La piaga dell’anti-intellettualismo ha radici lontane ma, ancora oggi, solide. Anzi, oggi più solide che mai
Se si nomina Isaac Asimov la prima associazione è quella alla fantascienza, alla predizione di un futuro ipertecnologico, all’intelligenza artificiale e alle tre leggi della robotica. Isaac Asimov, però, è stato capace di vedere molto lontano anche sotto un altro punto di vista.
In un articolo pubblicato su Newsweek il 21 gennaio 1980 Asimov scrive: «c’è un culto dell’ignoranza negli Stati Uniti e c’è sempre stato. Una vena di anti-intellettualismo si è insinuata nei gangli vitali della nostra politica e cultura, alimentata dalla falsa nozione che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”». Parole di 45 anni fa, ma che potrebbero essere state scritte 45 minuti fa.
«Ora abbiamo un nuovo slogan da parte degli oscurantisti: “non fidarti degli esperti”! Dieci anni fa, era: “non fidarti di chiunque abbia più di 30 anni”. Ma i paladini di questo slogan hanno alfine scoperto che l’inevitabile alchimia del tempo li ha sfiduciati senza appello, e così, a quanto pare, hanno deciso di non ripetere mai più quell’errore. “Non fidarti degli esperti!” è uno slogan assolutamente sicuro. Niente, né il passare del tempo, né l’esposizione all’informazione, potrà mai tramutare questi paladini in esperti di qualche argomento che possa essere pur lontanamente utile» prosegue ancora lo scrittore di fantascienza. La tendenza all’anti-intellettualismo non è certo riferibile unicamente agli Stati Uniti, basti pensare alle polemiche contro i “professoroni” che ciclicamente una certa parte politica esterna in Italia, o alle esperienze evidentemente antiscientifiche a cui abbiamo assistito, attoniti, durante la pandemia di Covid-19. Concentrandosi sugli Stati Uniti, però, si nota che quanto descritto nel 1980 è ancora – e forse oggi più di allora – al centro dell’agenda politica.
Dopo la rielezione di Donald Trump alla presidenza statunitense Elon Musk ha sottolineato come il tycoon fosse stato votato maggiormente nelle zone dove il tasso di istruzione risulta essere più basso, un dato innalzato a motivo d’orgoglio e sfruttato come opportunità per attaccare intellettuali e università, come già fatto dall’attuale vicepresidente degli Stati Uniti, James David Vance, che nel 2021 ha pronunciato un discorso non propriamente sibillino e detto apertamente che “le università sono il nemico”. Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena e autore, per Einaudi, del volume Libera università, sostiene che per Vance le università “sono un nemico perché qui si alimenterebbe il pensiero della diversità, che è quello che devono fare le università. Come diceva Virginia Woolf, ‘le università sono i luoghi dove si impara a comprendere l’altro’”.
Nel 1964 Anti-intellectualism in American Life valse allo storico Richard Hofstadter il Premio Pulitzer, nella prefazione della riedizione del libro del 2024 il politologo Tom Nichols scrive: «l’anti-intellettualismo oggi è un problema globale, i cui effetti sulla democrazia, il benessere di miliardi di persone e il pianeta stesso potrebbero essere catastrofici. Mi piacerebbe poter dire che un libro come Anti-Intellectualism in American Life dovrebbe essere destinato oggi solo alle lezioni di storia o messo in mostra in un museo. Le tendenze che Hofstadter identificò in America tanti decenni fa si sono però metastatizzate, divenendo problemi reali nel Ventunesimo secolo. La piaga dell’anti-intellettualismo si è oggi diffusa come un virus in tutto il mondo sviluppato e istruito».
È proprio dei politici populisti esaltare l’ignoranza e appiattire il dibattito (se “uno vale uno”, vale tutto), arrivando anzi a considerare la parola “intellettuale” come un insulto. Questo spostamento semantico, però, non si deve unicamente alle politiche fin qui descritte, riferibili generalmente alla destra sovranista e populista, ma anche a un atteggiamento di superiorità della sinistra che si è allontanata sempre più dal sentire comune per finire arroccata in una torre d’avorio.
«Credo che ciò di cui abbiamo tremendamente bisogno sia l’approvazione sociale verso i processi di apprendimento ed un giusto riconoscimento del valore dell’istruzione» concludeva Asimov nel suo articolo. La sinistra invece nel corso degli anni ha sempre più demonizzato l’ignorante, anziché l’ignoranza, senza interrogarsi sul fatto che le classi sociali storicamente più vicine alla sinistra spostassero il voto sempre più a destra. Anzi, analizzando i dati elettorali la sinistra “radical chic” che spicca nelle città e scompare nelle campagne, quindi ha una base elettorale benestante e lascia indifferente il ceto medio-basso, rinfranca se stessa sostenendo che gli elettori votino a destra perché sono ignoranti e non capiscono messaggi di portata complessa. Accusa gli ignoranti, appunto.
L’egemonia culturale da proletaria è passata a essere operaia fino a dissolversi al nulla, ma le persone e le questioni politiche sono rimaste così i poveri arrivano a credere che i ricchi, i più ricchi del Pianeta, possano essere dalla loro parte e operare un cambiamento che migliori le condizioni dei poveri. Gli intellettuali finiscono per parlare del popolo e non con il popolo; la mancanza dell’intellettualismo organico comporta che nessuno smascheri questa farsa e che i poveri possano credere che i ricchi li proteggano, che l’ignoranza sia un merito e un vanto.
Sono passate varie decine di anni dagli articoli citati, eppure la situazione non sembra destinata a migliorare, non a breve se non altro. E allora forse, per citare Nanni Moretti, ce lo meritiamo Alberto Sordi o, per meglio dire, Elon Musk.
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