Se tutto ha un prezzo, anche il godimento dei capolavori, chi paga? Ecco il “modello” MET, tra uomini di cultura ed egocentrici finanziatori

Il 20 febbraio del 1872, 150 anni fa, apriva per la prima volta le sue porte al pubblico il Metropolitan Museum of Arts di New York, meglio conosciuto come Met. La sua collezione permanente si fregia di oltre due milioni di opere d’arte, distribuite in 19 sezioni ed esposte nei 180mila metri quadri della costruzione neogotica sul versante orientale di Central Park.

Inutile dirlo: l’arte italiana è uno dei fiori all’occhiello dell’esposizione permanente e comprende un vastissimo catalogo che va dai reperti archeologici di epoca romana ed etrusca (si pensi alla splendida biga di Monteleone di Spoleto) all’arte contemporanea – su tutte Marisa Merz, tra le più grandi artiste concettuali del nostro Paese dove è anche l’unica esponente donna riconosciuta del movimento dell’arte povera.

La diaspora delle opere d’arte italiane è un argomento delicato per i connazionali: da un lato si inumidiscono gli occhi per l’orgoglio patriottico di essere, da sempre, protagonisti della bellezza; dall’altro si storce un po’ il naso perché quello stesso orgoglio è da condividere con l’estero che le nostre opere le acquista, le conserva e le espone.

Lo stesso sistema di acquisizione di opere d’arte del Met è più volte finito sotto i riflettori di stizzite critiche per l’aggressività delle operazioni di compravendita delle opere. Una politica commerciale che non è orientata alla produzione di reddito (in quanto museo pubblico) ma che si basa su due pilastri votati all’efficienza in pieno stile stelle e strisce.

In questo, il Met non è che un perfetto paradigma del complesso sistema museale americano, fortemente decentralizzato e costituito da varie istituzioni, spesso pubbliche ma mai affidate alla gestione dello Stato; il Governo centrale si limita a mettere a disposizione fondi di finanziamento, che le singole fondazioni provvedono poi a concimare.

Il primo pilastro è la vendita di opere dal grande valore economico ma reputate di scarso interesse per l’esposizione museale; con i proventi, si provvede poi a rimpolpare la collezione, ma anche ad arginare deficit di gestione e mantenere la forza lavoro.

Il secondo è la mano più o meno invisibile dei grandi collezionisti: mecenati contemporanei che lasciano in eredità alla Fondazione tanto opere quanto capitali, i cui interessi sono vincolati a nuove acquisizioni di prestigio.

È proprio così che il Met si è aggiudicato gran parte delle opere italiane in mostra, grazie al contributo di personalità spesso distanti fra loro, che si incontrano in un obiettivo comune: trasformare l’utile finanziario in valore sociale.

Uno dei più variegati spaccati sull’arte italiana al Met lo offre la Robert Lehman Collection, donata dal filantropo e discendente dell’omonima famiglia di banchieri che fu anche il primo presidente del cda museale. Si tratta di un patrimonio di 2.600 opere, inestimabile testimonianza di oltre 7 secoli di arte prettamente europea e spiccatamente italiana, dalla scuola senese di Duccio di Buoninsegna e Lippo Memmi alla pittura rinascimentale e seicentesca, ma anche maioliche e vetri veneziani.

Partendo dai lasciti familiari, in 6 decenni Lehman curò personalmente la collezione combinando raffinata sensibilità artistica, approfondita conoscenza della materia e naturalmente uno spiccato fiuto per gli affari.

Lungi dall’essere “solo” un’ampia raccolta di quadri, però, la Lehman Collection è esposta in un’ala separata dell’edificio, appositamente costruita nel 1975 a immagine e somiglianza della famiglia del banchiere. Drappi e mura di velluto proiettano il visitatore in un allestimento “domestico”, lontano dalle asciutte gallerie dei musei. Una personalizzazione atta a ricordare allo spettatore che la fruizione dell’arte prescinde dal suo possesso privato.

Un caso opposto ma altrettanto emblematico riguarda il Roger’s Fund, collezione da cui provengono quasi 6mila opere. Qui troviamo moltissima arte decorativa, dalle sete del 17esimo secolo allo Studiolo di Francesco di Giorgio Martini, ma anche Caravaggio, Mantegna, Lotto, Bellini, Tiepolo (l’elenco è minimamente esaustivo). Ma chi era Jacob S. Rogers?

