Quella di Demi Moore può sembrare una rivincita verso i tanti che l’hanno criticata. Invece è qualcosa di più profondo e radicale: è un cambio di paradigma
Bella, anzi no, bellissima. Sexy, ma anche raffinata. Giovane, necessariamente giovane e magra. Magra ma con le curve giuste. Alta, ma non troppo alta. Vestita in maniera impeccabile, con un portamento degno di nota. E poi che altro? Beh, certo, anche intelligente, anche se su questo punto si può sorvolare. Comunque non stupida, quantomeno. Una donna, ancor più un’attrice, per essere “giusta” non ha altre strade percorribili che non siano tracciate da questi criteri. Deve occupare il giusto spazio nella giusta misura, stare dentro parametri scritti (da uomini, ça va sans dire) ed essere, dunque, un pupazzo. Un pupazzo che dice sempre di sì, che non ha spirito critico e a cui non venga mai in mente di alzare la testa per provare a dire la sua. Il metodo più infallibile, in questo senso, è porre delle etichette, mettere in catene: l’attrice “bella”, l’attrice “simpatica”, l’attrice “da popcorn”.
«Trent’anni fa, un produttore mi disse che ero un’attrice da popcorn e all’epoca mi ero convinta che una cosa del genere non potesse capitarmi. Che potevo fare film di successo e tantissimi sogni, ma che non avrei mai ricevuto un riconoscimento. Avevo fatto mia quell’idea e ci credevo. Questa cosa mi ha corroso nel tempo, fino a quando, qualche anno fa, ho pensato che ero arrivata al capolinea, che forse avevo fatto tutto ciò che dovevo fare». Con queste parole Demi Moore, mentre stringe per la prima volta nella sua carriera un alto riconoscimento per il suo lavoro – il Golden Globe come Miglior attrice protagonista per il film The Substance – alza la testa e dice la sua. «In quei momenti in cui pensiamo di non essere abbastanza intelligenti o belle o magre o di successo o, semplicemente, che non siamo abbastanza, io ricordo le parole di una donna che ho incontrato: “ricordati che non sarai mai abbastanza, ma puoi arrivare a riconoscere il tuo valore solo se smetti di misurarlo”» aggiunge ancora Demi Moore nel suo discorso e a una donna deve parte della sua rinascita, o meglio, della sua rivincita. A dirigere l’attrice in The Substance è infatti Coralie Fargeat, regista francese classe 1976, che tratta in maniera non convenzionale diverse tematiche femministe all’interno delle sue pellicole. La non convenzionalità della regista si vede anche nel genere di film scelto per puntare il dito contro ageismo, sessismo, ricerca della perfezione che fagocitano, da sempre, le star di Hollywood (e non solo); The Substance è un body horror, ovvero un sottogenere dell’horror basato su aberrazioni del corpo umano tendenzialmente molto violente e ripugnanti. A differenza dell’horror dunque la violenza non è fine a se stessa, ma è un’allegoria, un modo per veicolare messaggi. In The Substance al centro c’è il decadimento di un’attrice che accetta di sottoporsi a una terapia che le permette di ottenere “una versione più giovane, più bella, più perfetta di sé”, la convivenza delle due copie, una perfetta e giovane, l’altra decaduta e sempre più compromessa da questa terapia, diviene insostenibile. La prima è interpretata da Margaret Qualley, la seconda da Demi Moore:«mentre ero a un punto morto, è arrivata una sceneggiatura magica, audace, coraggiosa e molto folle, intitolata The Substance. L’universo mi ha detto che non avevo finito, e sono così grata a Coralie, per essersi fidata di me, e a Margaret per essere la mia altra metà» spiega sempre ai Golden Globes 2025. E chi meglio di Moore avrebbe potuto interpretare quel ruolo?

La carriera dell’attrice inizia negli anni ‘80, dopo aver lavorato come modella e aver superato una lunga serie di problematiche familiari, tra cui l’alcolismo della madre e il suicidio del patrigno. La prima apparizione sul grande schermo è in Choices (film del 1981 di Silvio Narizzano), l’anno successivo prende parte al film di Garry Marshall L’ospedale più pazzo del mondo, a 19 anni diviene il volto di Jackie Templeton nella soap opera General Hospital e nel 1983 è tra le tre “finaliste” per Flashdance (Alexandra Owens sarà interpretata invece da Jennifer Beals). L’anno successivo compare in Quel giorno a Rio di Stanley Donen e nel 1985 nel contratto di St. Elmo’s Fire di Joel Schumacher il regista impone una clausola: per recitare come protagonista Moore avrebbe dovuto smettere con le dipendenze di alcool, medicine e droghe; il film è un successo e l’occasione per indirizzare vita e carriera dell’attrice verso un obiettivo. Nel 1986 è la protagonista di A proposito della notte scorsa… di Edward Zwick e di Una folle estate di Savage Steve Holland. L’anno successivo Demi Moore sposa Bruce Willis, la coppia avrà tre figlie: Rumer, Scout LaRue e Tallulah Belle Willis e la foto dell’attrice nuda, durante la sua gravidanza, sul numero di agosto 1991 di Vanity Fair diventa iconica, per la prima volta una donna in avanzato stato di gravidanza posa senza veli per un magazine. Un altro piccolo passo rivoluzionario compiuto insieme a una donna, gli scatti sono infatti opera di Annie Leibovitz.
