Sergio Mattarella è intervenuto alle celebrazioni per il trentennale dalla strage di Capaci che uccise il magistrato, sua moglie e tre uomini della scorta
Sono cominciate a Palermo le commemorazioni per i 30 anni dalla strage di Capaci nella quale persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta. L’appuntamento al Foro Italico di Palermo si apre con l’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Proprio oggi è stato diffuso un audio esclusivo nel quale la voce di Falcone traccia un quadro lucidissimo del cancro mafioso che, tre anni dopo, avrebbe fatto esplodere l’ordigno sotto allo svincolo della A29 (lo abbiamo riportato qui).
Il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, accompagnata dal capo della Polizia, Direttore Generale della Pubblica Sicurezza Prefetto Lamberto Giannini, ha deposto una corona di alloro in memoria delle vittime delle stragi, presso la stele di Capaci. Presenti alla breve cerimonia anche altre cariche istituzionali che hanno reso omaggio ai caduti.
In seguito, i due hanno visitato il Giardino della Memoria nella Caserma P. Lungaro, in cui sono conservati in una teca i resti della Quarto Savona 15, la Croma blindata della scorta di Giovanni Falcone sulla quale quel giorno viaggiavano Montinaro, Schifani e Dicillo.
«Sono trascorsi trent’anni da quel terribile 23 maggio allorché la storia della nostra Repubblica sembrò fermarsi come annientata dal dolore e dalla paura – esordisce il presidente. – Il silenzio assordante dopo l’inaudito boato rappresenta in maniera efficace il disorientamento che provò il Paese di fronte a quell’agguato senza precedenti, in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani
«La fermezza del suo operato nasceva dalla radicata convinzione che non vi fossero alternative al rispetto della legge, a qualunque costo, anche a quello della vita. Con la consapevolezza che in gioco fosse la dignità delle funzioni rivestite e la propria dignità. Coltivava il coraggio contro la viltà, frutto della paura e della fragilità di fronte all’arroganza della mafia. Falcone non si abbandonò mai alla rassegnazione o all’indifferenza».
«Le visioni d’avanguardia, lucidamente “profetiche”, di Falcone non furono sempre comprese; anzi in taluni casi vennero osteggiate anche da atteggiamenti diffusi nella stessa magistratura, che col tempo, superando errori, ha saputo farne patrimonio comune e valorizzarle. Anche l’ordinamento giudiziario è stato modificato per attribuire un maggior rilievo alle obiettive qualità professionali del magistrato rispetto al criterio della mera anzianità, non idoneo a rispondere alle esigenze dell’Ordine giudiziario».
«Ancora una volta sono in gioco valori fondanti della nostra convivenza. La violenza della prevaricazione pretende di sostituirsi alla forza del diritto. Con tragiche sofferenze per le popolazioni coinvolte. Con grave pregiudizio per il sistema delle relazioni internazionali. Il ripristino degli ordinamenti internazionali, anche in questo caso, è fare giustizia. Raccogliere il testimone della “visione” di Falcone significa affrontare con la stessa lucidità le prove dell’oggi, perché a prevalere sia la causa della giustizia; al servizio della libertà e della democrazia».
Alla cerimonia non ha preso parte la vedova di Schifani: «io preferisco andare a parlare ai ragazzi nelle scuole, mi piace stare coi giovani. Non è che non credo nelle manifestazioni ufficiali, ma non vado perché non mi sento a mio agio dove ci sono tantissime persone solo per le commemorazioni e poi finisce tutto». Non una scelta “politica” quindi ma una decisione privata: «la folla per me è terribile, è un fardello che non vorrei portare sempre. Io voglio starmene da sola, vado in Chiesa, sto in famiglia. Non contesto nulla ma non voglio far parte di questa cosa».
di: Marianna MANCINI
FOTO: ANSA/PAOLO GIANDOTTI – UFF. STAMPA E COMUNICAZIONE PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA