Inflazione, terremoto, sfidanti e sistema elettivo: il presidente uscente guarda alla rielezione ma molti sono gli ostacoli sul suo cammino
Si aprono oggi 14 maggio le urne per le elezioni presidenziali e parlamentari in Turchia. La Grande Assemblea Nazionale Turca si rinnoverà con 600 nuovi membri mentre il presidente uscente Recep Tayyip Erdogan tenterà la rielezione fino al 2028 contro Kemal Kilicdaroglu.
Per Erdogan, leader del Partito della Giustizia e dello Sviluppo al potere dal 2004 come primo ministro e dal 2014 come presidente, potrebbe prospettarsi un’elezione difficile: gli ultimi sondaggi di Konda lo danno al 43,7% contro il 49,3% del leader del Partito popolare repubblicano e a capo della coalizione dell’Alleanza della nazione; anche l’istituto Metropoll vede lo sfidante al 49,1% contro il 46,9% nelle intenzioni di voto. Il terzo candidato, Sinan Onag, si ferma al 4,8% mentre il quarto candidato, Muharrenm Ince, è uscito dai sondaggi dopo aver annunciato il suo ritiro per presunti attacchi verbali ricevuti durante il periodo della campagna elettorale.
Anche il sistema per l’elezione potrebbe rappresentare un incognita per Erdogan. In Turchia, infatti, vige un sistema maggioritario a doppio turno, se al primo nessun candidato ottiene il 50% più uno, quindi, si va al ballottaggio. Al secondo turno vince il candidato che ha ottenuto più preferenze. Alle elezioni precedenti, quando ancora vigeva un sistema a maggioranza assoluta, il presidente uscente aveva evitato il secondo turno ma questo volta potrebbe non essere così facile.
Ancora, su una possibile rielezione di Erdogan, pesa il contesto attuale del Paese che include la corsa galoppante dell’inflazione che nel 2022 ha superato quota 80%, e per la quale il presidente ha in extremis quasi raddoppiato lo stipendio dei dipendenti pubblici, e il terribile terremoto che lo scorso febbraio ha colpito l’area sud-orientale del Paese. Proprio nella storica roccaforte del presidente, infatti, oltre un milione di persone potrebbe non riuscire a votare perché sfollate.
Non sfugge poi alla comunità internazionale il rischio di censura e di scarsa trasparenza del voto. Su quest’ultimo punto è intervenuta l’Unione Europa. Il portavoce del Servizio di Azione Esterna dell’Ue, Peter Stano, ha dichiarato: «ci aspettiamo che le elezioni in Turchia siano democratiche e trasparenti. È anche importante che la pluralità dei media sia garantita e che a tutti i candidati sia garantita adeguata visibilità. Ci aspettiamo che siano rispettati gli standard democratici per cui la Turchia si è impegnata e che tutti i partiti rispettino lo stato di diritto e la volontà del popolo turco».
Le ong, tuttavia, sembrerebbero in allerta. Human Rights Watch e l’associazione Article 19, che si occupa di libertà di espressione, hanno espresso in un comunicato “la preoccupazione che il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan eserciterà un controllo considerevole sull’ecosistema digitale tentando di minare l’esito delle elezioni“. «Le elezioni avranno luogo in un ambiente di controllo centralizzato rafforzato e di erosione dei diritti fondamentali e dello stato di diritto con il governo che esercita un potere straordinario per imbavagliare i media e arrestare o marginalizzare coloro percepiti come critici e gli oppositori politici», si legge.
Un simile scenario non ha trattenuto molti dal fare un paragone con la democrazia laica e parlamentare guidata da Mustafa Kemal Ataturk alla nascita della Repubblica di Turchia dalle ceneri dell’Impero Ottomano, nascita di cui proprio nel 2023 cade il centenario. I tempi sembrerebbero essere cambiati.
di: Alessia MALCAUS