Nel frattempo la carriera di Moore è cambiata per sempre, nel 1990 infatti è la protagonista di Ghost, indimenticabile film romantico con Patrick Swayze e Whoopi Goldberg, il ruolo le vale una nomination ai Golden Globe come Migliore attrice in una commedia. Nel 1992 recita in Codice d’onore di Rob Reiner e l’anno successivo in Proposta indecente di Adrian Lyne; la fama cresce e Moore decide di fondare una casa di produzione, la Moving Pictures. A metà degli anni ‘90 recita in La lettera scarlatta e Amiche per sempre e a questo punto sembra rompersi la magia. Due film riscuotono pochissimo successo nel 1996: Tre vite allo specchio e, soprattutto, Striptease per cui Moore viene pagata 12,5 milioni di dollari (diventando l’attrice cinematografica più pagata fino a quel momento); l’unico successo in quell’anno è il suo doppiaggio di Esmeralda nel cartone animato Disney Il gobbo di Notre Dame. Nel 1997 è la protagonista della pellicola di Ridley Scott Soldato Jane, ma anche questo film – che punta il dito contro il sessismo delle forze armate statunitensi – non riscuote particolare apprezzamento da parte del pubblico. Demi Moore inizia a non essere “abbastanza”: ha 35 anni, le attrici più giovani e più attraenti iniziano ad affollare sale cinematografiche e pagine di riviste, lei sempre meno. Nel 1997 recita in Harry a pezzi di Woody Allen e nel 1998 a pezzi va anche il suo matrimonio con Willis, i due si separano ma manterranno un ottimo rapporto. I ruoli scarseggiano, mentre le riviste di gossip dissezionano le sue relazioni, i paparazzi la rincorrono e gli opinionisti vomitano parole su quanto sia più o meno giovane di uno o dell’altro partner.

Nel 2000 Demi Moore torna al cinema come protagonista di Passion of Mind diretta da Alain Berliner, ma è un altro flop, tre anni più tardi fa capolino in Charlie’s Angels – Più che mai di Joseph McGinty Nichol e si prende la sua prima rivincita. Si avvicina ai 40 anni e si mostra fiera e, complice il ruolo di cattiva, sembra urlare a Hollywood: sono ancora qui, pronta a combattere. Demi Moore si trova a combattere non solo una battaglia contro l’oblio a cui lo star system sembra averla condannata, ma anche per la sua relazione. Nel 2003 infatti inizia a frequentarsi con quello che nel 2005 diventerà suo marito, Ashton Kutcher, di 16 anni più giovane di lei. Lo stigma dell’age gap si rovescia non tanto sulla coppia quanto unicamente su Moore che, però, riesce a non farsi fagocitare nemmeno da quello.
Intanto gli anni proseguono e le pellicole non propriamente memorabili anche: Bobby nel 2006, Un colpo perfetto nel 2007, The Joneses nel 2009, Bunraku nel 2010, Margin Call nel 2011. Sempre nel 2011 Moore e Kutcher annunciano la separazione per poi divorziare nel 2013, anno in cui torna al cinema con Very Good Girls, nel 2015 lavora a Il fuoco della giustizia e nel 2017 a Crazy Night. Nel 2019 recita in Animali da ufficio, l’anno successivo in Songbird e nel 2022 in Il talento di Mr. C. Nel corso degli anni oltre al cinema compare in alcune serie televisive e torna a doppiare Esmeralda nel sequel Disney.
Con alle spalle questa vita, questa carriera, Demi Moore arriva a The Substance, la consapevolezza con cui l’attrice che interpreta un’altra attrice si guarda allo specchio si analizza il viso, quasi senza riconoscersi in una ruga, in una palpebra scesa, in un segno comparso, diviene meta-narrazione. Demi Moore guardandosi con lo sguardo ferito di Elisabeth Sparkle, che ha già conquistato l’apice della sua carriera vincendo un Oscar e che irrimediabilmente vede solo il declino fisico e professionale davanti a sé, restituisce il suo sguardo e in un gioco di specchi gli sguardi tanto di Sparkle quanto di Moore sono inquinati dagli sguardi maschili – nel film è il produttore Harvey (sì, Harvey, proprio come Harvey Weinstein) ad avere potere di vita e di morte televisivamente parlando – che indagano un corpo, più di una persona. Un corpo oggetto del desiderio che, una volta soppiantato da un altro, non ha più alcun valore. «Ognuno di noi ha certamente esperienze differenti, che si tratti di carriera o d’altro. Ma, alla fine, conta solo raggiungere un punto di grande pace, uno stato di grazia e a questo ci arrivi con una sincera compassione e accettazione di chi tu sei a livello profondo. Non è un processo automatico, semmai qualcosa cui dobbiamo costantemente lavorare. Ecco, devi inoltre abbandonare ogni forma di giudizio e pregiudizio: è forse questa la ragione per cui il film è entrato in risonanza non solo con tante donne, ma anche con vari uomini» dice Demi Moore intervistata da Alessandra Venezia per iodonna. Il percorso di accettazione di sé e di compassione ma senza omettere nulla, in maniera genuinamente sincera, Moore lo ha compiuto nel 2020 quando ha pubblicato la sua autobiografia Inside out.

Nel libro Moore esplora la sua vita e si mette a nudo, intimamente, con il pubblico. Ripercorre la sua storia in prima persona: «ci sono due ragioni del perché ho voluto raccontare questa storia, la storia di come ho imparato ad arrendermi. Primo perché è la mia. Non appartiene ai tabloid o a mia mamma o agli uomini che ho sposato o alle persone che hanno amato o odiato i miei film o nemmeno alle mie figlie. La mia storia è solo mia. Sono l’unica che c’è stata per tutto il tempo, e ho deciso di riprendermi il potere di raccontarla secondo i miei termini. La seconda ragione è che anche se è mia, forse alcune parti di questa storia sono anche vostre». L’attrice racconta l’infanzia difficile, l’ambiente tossico dove è cresciuta, le sue “dita minute di bambina” che a 11 anni cercano di togliere le pillole dalla bocca della madre che ha appena tentato il suicidio; poi a 15 anni lo stupro subìto tra le mura di casa da un conoscente che le istilla il dubbio: “come ci si sente a essere vendute dalla propria madre per cinquecento dollari?”, dubbio che Moore non fugherà, non riuscendo mai a chiedere alla madre se quell’uomo dicesse la verità. Il primo matrimonio, con il cantante dei Kats, Freddy Moore, che le cambia “la vita; o perlomeno il nome”, lui ha 31 anni e lei 18, il matrimonio naufraga in un paio d’anni. La felicità ritrovata con Willis e la nascita delle figlie, la fine del loro matrimonio e poi l’amore con Kutcher che porta con sé fantasmi che sembrava aver relegato al passato. Tornano le dipendenze, dopo 20 anni di sobrietà, a seguito di un aborto spontaneo e diversi tradimenti: «continuava a balenarmi in mente la stessa domanda: “come sono arrivata a questo punto?”. Nella casa vuota dove ero stata sposata, la casa che avevamo ampliato perché avevo più figlie che camere da letto, ero rimasta completamente sola. Avevo quasi cinquant’anni. Quello che pensavo fosse l’amore della mia vita, mio marito, mi aveva tradita per poi decidere che non aveva voglia di impegnarsi per ricostruire il nostro matrimonio. Le mie figlie non mi rivolgevano la parola: niente telefonate per il mio compleanno, niente auguri di Natale. Niente di niente. E il padre delle mie figlie – un amico sul quale per anni avevo potuto contare – era sparito dalla mia vita. La carriera costruita faticosamente da quando me n’ero andata da casa di mia madre a sedici anni era in stallo, o forse era finita per sempre. Tutto ciò a cui tenevo mi aveva abbandonata, compresa la salute. Soffrivo di mal di testa lancinanti e perdevo peso a un ritmo pauroso. Il mio aspetto esteriore era l’immagine esatta di come mi sentivo dentro: distrutta. “È vita, questa?” mi chiedevo. “Perché in tal caso, ho chiuso. Non so che cosa ci faccio qui”». Alla domanda risponde con il libro stesso, la voglia di raccontare la sua storia con le sue parole è lo scopo che la anima. Nel frattempo è riuscita a ricucire il rapporto sia con le figlie sia con Willis e, qualche anno dopo l’uscita della sua autobiografia trionfa ai Golden Globe e viene candidata come Miglior attrice protagonista agli Oscar per la prima volta nella sua carriera. La statuetta le sfugge di mano e nonostante fosse data per favorita è, per un destino che sembra beffardo, Mikey Madison (classe 1999) a essere premiata.

Ma Demi Moore, come si dice nel tennis, è una “lucky loser”, la “perdente fortunata” che, eliminata nelle qualificazioni, rientra nel tabellone principale del torneo. I tennisti di solito rientrano in gara a seguito del ritiro di un altro atleta, Moore invece scende di nuovo in campo dopo che gli stessi arbitri di quel torneo che è Hollywood l’hanno costretta a ritirarsi, a credere di aver dato tutto quello che un’attrice “da popcorn” potesse dare.
E invece no.
C’è altro da dare, c’è altro da dire, c’è altro da essere.
In copertina: Crediti: AMPAS/ZUMA Press Wire
