John Galliano, uno dei più grandi stilisti di tutti i tempi, ha creato, trasformato e distrutto. Tutto. Tranne il suo talento
“Continuo a espiare le mie colpe e non smetterò mai di sognare” scrive, tra le altre cose, John Galliano sui social annunciando la fine della collaborazione con Maison Margiela, il brand dove negli ultimi 10 anni ha costruito la sua rinascita. E le colpe da espiare a Galliano certo non mancano, esattamente come i sogni, che lo stilista è riuscito a mettere su stoffa sin dagli esordi della sua carriera, rendendoli reali e cambiando la storia stessa della moda.
Galliano è salito rapidamente, grazie al suo talento enorme, nell’Olimpo degli stilisti e, da così in alto, il tonfo della sua caduta è stato assordante. I successi per Galliano arrivano fin da subito, infatti nel 1984 la collezione di laurea alla scuola di moda Central Saint Martins viene acquistata immediatamente da una boutique di Londra, Browns. Ad appena tre anni dalla laurea viene scelto come British Designer of the Year dal British Fashion Council, il più importante riconoscimento della moda UK e in Inghilterra – Galliano è nato a Gibilterra e con la famiglia si è trasferito in giovanissima età nella Capitale – apre un suo brand che però va in bancarotta, decidendo poi di trasferirsi a Parigi nel 1990.
Tre anni più tardi la carriera dello stilista ha una prima svolta, grazie all’aiuto di chi da subito ha creduto in lui, tra cui il critico André Leon Talley e la direttrice di Vogue America Anna Wintour (oltre alle modelle che sfilano per Galliano anche senza farsi pagare come Naomi Campbell, Linda Evangelista e Kate Moss): ottiene il sostegno del gruppo bancario Paine Webber e la sua sfilata autunno/inverno 1994 viene definita dalla stilista Diane von Furstenberg “un momento spartiacque nelle storia della moda moderna”, con gli slip dress dello stilista che restano al centro della moda per almeno un decennio dopo quella sfilata. Non a caso in quell’anno Galliano viene nuovamente nominato British Designer of the Year. Il 1995 è l’anno della seconda importantissima svolta: il fondatore del gruppo di lusso LVMH, Bernard Arnault, propone allo stilista il ruolo di direttore creativo di Givenchy, Galliano diviene così il primo britannico a dirigere un brand di lusso francese e con la sua prima collezione di haute couture vince, per la terza volta, il British Designer of the Year. Nel 1996 Arnault propone a Galliano di occuparsi anche della direzione creativa di Dior, l’anno successivo la guida di Givenchy passa all’altra pietra miliare della moda, Alexander McQueen, e quell’anno il British Designer of the Year viene conferito a entrambi. Secondo il New York Times, “ogni collezione si srotolava come un’opera teatrale o un film sperimentale, con tocchi discordanti”. Un successo dopo l’altro dunque, fino ad arrivare a ricevere il più alto riconoscimento francese, la Legion d’onore, nel 2009.
Successi, però, faticosissimi. Lo stilista lavora a ritmi forsennati, arrivando a disegnare fino a 32 collezioni l’anno, costretto a una creatività a tutti i costi e colpito da lutti importanti cade vittima di un vortice deleterio di alcool, droghe e sonniferi. Sulle pagine di cronaca si susseguono gli episodi relativi agli eccessi dello stilista fino a raggiungere un punto di non ritorno il 24 febbraio 2011 quando in un bar parigino Galliano viene arrestato in stato di ebbrezza a seguito di insulti razzisti e antisemiti, oltre che comportamenti violenti, rivolti a una coppia all’interno del bar. Alla notizia succede la decisione di Dior di sollevarlo dall’incarico. Non era ancora tutto, però. Qualche giorno più tardi viene pubblicato online un video di Galliano che esalta Hitler, sostenendo tesi fortemente antisemite, e un’altra donna racconta di essere stata violentemente insultata dallo stilista in un’altra occasione. Così, a pochi giorni dalla sfilata autunno/inverno, Dior licenzia Galliano e a giugno si tiene un processo che lo vede condannato per “insulti pubblici basati sulla provenienza, l’affiliazione religiosa, la razza o l’etnia”. Fin da subito lo stilista si scusa per il suo comportamento spiegando che le frasi su Hitler non fossero cose che pensasse o credesse, aggiungendo che in quel periodo “dopo ogni picco creativo mi schiantavo e bere mi aiutava a fuggire”.

Da allora John Galliano si ritira per due anni (durante questa pausa disegna solo l’abito da sposa della modella che lo ha sempre difeso e gli è stata accanto, Kate Moss) e nel 2013 collabora a una collezione dello stilista Oscar de la Renta. Poi nel 2014 Maison Margiela lo sceglie come direttore creativo. In occasione della prima sfilata, sulle pagine del Washington Post, la critica di moda Robin Givhan parla di un talento “troppo meraviglioso per farne a meno”. È un successo, dimostrando che quel talento non era scomparso tra gli scandali e l’alcool.
Così, negli ultimi 10 anni, Galliano ha decostruito i capi, dopo aver decostruito se stesso, vittima di un sistema che non concede alcuna debolezza. E decostruendo ha ricostruito – i capi e se stesso – ed è stato capace, ancora una volta, di dettare tendenze e imporsi nel panorama dell’alta moda (nel 2023 le vendite di Maison Margiela, nonostante la crisi della moda di lusso, sono cresciute del 22%). Renzo Rosso, Amministratore Delegato di OTB Group (la holding che controlla anche la Maison) ha dichiarato: «lavorare con John è stata una delle esperienze più significative e d’impatto della mia vita. Mi ha fatto da mentore e mi ha mostrato la sua visione, arricchendomi culturalmente e permettendomi di portare un po’ di quella visione e cultura al resto del Gruppo».

La critica di moda del New York Times, Vanessa Friedman, nel 2018 sosteneva come Galliano non intendesse “ridefinire l’alta moda del passato, ma definire l’alta moda contemporanea: si fa domande complicate e usa il suo atelier per esplorare – anziché fornire – possibili risposte. Abbraccia il processo di ricerca, che è praticamente quello che fa ogni nuova generazione”. Nonostante non fosse il suo scopo, che abbia ridefinito la quintessenza della moda è innegabile. A gennaio 2024 con la collezione Artisanal Galliano è tornato al suo stile onirico e cinematografico e, secondo alcuni critici, è stata la migliore collezione del XXI secolo.
Galliano alla fine delle sue sfilate più importanti era solito travestirsi (da Napoleone, da spadaccino, da astronauta, da pirata) e invece, al termine di quella che sapeva sarebbe stata la sua ultima sfilata per Maison Margiela, sotto il ponte Alexandre III, immerso nella luce della prima luna piena dell’anno, era se stesso, Juan Carlos Antonio Galliano Guillén, genio immaginifico e creatore di sogni senza travestimenti.
Un Caravaggio contemporaneo capace di qualsiasi cosa.
In copertina – John Galliano per Dior durante la Haute Couture Paris Fashion Week nel gennaio del 2011. Crediti: EPA/MAYA VIDON

