In una società che spinge all’individualismo, le classi sociali sembrano scomparse. Più soli, più disorganizzati, ma comunque sfruttati, i proletari esistono ancora e possono, ancora, cambiare le cose
Che fine hanno fatto quei proletari di tutto il mondo che dovevano unirsi? E, si noti, non è certo perché “non si fanno più bambini” il motivo per cui i proletari non si riconoscono come tali. Anzi, il punto è proprio questo: riconoscersi. Essere parte di quella che, ai tempi di Karl Marx, era facilmente riconoscibile come classe sociale.
Per classi sociali il filosofo tedesco intende, come riporta l’enciclopedia Treccani, quelle aggregazioni che “si formano per effetto della divisione del lavoro e della proprietà privata dei mezzi di produzione e che, all’interno del modo di produzione capitalistico, tendono a polarizzarsi lungo l’asse del conflitto fondamentale fra detentori dei mezzi di produzione (classe borghese) e lavoratori salariati e sfruttati (classe proletaria)”. Evidentemente i lavoratori salariati (e sfruttati) sono ancora ben presenti nella nostra società, mentre a venir meno è stata la coscienza di classe.
L’individualismo, punto centrale delle politiche neoliberiste degli anni ‘80 – incarnate in particolar modo da Margaret Thatcher -, ha spinto a una società che, puntando unicamente verso il successo individuale, ha visto progressivamente ridursi la solidarietà e ha portato a un’incapacità di riconoscere le strutture sociali. Le disuguaglianze sistemiche sono diventate “colpe” dei singoli individui che, dunque, non hanno più avuto potere di combatterle collettivamente, andando incontro a sconfitte certe. «Fu proprio Margaret Thatcher a sintetizzare con tagliente precisione questo clima culturale, quando, interrogata sull’impatto che stavano avendo sulla società le sue dure politiche di ristrutturazione regressiva del capitalismo britannico, rispose negando l’esistenza stessa della “società”. L’unica cosa che esiste, disse la Prima Ministra inglese, sono John e Mary, Peter e Kathy, parlare di società è un nonsense completo» ricorda il Premio Internazionale José Martí 2009 Atilio A. Borón nel suo intervento del 2018 parte del ciclo di incontri There is NO alternative della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.
John e Mary, Peter e Kathy, poi, già individui e non parte di una collettività, si sono trovati di fronte a un mondo del lavoro precario, che non solo mette a repentaglio la sicurezza economica dei singoli, ma aggiunge ostacoli per la costruzione di un’identità collettiva. John e Mary, Peter e Kathy, hanno di conseguenza introiettato un senso di isolamento, impossibilitati a riconoscere esperienze comuni e di unirsi in lotte condivise per rivendicare diritti e combattere ingiustizie. John e Mary, Peter e Kathy, hanno dimostrato insomma come la precarietà non sia solo una questione economica; le loro singole esistenze dimostrano come l’individualismo e il parallelo indebolimento dei soggetti e delle azioni collettive, proprio del capitalismo nella sua fase neoliberista, sia un fenomeno sociale che impatta negativamente sulla lotta per il cambiamento sociale. Un individualismo capace di proteggere se stesso e il sistema capitalistico che lo produce depotenziando le lotte, che divengono frammentarie. Tante piccole lotte per ogni piccola e grande ingiustizia che si vive nella società che non sono in grado di arrivare a conquiste strutturali, collettive.
«Stiamo dormendo su un vulcano. Soffia un vento di rivoluzione, la tempesta cova all’orizzonte» scriveva Tocqueville alle soglie dei moti francesi del 1848 e quella stessa sensazione rivive nella società contemporanea. Infatti, nonostante le classi sociali sempre più invisibilizzate e sempre meno organizzate, la sfida per una lotta comune è stata raccolta, “le reazioni sempre più virulente suscitate dai meeting del G7 e del G20 mostrano inequivocabilmente che nonostante la disorganizzazione e lo scarso livello di articolazione internazionale la protesta anticapitalista sta crescendo, probabilmente con un’intensità che non si vedeva da molto tempo” aggiunge Borón.
Come sostiene la filosofa statunitense Nancy Fraser in un’intervista di Giorgio Fazio del 2023, il sistema capitalista è cannibale, in quanto si tratta di un sistema che “incentiva e invita i grandi investitori, le grandi corporation e altri soggetti con forti interessi economici ad accumulare profitto mangiando, cannibalizzando, le risorse che non sono necessariamente parte dell’economia ufficiale, come il lavoro di cura, il lavoro coatto e servile, i beni pubblici”. Fraser sottolinea come la critica vada mossa al sistema intero, dato che si tratta di “un complessivo ordine sociale fondato su divisioni istituzionalizzate”; vedere il sistema capitalista non unicamente sotto la sfera economica permette anche di osservare come un unicum le lotte che lo attraversano: «si tratta di lotte insite nella natura stessa del capitalismo, talvolta contro il capitalismo, ma che possono prendere molte forme e non una sola. Il vantaggio di questa concezione è la possibilità di iniziare a pensare che non solamente i lavoratori nelle fabbriche possano essere al centro di possibili rivoluzioni. C’è uno spettro molto più ampio di azioni collettive che potrebbero, certamente non automaticamente, connettersi tra di loro e mettere in piedi una lotta in grado di trasformare la società».
Davanti alla plutocrazia che mostra fieramente se stessa in occasione dell’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti è naturale chiedersi come sconfiggere le ingiustizie e il capitalismo senza scrupoli che governa le nostre esistenze. Perché se una cosa l’individualismo ha reso manifesta è che non è possibile “salvarsi da sé”, la salvezza non può che essere collettiva. Nell’intervista già citata Fraser sottolinea “la quantità pazzesca di energia creativa nei giovani, e non solo, che sono impegnati nelle lotte ecologiste, femministe, antirazziste, per i diritti del lavoro dei migranti, nel costruire sindacati in settori della distribuzione come Amazon e Starbucks in cui non avevamo mai visto niente di simile e in cui le condizioni di lavoro sono pessime. Questa enorme forza creativa potrebbe, in teoria, diventare parte di qualche tipo di coalizione o addirittura una forza contro-egemonica per un’effettiva trasformazione sociale”.
Dunque tornare a riconoscersi come proletari, seppur post-industriali, parte di una classe sociale, compagni di lotta. Tornare a unirsi, appunto, affinché lo spettro che si aggira per l’Europa (e non solo) sia lo spettro della giustizia sociale.