Agli antipodi dalla figura del filantropo appassionato d’arte dedito alla democratizzazione della bellezza, Rogers è stato un ricchissimo imprenditore e il secondo produttore di locomotive nel Paese a metà ‘800. Lo stesso Metropolitan lo ricorda come un uomo “tirchio e misantropo”, rinomato per il suo “braccio corto e per la scaltrezza delle sue pratiche economiche”. Alla sua morte, la stampa lo dipinge un “pure animal man”, privo di “sentimenti derivati dall’affetto umano”.

Non solo: Rogers si intendeva pochissimo di arte e non possedeva alcun oggetto dal valore artistico. Divenuto socio della Fondazione intraprende una serie di visite al Museo, durante le quali la sua curiosità è tutta assorbita dalla sua struttura amministrativa; del resto, risorse finanziarie, costi e oneri di gestione sono il suo pane quotidiano, poco importa che si tratti di gallerie di quadri o di ferrovie.

Ci racconta un po’ di lui anche Luigi Palma di Cesnola, primo direttore del Met, che riporta un altro pizzico di italianità nel Museo. Il generale ammise di non essere certo che Rogers avesse mai attraversato una sola delle gallerie del Met.

Ciononostante, alla sua morte l’anonimo imprenditore del New Jersey lascia alla Fondazione del Met un fondo di dotazione di 8 milioni di dollari; con i redditi da esso generati consente al Museo di acquistare oggetti e libri rari e preziosi.

Un fatto che lo stesso Cesnola trova peculiare: i lasciti consistono solitamente in denaro per l’acquisto di collezioni o la costruzione di nuovi spazi espositivi, a imperitura memoria dei benefattori (vedi l’allestimento di Lehman); i fondi di donazione rimangono invece anonimi e lontani dalla lente pubblica. Così che oggi Rogers è sconosciuto alla quasi totalità dei visitatori del Met e viene probabilmente ricordato con gratitudine solo da archivisti ed esperti, oltre che dai reparti contabili del Museo.

È dunque così che in 150 anni il Met ha trasformato una collezione privata di 174 dipinti in una delle più monumentali esposizioni al mondo. Grazie a eccentrici filantropi desiderosi di espiare la propria discendenza elitaria, e anche a pragmatici miliardari totalmente disinteressati all’arte ma persuasi dalla rilevanza sociale del denaro più che dal loro godimento privato. In entrambi i casi, pare ottima la conclusione che Barnes mette in bocca al compositore sovietico Šostakovič nel romanzo Il rumore del tempo:

«L’arte appartiene a chi la produce e a chi l’assapora. L’arte non appartiene più al Popolo e al Partito di quanto una volta non appartenesse all’aristocrazia e ai mecenati. […] L’arte non esiste per sé: esiste per il pubblico».

Box 1: È passata alla storia la vendita all’asta di The Pond – Moonlight, la fotografia pittorialista di Edward Steichen battuta per 2,9 milioni di dollari. Nel 2021 è stata messa all’incanto anche Head of a Woman, considerata la prima scultura cubista di Picasso e raffigurante la sua amante Fernande Olivier. Valore stimato: 30 milioni.

Box 2: Il Met vanta uno dei laboratori scientifici più prestigiosi al mondo, fondato dall’italiano Marco Leona. Un’eccellenza tutt’altro che isolata: negli Stati Uniti molti musei gestiscono internamente lo studio, il recupero e la conservazione delle opere con dipartimenti auto-finanziati da vendite, sponsor e, in misura molto minore, biglietti.

Box 3: Cesnola fu un generale, eroe di guerra e diplomatico piemontese. Trasferitosi a New York si riscoprì appassionato di archeologia e rimpolpò le teche espositive del Met con reperti ciprioti da lui stesso rinvenuti nel corso di 11 anni di scavi.

Box 4: Dal 2017 il Met ha adottato anche un’open access policy che consente il libero e illimitato utilizzo, anche per fini commerciali, delle immagini di oltre 350mila opere di pubblico dominio della sua collezione.