L’Orologio dell’Apocalisse segna 89 secondi alla mezzanotte e a giudicare dalla questione del nucleare in Iran la stima sembra addirittura ottimistica
Le tensioni tra Iran e Stati Uniti hanno radici profonde. Nel 1953 infatti Central Intelligence Agency (CIA) e Secret Intelligence Service (MI6) riescono a rovesciare il governo del Primo Ministro democraticamente eletto di Teheran, Mohammad Mossadeq, per evitare influenze comuniste nel Paese e proteggere i propri interessi petroliferi. Viene quindi posto alla guida dell’Iran lo scià Mohammad Reza Pahlavi che inaugura una stagione autoritaria.
Il colpo di Stato viene visto come un’ingerenza occidentale dalla popolazione iraniana così il sentimento anti-statunitense e, più in generale, anti-occidentale inizia a serpeggiare per culminare nella Rivoluzione Islamica del 1979. Infatti, mentre all’interno del Paese l’opposizione allo scià non fa che aumentare, anche a causa della durissima repressione governativa – secondo alcune stime in soli 8 anni, dal ‘70 al ‘78, sarebbero state incarcerate 100mila persone, 10mila torturate e oltre quattromila uccise – la figura di Ruhollah Khomeini si rafforza. L’ascesa dell’Ayatollah, basandosi su una descrizione degli Stati Uniti come “potenza semi coloniale” interessata unicamente al petrolio, culmina nel febbraio 1978 quando viene instaurata la Repubblica Islamica. La repressione è, di nuovo, durissima e in pochi mesi circa cinquemila persone vengono giustiziate e altre 10 mila costrette all’esilio.
La questione del nucleare, però, non si innesta nella politica anti-statunitense. Anzi, nasce con l’appoggio degli Stati Uniti negli anni ‘50 sulla spinta del programma “Atoms for Peace” promosso dal presidente Dwight D. Eisenhower e prosegue fino al 1979. A seguito della Rivoluzione viene infatti meno la cooperazione internazionale, intanto con la guerra scatenata dall’Iraq negli anni ‘80 e l’accerchiamento statunitense al Paese (sono presenti basi militari e aeree degli Stati Uniti in Iraq, Turchia, Afghanistan e Pakistan) l’Iran decide di portare avanti l’arricchimento dell’uranio in autonomia, ufficialmente per usarlo come combustibile nelle centrali nucleare del Paese. Una decisione vista dalla comunità internazionale come in realtà un tentativo di costruzione di armi nucleari. Al quadro, col proseguire degli anni, si aggiungono le invasioni degli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq, tutti tasselli per creare quella percezione di necessità del nucleare per la sicurezza nazionale.
Dopo anni di tensioni e sanzioni nel 2015 si arriva al Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) firmato da Iran e il P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti più la Germania) e l’Unione europea. Lo scopo dell’accordo è di limitare il programma iraniano in cambio di una riduzione delle sanzioni, con un tetto all’arricchimento dell’uranio (al 3,67%), il limite alle scorte (300 kg) e la stretta sorveglianza dell’AIEA (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica).
La situazione si complica nel 2018 quando, nonostante l’Iran fosse pienamente conforme all’accordo (le sanzioni nel 2016 vengono rimosse e la conformità testimoniata dagli ispettori dell’AIEA), gli Stati Uniti guidati da Donald Trump – sotto richiesta di Israele – si ritirano unilateralmente e impongono nuovamente le sanzioni, incluse quelle secondarie (applicate cioè a tutti gli Stati e le aziende in affari con l’Iran).
La mossa, per gli Stati Uniti, avrebbe dovuto portare a un accordo migliore – l’amministrazione Trump ha definito il JCPOA “pessimo” – invece porta a un’accelerazione del programma nucleare iraniano e dal 2019 il Paese riprende gradualmente ad arricchire l’uranio, violando quanto stipulato nel 2015.
Per tutto il 2020 continuano ad aumentare le tensioni tra Stati Uniti e Iran che culminano con l’uccisione, il 27 novembre, del direttore del programma nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh-Mahabadi. Teheran sostiene che all’agguato abbia partecipato attivamente il Mossad e accusa la comunità internazionale, in particolar modo l’UE, di attuare doppi standard non condannando l’attentato come “terrorismo di stato” compiuto da Israele. Passano pochi giorni e il Parlamento iraniano approva una legge che dispone che se entro il 23 febbraio 2021 le sanzioni statunitensi non sarebbero state rimosse, l’uranio sarebbe stato arricchito al 20% e gli ispettori dell’AIEA espulsi. Il 4 gennaio 2021 l’AIEA conferma che l’Iran ha avviato il processo di arricchimento dell’uranio al 20%.
La situazione cambia nuovamente con l’insediamento di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti nel 2021. Dopo una prima distensione l’attacco aereo voluto dagli USA in Siria che ha provocato la morte di 22 miliziani filo-iraniani del 2021 ha riaperto la ferita. Il braccio di ferro continua e a questo si aggiunge l’attacco di Hamas a Israele, che fa crollare ogni equilibrio nella regione, il 7 ottobre 2023.
Infine, nel 2025, viene rieletto Donald Trump. Il presidente impone nuove sanzioni e chiede di negoziare un nuovo accordo sul nucleare, minacciando un’azione militare in caso contrario. Sono in corso trattative che vedono anche la partecipe l’Oman, ma la soluzione è ancora molto lontana dall’essere trovata.
Da una parte dunque gli Stati Uniti chiedono uno smantellamento quasi totale del nucleare, dall’altra l’Iran, sempre in preda a percepite minacce esterne, ritiene la deterrenza nucleare l’unica vera arma in suo possesso e non intende cedere.
Questo mentre il Medio Oriente è una polveriera.
La gestione di una questione così delicata e così complicata richiede gli uomini e le donne migliori. E se chi ha portato a questo punto sono già gli uomini e le donne migliori, forse il Doomsday Clock – l’Orologio dell’Apocalisse che misura il pericolo di un’ipotetica fine del mondo a cui l’umanità è sottoposta – è molto più vicino alla mezzanotte di quanto pensiamo.
