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    Home » Archivio Storico » 2025 » Il Mondo Filosofico – «La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere»
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    Il Mondo Filosofico – «La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere»

    Flavia Dell'ErtoleDi Flavia Dell'ErtoleGiugno 16, 2025
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    Di fronte a una fine, una “morte”, il rischio è quello di rimanere paralizzati dalla nostalgia. Ma non c’è alternativa al futuro

    Nel 1688 uno studente di medicina, Johannes Hofer, conia il termine “nostalgia”. Notando le sofferenze dei mercenari svizzeri al servizio del re di Francia Luigi XIV, costretti a stare a lungo lontani dai monti e dalle vallate della loro patria, decide di analizzare questa patologia (anche mortale) nella sua tesi. Il termine, composto dal greco νόστος (nostos, ritorno) e άλγος (algos, dolore), in principio era relativo specificamente al desiderio impossibile di un ritorno a casa. 

    Con il passare dei secoli il significato di nostalgia è passato a rappresentare qualcosa di più complesso e composito e sono diversi i filosofi che si sono interrogati intorno a questa emozione, in particolar modo sul dualismo intrinseco dato dal piacere del ricordo e dal dolore dell’impossibilità del ritorno.

    Il filosofo australiano Jeff Malpas, ad esempio, riprende il concetto romano di “memoria præteritorum bonorum”, letteralmente “il ricordo delle cose buone del passato” (locuzione utilizzata anche da Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae). Malpas sottolinea la tendenza all’idealizzazione come caratteristica comune della nostalgia, quella tendenza a dimenticare momenti negativi o, semplicemente, banali e rendere il passato idilliaco. Così, quel “ritorno” si carica di inquietudine perché c’è la consapevolezza di non poter tornare a un momento perfetto che, in definitiva, non esiste realmente. Un sentimento che ben traspare dalla scena di Palombella rossa – pellicola del 1989 di Nanni Moretti – quando Michele, a bordo piscina, gridando ripete: «ho 35 anni. Ho 35 anni, non torneranno più. Le merendine di quand’ero bambino, i pomeriggi di maggio, non torneranno più. Le merendine di quand’ero bambino non torneranno più! Le merendine di quand’ero bambino non torneranno più! I pomeriggi di maggio! Le merendine con pane e cioccolata. Mamma! Mia madre! Mia madre, non tornerà più! Il brodo di pollo, quand’ero malato, gli ultimi giorni di scuola, prima delle vacanze». 

    La nostalgia è intrinsecamente legata alla memoria autobiografica, ma la nostalgia è, da sempre, il sentimento dominante in momenti di crisi. Seppur doloroso, il ricordo di un passato felice culla gli individui persi nel mare dell’instabilità e non è un caso che la nascita della stessa parola avvenga in un’epoca di trasformazione come il Seicento, nonostante già Ovidio nelle sue opere parlasse di una sensazione di “sradicamento” che blocca l’individuo alla ricerca di un passato idealizzato (e irraggiungibile). Di fronte a un momento di crisi, o di generica “fine” (di una relazione, di un ideale, di un progetto lavorativo) immediatamente subentra una strisciante nostalgia.

    Secondo lo psichiatra Eugenio Borgna esistono “nostalgie che fanno vivere, e nostalgie che fanno morire” specialmente quando un soggetto si trova in situazioni di cambiamento. Quando cioè il rischio è quello di venire paralizzati dalla nostalgia e non abbracciare l’abisso dell’ignoto di quel mare magnum che è il futuro, sempre lo psichiatra italiano ricordava che “le favole ci insegnano che la paura non va chiusa in uno stanzino irraggiungibile dentro di noi, ma sentita, vissuta e affrontata”. 

    Affrontare la paura del futuro significa sperimentare una nostalgia che “non punti al passato (orizzontale), […] ma che agisca nel senso della profondità (verticale), una ‘nostalgia incarnata’ – per usare un’espressione cara agli sviluppi dell’antropologia quanto alle filosofie della percezione – in grado di generare fiducia nel proprio vissuto, riconnettendo così al proprio passato individuale” come scrive Edoardo D’Amico sulla rivista Limina.

    Dunque a questo punto, cosa è il futuro se non un’alternativa a una strada già tracciata? Perché farsi cullare da un passato irreale e struggersi per un benessere impossibile da ritrovare? Perché la nostalgia è un concetto polisemico capace di proteggere dall’angoscia esistenziale e assimilabile al concetto tedesco di “Sehnsucht” traducibile all’incirca come “malattia del doloroso bramare”, uno struggimento doloroso perché mai appagato. Struggersi per qualcosa che mai si raggiungerà, talvolta, sembra preferibile a scoprire cosa riservi il futuro, ma è un’illusione. Perché non c’è alternativa al futuro.

    Anche chi scrive si trova di fronta a una “fine” e per non farsi cullare da una nostalgia inutile e posticcia, preferisce chiudere con una citazione di Martin Heidegger tratta dall’Introduzione alla metafisica: «è quanto mai esatto e perfettamente giusto dire che “la filosofia non serve a niente”. L’errore è soltanto di credere che, con questo, ogni giudizio sulla filosofia sia concluso. In realtà resta ancora da fare una piccola aggiunta sotto forma di domanda: se cioè, posto che noi non possiamo farcene nulla, non sia piuttosto la filosofia che in ultima analisi è in grado di fare qualcosa di noi, se appena c’impegniamo in essa». 

    Anche di fronte alla nostalgia, che può sembrare una dolce culla innocua, anche di fronte alla paura del futuro la filosofia è in grado di fare qualcosa per noi. Anzi, è in grado di fare qualcosa con noi.

    #IlMondoFilosofico nostalgia TOP NEWS
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