostra copertina di Maggio 2022

