La mobilitazione “Se non ora quando” contro una “politica ed economia di guerra” riguarderà i trasporti ferroviari, aerei e marittimi
Giornata di mobilitazione generale oggi nei principali capoluoghi d’Italia, dove si terranno i cortei per lo sciopero generale sul tema “Se non ora quando” e contro una “politica e un’economia di guerra” che “taglia salari e diritti“.
La mobilitazione è stata indetta, fra le altre, dalle sigle sindacali Cub, Sgb, Usi Cit, Cobas, Unicobas, Adl, Usi, Si Cobas e Slai Cobas e riguarderà riverse città, fra cui anche Milano, Roma, Messina, Palermo, Catania, Cagliari, Torino, Bologna, Venezia, Firenze, Pisa, Torino, Genova, La Spezia, Reggio Emilia, Trieste, Bergamo e Taranto.
Gli appuntamenti più attesi sono stati quelli di Roma, in piazza della repubblica dalle 10.30, e Milano, in largo Cairoli dalle 9.30.
Segnaliamo che la mobilitazione comporta anche uno sciopero dei trasporti. Le ferrovie si fermano dalle 21 del 19 maggio fino alle 21 del 20 maggio; Trenitalia ha assicurato la circolazione di Frecce e Intercity, garantendo anche i collegamenti regionali nelle fasce pendolari (dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21).
Il trasporto pubblico locale è stato indetto per 24 ore e con modalità territoriali. Per quanto riguarda il traffico aereo, l’Enac ha garantito i voli dalle 7 alle 10 e dalle 18 alle 21.
Rivendicando le cause della mobilitazione, il segretario nazionale della Cub, Walter Montagnoli, ha ribadito che “la guerra va fermata. È una vergogna per il suo carico di morti e feriti, di devastazione, di rifugiati, di disperazione, di crisi alimentare e di altre catastrofi. Allo stesso tempo spalanca le porte a una pesante crisi economica che sarà sostenuto da lavoratori, pensionati, studenti, giovani, disoccupati, malati“.
«A causa dell’aumento dei prezzi dei prodotti energetici e di molte materie prime – prosegue – la produzione industriale sta rallentando, accelerando le contrazioni già registrate a inizio anno – ha continuato Montagnoli – Con forte riduzione del potere di acquisto. Il Governo Draghi aumenta le spese militari fino al 2% del Pil: la spesa della Difesa passerà da 25 a 38 miliardi di euro tagliando sanità, scuola, trasporti pubblici, edilizia popolare e ovviamente pensione e salari».
A Cagliari la protesta si è incentrata sul no alla guerra e alle esercitazioni militari. In piazza sono scesi, insieme ai sindacati di base, i movimenti antimilitaristi, lavoratori della scuola e pensionati. Cobas ha denunciato che mentre “cresce l’allerta per la guerra esplosa in Ucraina, la Sardegna è stata utilizzata militarmente con l’esercitazione Mare Aperto, che quest’anno ha imposto modalità molto più debordanti rispetto al passato“. Il sindacato prosegue spiegando che “i confini già vergognosamente vasti dei poligoni a fuoco situati sulla terra sarda vengono travalicati dalle operazioni militari sino a sacrificare per tutto il mese di maggio ben 17 località sulla nostra costa meridionale: un’esercitazione che non solo priva la popolazione della fruizione del proprio territorio, non solo sacrifica l’economia dell’isola e aggrava l’inquinamento militare, ma espone la Sardegna a un ruolo di prima importanza come base Nato in esercitazioni collegate alla guerra in Ucraina“.
Anche l’USB alza la voce contro “l’occupazione militare della Sardegna da parte della Nato, l’economia di guerra e il governo della guerra, l’invio delle armi in Ucraina, l’aumento delle spese militari“.
Il corteo è partito dal Comando militare al porto di Cagliari
di: Marianna MANCINI
FOTO: ANSA/ MOURAD BALTI TOUATI